Carismi in comunione per una Chiesa-comunione

La prima relazione della giornata è del Vescovo di Assisi, che illustra le caratteristiche teologiche che deve avere la comunione fra i carismi in una Chiesa che per sua natura è comunione. L’origine dei carismi è una, essendo generati da un “solo Signore e da un solo Spirito”, e la comunionecui sono chiamati ha come modello quella che si vive nella Trinità. Se la Chiesa istituzione garantisce la stabilità, la Chiesa carismatica esprime la bellezza e la fantasia. Ogni carisma è un dono per la Chiesa, quindi i carismi devono svilupparsi e crescere non in funzione di se stessi ma per il bene comune, evitando ogni forma di autoreferenzialità
Domenico Sorrentino
La comunione – “koinonìa” – non è solo una caratteristica della Chiesa, è la sua essenza. Le due parole – Chiesa e comunione – si richiamano e completano vicendevolmente.

Ecclesìa: il termine rinvia, nell’uso comune, alla Chiesa in quanto comunità già costituita e ai templi in cui essa si raduna. Ma è da riscoprire il dinamismo insito in questa parola, composta da “ek” – particella di provenienza – e “klesis”, chiamata. La Chiesa è il popolo “chiamato” da Dio. Secondo la prima lettera di Pietro è la Parola di Dio che genera la Chiesa: “Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1, 22-23).

 

Koinonìa:definisce il mistero realizzato da questa chiamata. Ciò che si vede dall’esterno è un aggregato di persone, di cui si possono cogliere aspetti istituzionali, sacramentali, culturali, sociologici, storici. Ma ciò che fa la Chiesa in profondità è il vincolo soprannaturale che anima i membri della Chiesa e li mette in una speciale relazione. “Koinonìa” è il cuore del mistero della Chiesa.

 

Cosa dice il Vangelo

 

Alcuni testi biblici ci aiutano a comprendere il senso della comunione.

 

L’annuncio della comunione: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1 Gv 1, 14).

All’origine dell’annuncio-testimonianza c’è la rivelazione nella carne del Verbo di Dio: con espressioni che richiamano il prologo del Vangelo di Giovanni, la Prima lettera di Giovanni addita il Verbo che era fin da principio “presso il Padre” e si è manifestato, al punto da poter essere udito, veduto e toccato. La koinonìa è fondata sulla rivelazione del Verbo, che ci svela la dinamica intima della vita trinitaria, invitandoci ad entrare in comunione con le persone divine, come figli di Dio (Gv 1, 18), “figli nel Figlio”, capaci di dire con Gesù, nello Spirito, “Abbà! Padre!” (Rm 8, 15; Gal 4, 6).

 

Il modello della comunione (Gv 17).

La koinonìa riflette l’unità che caratterizza, nella Trinità, il rapporto tra il Padre e il Figlio. Una relazione che è tutt’uno col loro essere e si esprime in modo personale nel “noi” dello Spirito Santo. In Gv 17 non si parla esplicitamente dello Spirito, ma l’unione tra Padre e Figlio la implica, al punto che Gregorio di Nissa (Omelie sul Cantico dei cantici, 15) la vede evocata dal termine “gloria”: “la gloria che tu mi hai dato: perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo” (v. 24). Questa “gloria” sarebbe appunto lo Spirito. L’unità trinitaria – la più forte ed intima che sia possibile immaginare, nel reciproco e infinito donarsi delle tre persone divine – è il modello che Gesù propone ai discepoli: essi devono essere uniti come egli lo è con il Padre: “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una cosa sola” (v. 22).

 

Lo Spirito artefice della comunione (1 Cor 13).

Per illustrare l’unità che vige tra Cristo e noi, Paolo usa l’immagine del corpo e delle membra. Lo Spirito è il principio che anima questo corpo, provvedendo insieme alla sua unità e alla sua varietà. Proviamo a cogliere, in questa immagine paolina, alcune caratteristiche di questa grande opera dello Spirito ed insieme alcune tentazioni a cui essa rimane esposta per la nostra fragilità.

 

Una comunione articolata

 

La pluralità del ministeri e dei carismi: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-6).

Nel giro di un capitolo, troviamo due liste di carismi, ossia di doni dello Spirito. Nella prima, ai vv. 8-11: linguaggio di sapienza, linguaggio di conoscenza, la fede, dono delle guarigioni, potere dei miracoli, profezia, discernimento degli spiriti, varietà delle lingue, interpretazione delle lingue. Nella seconda, ai vv. 28-29: apostoli, profeti, maestri, miracoli, dono di guarire, di assistere, di governare, di parlare varie lingue.

