In Bolivia vince Luis Arce del partito di Morales

Sebbene lo scrutinio delle elezioni presidenziali avanzi a rilento, le proiezioni assegnano già un’ampia vittoria a Luis Arce, candidato del Mas, il partito dell’ex presidente Evo Morales, in esilio in Argentina. Anche la presidente ad interim Jeanine Áñez ha riconosciuto il vincitore. Resta da ricucire lo strappo tra le diverse anime del Paese
Luis Arce, presidential candidate for the Movement Towards Socialism (MAS) party, talks during a press conference after general elections in La Paz, Bolivia, Monday, Oct. 19, 2020. (AP Photo/Juan Karita)

Sebbene non si tratti di risultati ufficiali e definitivi, tutto indica che Luis Arce, candidato del Mas, sarà il nuovo presidente della Bolivia. Questa volta le urne hanno smentito i sondaggi, che preconizzavano un testa a testa tra Arce e l’ex presidente Carlos Mesa di Comunidad Ciudadana (CC). Invece Arce avrebbe staccato Mesa di 20 punti o più, superando il 50% dei suffragi. Pertanto non ci dovrebbe essere il secondo turno. Alcune proiezioni assegnavano il 52-53% dei voti a Mesa, mentre si sarebbe attestato attorno al 30%. La stessa presidente ad interim Jeanine Áñez, pur indicando che non si tratta di dati ufficiali, ha riconosciuto la vittoria di Arce e gli ha fatto i suoi complimenti. Le proiezioni indicano che Luis Camacho, candidato della destra estrema, resta staccato attorno al 13/14%.

La giornata elettorale si è svolta domenica 18 ottobre senza tensioni sostanziali, nonostante le comprensibili difficoltà per realizzare le elezioni politiche in mezzo alla pandemia di Covid-19. Circa 7,3 milioni di persone erano abilitate al voto, su una popolazione totale di 11,3 milioni di abitanti. Ma non ci sono dati sull’affluenza alle urne, che in genere è dell’80/85%. L’uso delle mascherine e le misure sanitarie non sono state rigorose, come si auspicava. In questi mesi 140 mila persone sono risultate positive e 8.400 hanno perso la vita a causa del virus. Attualmente i contagiati sono scesi da una media di 1.300 al giorno a circa 200.

Sabato il tribunale elettorale ha scartato il ricorso al primo conteggio rapido, fatto solo sui totali da correggere durante lo scrutinio effettivo, dopo aver constato errori nel sistema, per evitare errori e sospetti. L’anno scorso il conteggio si fermò in modo poco chiaro per 20 ore, e quando fu ripreso produsse un risultato a sorpresa che diede fuoco alle polveri delle proteste. Evo Morales, che fino a quel momento poteva sperare soltanto di accedere al secondo turno perché superava di poco il 40%, otteneva un recupero importante, accumulando con un pugno di voti i dieci punti di vantaggio che gli assegnavano la vittoria immediata. A partire da quel momento, la situazione iniziò a precipitare. Per le fazioni in campo non c’erano dubbi: per il Mas si era trattato di un tentativo di golpe, al quale si era prestata l’Organizzazione degli Stati Americani; gli oppositori di Morales accusavano il Mas di brogli elettorali per mantenersi al potere. Le indagini successive hanno rilevato irregolarità ma non brogli. Di certo però un vizio di origine c’era: la partecipazione di Morales a quelle elezioni era frutto di una scandalosa manipolazione del dettato costituzionale, che chiaramente gli impediva di ricandidarsi.

Supporter presidente Arce. (AP Photo/Martin Mejia)
Supporter presidente Arce. (AP Photo/Martin Mejia)

I risultati di domenica 18 ottobre sembrano confermare che, paradossalmente, la pietra d’ inciampo di questo periodo contestato sia stata proprio Morales: un anno fa il Mas stentava ad ottenere il 40%, oggi supera il 50% dei voti, ma con un candidato diverso. Arce è stato Ministro dell’economia e della finanza pubblica durante quasi tutta la presidenza Morales, e gli è stato attribuito un ruolo chiave nella crescita spettacolare dell’economia boliviana tra il 2006 ed il 2017. Luis Arce, il nuovo presidente, è infatti un economista, è stato funzionario della Banca centrale e docente universitario.

Le urne confermano anche quanto sia stato in certo modo innaturale il governo di transizione di destra affidato alla Áñez, con momenti critici in cui la gran parte dei deputati del Mas, a causa di diversi incidenti, temevano per la loro sicurezza. Pur rappresentando il gruppo parlamentare più numeroso (25 senatori su 36 e 86 deputati su 130), per la loro assenza dall’aula Janine Áñez si era attribuita la presidenza ad interim facendone una questione di linea di successione, pur rappresentando un’esigua minoranza. Il gruppo al potere in questi mesi di vuoto istituzionale ha tentato di trasformarsi in una forza egemonica, senza considerare le diversità esistenti, prima tra tutte il fatto che il 60% dei boliviani si dichiara di origini indigene. Lo ha dimostrato il plateale giuramento prestato con una Bibbia in mano dalla Áñez nella sede del governo, mandando nel ripostiglio i simboli delle culture indigene. Come dire: noi bianchi e cristiani abbiamo ripreso il potere, evocando così secoli di soprusi e di discriminazioni nei confronti della maggioranza del popolo.

Ma l’aspirazione all’egemonia politica è lo stesso errore commesso dal Mas, pur con la sostanziale differenza, oggi evidente, di poter contare più o meno sulla metà degli elettori.

C’è, dunque, uno strappo da ricucire, quello di una pluralità riconosciuta dalla Costituzione che afferma essere la Bolivia uno stato multietnico, che deve però assicurare la convivenza, e non il dominio, tra le diverse anime del Paese. Si vedrà se Luis Arce sarà capace di farlo.

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