Caruso: eurobond contro la crisi, ma non sono uno slogan

È scontro in Europa sulle misure volte a scongiurare l’aggravarsi della crisi da coronavirus. In questa intervista il parere di Raul Caruso, professore di Politica economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

L’emergenza coronavirus e la conseguente chiusura delle attività produttive e commerciali minaccia di far precipitare l’economia globale nell’incubo di una nuova crisi. Intanto prosegue il braccio di ferro fra alcuni Paesi in seno all’Ue sull’ipotesi di emettere i cosiddetti eurobond, un titolo unico sul debito dei Paesi della zona euro al fine di garantire così le spese in deficit dei Paesi membri nella lotta al virus Covid-19.

Raul CarusoDopo il nulla di fatto con cui si è concluso il vertice dei leader europei di giovedì 26 marzo, le posizioni rimangono molto distanti e bisogna agire in fretta. Sullo sfondo appare sempre più evidente la necessità di rilanciare il processo di integrazione politica europea. Abbiamo richiesto il parere di Raul Caruso, professore di Politica economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Quali sono, a suo parere, le ragioni dello scontro in atto fra gli Stati del Nord e Sud Europa?
Storicamente i Paesi del Nord Europa hanno un’impostazione volta a contrastare l’inflazione e ciò comporta una profonda austerità volta a evitare l’innalzamento eccessivo dei prezzi. Viceversa i Paesi del Sud sono stati tradizionalmente più inclini a fare inflazione essendo molto indebitati. Il motivo è che se la moneta perde di valore, chi ci guadagna è il debitore. Al momento, non potendo fare inflazione, il nostro debito diventa però un macigno e i cittadini lo ripagano principalmente attraverso un aumento delle tasse. Rispetto a questa ipotesi abbiamo culture politiche diverse. Tuttavia rappresentare l’Olanda o la Germania come degli aguzzini è di per sé sbagliato. È chiaro che la stampa e i politici spesso semplificano.

Alcuni Stati europei fra i quali Italia, Francia e Spagna propongono la creazione degli eurobond. Possono diventare uno strumento efficace?
Sono favorevole alla proposta degli eurobond, però va detto che non si fanno in una notte o in una settimana. Può certamente partire un percorso che porterà all’emissione di tali titoli ma il punto è che gli eurobond mettono in gioco anche la sovranità fiscale di un Paese. Ciò significa che dovremo trasferire una parte del nostro potere fiscale all’Unione Europea. È chiaro che è questo il vero nodo da sciogliere. Emettere dei titoli di stato europei richiede la riscrittura di una parte dei Trattati. Usare gli eurobond come slogan è sbagliato, proporli come idea e parte della soluzione è comunque giusto.

Altri Paesi, fra i quali Olanda e Germania, ritengono più opportuno utilizzare il Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che tuttavia vincola la concessione dei crediti all’accettazione di rigide condizioni nella gestione della politica economica. Quale è il suo parere in merito?
Se per mettere a punto gli eurobond sono necessari diversi mesi di lavoro, il Mes è attivabile subito; per questo motivo è molto probabile che verrà adottata questa proposta. Il Meccanismo europeo di stabilità ci impegna come Stati, ma non ci vincola in via permanente. Si tratta di una soluzione emergenziale e forse è la più praticabile. Certamente il negoziato verterà sulle condizioni. Si dovranno avere condizioni più flessibili rispetto al passato, ma penso che non si arriverà mai all’attivazione del Mes senza vincoli. Non rientra assolutamente nella cultura dell’Unione ed è molto pericoloso. Deve comunque esistere un impegno, un ‘commitment’ da parte degli Stati che ricevono un aiuto altrimenti si entra nell’azzardo morale.

Quali alternative intravede?
È necessario avere uno sguardo ampio. Dovremmo ricostruire un tessuto connettivo che lega le imprese e gli operatori economici in tutto il mondo. I sussidi serviranno per i primi 12 mesi, ma ciò che conterà per il futuro sarà la riscrittura delle regole, ad esempio dando centralità all’Organizzazione mondiale del commercio. Occorrerà rivedere l’assetto del Fondo monetario internazionale e della stessa Unione europea e stabilire nuove regole per i mercati finanziari. Bisogna ripartire da una globalizzazione dei diritti governata dalle democrazie. I Governi devono ricominciare a parlarsi senza cadere nella trappola della demagogia che porta all’autoritarismo. La ricetta dei salvataggi nazionali non ha funzionato pienamente nel 2008 e 2009 ed è chiaro che ragionare esclusivamente con l’indebitamento pubblico è una strategia miope. Immaginare, infatti, che da questo passaggio storico si esca unicamente iniettando liquidità e aumentando i sussidi è sbagliato.

Eppure, lo stesso Mario Draghi sul Financial Times ha invocato il ricorso all’indebitamento pubblico auspicando un intervento dello Stato al fine di erogare maggiore liquidità alle imprese attraverso le banche. Condivide queste raccomandazioni?
L’articolo di Draghi è molto più complesso di quello che è stato riportato. Draghi non ha chiesto di fare più debito pubblico tout court, ma ha detto che è inevitabile che ci sarà. Si è soffermato in particolare sulla priorità di salvare i posti di lavoro. Nell’articolo non afferma che le imprese debbano ricevere credito semplicemente a costo zero, ma che lo Stato diventi anche garante di una serie di crediti. Si deve fare in modo che le imprese siano in grado di ricominciare a investire. In tal senso l’ex presidente della Bce parla di misure volte a scongiurare anche l’aumento del debito privato.

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