Questi elenchi non pretendono la completezza. Paolo esemplifica, per mostrare che i vari carismi e ministeri costituiscono una ricchezza dell’unico corpo, realizzata dall’unico Spirito. La preoccupazione fondamentale è quella dell’unità.

 

Il Concilio Vaticano II ha riscoperto la pagina biblica dei carismi, facendone un tema chiave per la comprensione e il rinnovamento della Chiesa: “Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto appropriati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione” (LG 12). È un’apertura di credito, in ossequio all’azione dello Spirito, all’elemento “dinamico” della Chiesa, come lo chiamava Karl Rahner. Non c’è dubbio, infatti, che se l’istituzione esprime la dimensione della stabilità, i carismi esprimono piuttosto la “fantasia” dello Spirito, la continua novità e imprevedibilità dei suoi doni.

 

L’istituzione ha bisogno dei carismi per non appesantirsi, i carismi hanno bisogno dell’istituzione per non disperdersi. Una qualche tensione è inevitabile tra carisma e istituzione, ma sono due facce di un unico mistero, nel segno dello Spirito. Quando il giovane Francesco, davanti al vescovo Guido, si sente spinto all’atto singolare e sconcertante dello “spogliamento”, per esprimere la sua scelta totale di Cristo nella piena povertà evangelica, mette certamente in imbarazzo l’istituzione ecclesiale, la obbliga a un difficile discernimento, ma è anche l’inizio di una vita nuova, dalla quale la stessa istituzione trarrà nuova linfa.

 

Tra i doni che da sempre sono fioriti nella Chiesa hanno particolare rilievo i carismi propri dei “fondatori”: carismi dati ad alcuni, ma aperti anche ad altri fratelli che a loro si uniscono in un’unica esperienza spirituale e ministeriale che si estende nel tempo e nello spazio. Eravamo abituati, fino al Concilio, quasi esclusivamente alla figura degli ordini e delle congregazioni religiose, e di qualche grande associazione ecclesiale. La fioritura dei movimenti ecclesiali che ha segnato la stagione post-conciliare ha ampliato enormemente l’orizzonte.

 

Il fine dei carismi:“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1 Cor 12, 7). I carismi sono doni per la comunità. Tutto il corpo li deve sentire come suoi. E chi li ha ricevuti, li deve accogliere e coltivare non in funzione di se stesso, ma come un dono per tutti. L’ accoglienza dei carismi come un dono dello Spirito è un esercizio tutt’altro che facile. Il nuovo sconcerta. Aprirsi ai nuovi stimoli è faticoso. Tante volte, in questi anni, è toccato al Papa, supremo garante della comunione ecclesiale, accreditare tanti carismi nuovi e difenderli da forme diffuse di resistenza, emarginazione e rigetto che possono allignare nell’organismo ecclesiale. Resistenze magari motivate dai problemi posti dai nuovi movimenti sul versante della comunione ecclesiale. Ma i problemi non sono i carismi in sé, bensì le loro realizzazioni poco mature. Il peso dell’umano non deve tuttavia compromettere l’accoglienza di quanto lo Spirito opera: occorre saper vedere in profondità e in prospettiva, e non buttare via il grano con la zizzania.

 

La tentazione dei carismi: l’auto-referenzialità. “Tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: ‘Io sono di Paolo’, ‘Io invece sono di Apollo’, ‘Io invece di Cefa’, ‘E io di Cristo’. È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?” (1 Cor 1, 12-13). Non tanto nei carismatici autentici, nei santi, ma nei loro discepoli, molto facilmente si registra la tendenza a farsi forti del prestigio del carisma fondazionale per affermare se stessi. Si perde così di vista, da un lato, che il carisma ha la sua origine in Cristo, ed è dunque a servizio di lui, dall’altro, che il carisma è dato per il bene comune, e dunque, in qualche modo, deve essere capace di “spogliarsi di sé”, per vivere in funzione del bene di tutti.

 

Questa capacità di “spogliamento” cozza contro la nostra natura. Con le migliori intenzioni, si cerca di affermare la propria identità fino alla sottile concorrenza, dichiarata o dissimulata. Può capitare che alla base delle attività anche più spirituali, pur con la bocca piena di Cristo, si miri non tanto agli interessi di Cristo, quanto a quelli del proprio ordine, della propria congregazione, del proprio movimento. La cosa emerge spesso nel modo con cui si configura la promozione vocazionale, quando si svolge non con l’unico desiderio di cogliere la voce di Dio su una persona, aiutandola a vivere la propria vocazione quale che essa sia, ma piuttosto con l’intento di reclutare in ogni modo persone per il proprio gruppo.

 

Alla tentazione dell’auto-referenzialità si aggiunge spesso quella di una marcata indipendenza programmatica e operativa, che non sempre tiene conto del buon ordine ecclesiale, soprattutto nel rapporto con la vita delle Chiese particolari in cui si opera. Allora ordini, congregazioni, movimenti tendono a diventare un mondo a sé. La comunione esige condivisione, cammino comune, sintonia e sinergia. Naturalmente spetta ai pastori assicurare ordine, secondo l’esempio di Paolo in 1 Cor 14, ma rimanendo sempre attenti a non “spegnere lo Spirito” (cf. 1 Ts 5, 19).

 

L’agape, anima della comunione

 

Il discorso paolino sui carismi in 1 Cor 13 si conclude non a caso con il grande manifesto dell’agape. Dovendo mettere ordine tra i carismi, Paolo addita la carità come il carisma più grande, il carisma dei carismi: ogni carisma esercitato senza carità sarebbe “nulla”. È questo il concetto che, con esemplificazioni paradossali, l’Apostolo esprime in 1 Cor 13, 1-7: persino la fede che trasporta le montagne è “nulla”, se non è accompagnata dalla carità!

 

A dispetto delle mille scorciatoie che insidiano la pratica della carità, facendone una pseudo-virtù vaporosa e sentimentale, capace di grandi dichiarazioni universalistiche e incapace di concretezza e di vero dono di sé, Paolo intesse il grande inno, a base di atteggiamenti concreti, nei quali la carità si invera, diventando il contrario di ogni tendenza egocentrica ed espressione di un vero “dimenticarsi” per amore dell’altro: è la carità che “non cerca il proprio interesse”, e pertanto rifugge da orgoglio, invidia, auto-referenzialità, per fare dell’altro la misura del dono di sé.

 

Questo discorso riguarda certo, in prima istanza, le persone, ma non può non riguardare anche le “appartenenze”. Una classica tentazione dei gruppi – anche di congregazioni religiose e movimenti ecclesiali -, è sentire questo ideale paolino come un cammino delle persone, non altrettanto perseguito come ideale del gruppo. Può capitare, così, che degli ordini religiosi siano formati da persone individualmente molto povere, ma che la povertà non sia abbastanza visibile nelle scelte istituzionali della propria comunità religiosa.

 

Altrettanto può capitare con le espressioni “identitarie” che qualificano ogni singolo gruppo: si pensa che, a rinunciare al primo posto, a non primeggiare con lo sventolio della propria bandiera, a non procurarsi la maggiore visibilità mediatica, si faccia quasi un torto al proprio carisma. Si possono così registrare situazioni in cui persone che pur sono sante, se si guarda alla loro vita personale, restano anch’esse vittime dell’orgoglio di gruppo, magari ammantato di devozione.

 

Bisogna riconoscere che il discernimento, in questa materia, non è facile: umiltà e carità non possono infatti significare condannarsi all’invisibilità, dimenticando che i doni di Dio vanno riconosciuti e testimoniati: “[Non] si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5, 15). L’atteggiamento di Maria, nel Magnificat, resta esemplare: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata… Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1, 48-49). Ogni congregazione o movimento è un dono di Dio, rispetto al quale quanti lo hanno ricevuto devono esprimere anche riconoscimento aperto e grato e hanno dunque il dovere di assicurargli la visibilità necessaria, perché possa sprigionare la propria forza a servizio di tutti.

 

Il crinale tra l’orgoglio di gruppo e la responsabilità testimoniale è spesso labile e impercettibile. Richiede un discernimento comunitario spesso faticoso, esige tanta onestà mentale e spirituale. La posta in gioco non è tuttavia di poco conto. Anche nell’incontro tra carismi, nell’apertura reciproca tra ordini, congregazioni religiose e movimenti ecclesiali, resta il grande ideale della prima comunità cristiana: “Erano un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32). I beni degli uni devono essere sentiti come beni di tutti.

 

Per una comunione reale e profonda, l’incontro non può non farsi all’insegna di quella carità che ha la sua misura piena nella “kenosi” di Cristo, come direbbe Paolo (Fil 2, 7): lo spogliamento totale per farsi servi degli altri. È questo l’amore che permette ai discepoli di Cristo di essere “riconosciuti” (“da questo tutti sapranno”: Gv 13, 35), l’unità che manifesta Cristo e consente al mondo di riconoscerlo come inviato dal Padre: “Siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23).

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