Andando in giro consumati dal fuoco

Un’umanità stanca che continua a marciare, a sbattersi e combattersi, come metafora della condizione umana. Oltre la sua possibile interpretazione di allegoria del vivere la coreografia di Roberto Castello diventa un'esperienza catartica della sua, anche comica, grottesca fatica

Il ritmo è martellante, ossessivo. Una musica techno, un suono, dapprima urtante poi sempre più coinvolgente nel sussulto dei corpi al limite della trance dei 5 danzatori. Una luce fredda scansiona le pareti disegnando tagli geometrici – corridoi, porte, angoli, strade – che salgono e scendono, che aprono e chiudono lo spazio scenico. Tra buio e luce intermittente, i danzatori, sempre in movimento e con la testa e le spalle abbassate come portassero un peso sulle spalle, si posizionano, inizialmente in gruppo simili a zombie, poi scomposti, claudicanti, con posture e gesti sincro e in seguito difformi, scrivendo nei loro corpi di tuniche nere brevi spot del vivere quotidiano. Quello che genera affinità, desideri, conflitti, violenze.

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In girum imus nocte et consumimur igni (Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco) – titolo dall’enigmatico detto latino –, firmato dal coreografo Roberto Castello della compagnia Aldes, prende ispirazione dall’omonimo film di Guy Debord del 1978. Il regista, scrittore e filosofo francese, usava immagini statiche per far progredire il discorso sui meccanismi della società dello spettacolo e del consumismo, e scriveva: «Ma niente traduceva questo presente senza via d’uscita e senza riposo come l’antica frase che ritorna integralmente su sé stessa, essendo costruita lettera per lettera come un labirinto da cui non si può uscire, di modo che essa accorda così perfettamente la forma e il contenuto della perdizione: “Giriamo in tondo nella notte e siamo consumati dal fuoco”».

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Castello trasfigura quel senso di perdita, l’inesorabile passare del tempo, l’alienazione e l’oppressione dell’individuo nella società moderna, l’odio e l’egoismo che ci portiamo dentro, con una coreografia costruita come un meraviglioso dispositivo scenico, dentro il quale ci cattura. La sua è una danza cinetica tesissima, rigorosa, cinematografica, con sprazzi grotteschi. Mentre una voce meccanica, come un ordine, ripete e avvisa che la fine è vicina – “the end is near” –, gli interpreti in marcia si distribuiscono frontalmente, laterali, di spalle, in un continuo vagare notturno che li sorprenderà smembrandoli.

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Da un’umanità collettiva si passa all’individuo; e intanto s’intrecciano, si ostacolano, si sgambettano, si torturano, si trascinano, si bloccano. La reiterazione, tra contrazioni e fluidità, trova cambi di gesti con ondeggiamenti del busto, disarticolazione dei muscoli, ghigni, mani sugli occhi, braccia penzoloni, rotolamenti a terra, mentre la spossatezza si impadronisce dei corpi, ma senza cedimenti. Spettacolo avvincente che, concepito nel 2015 e vincitore di numerosi premi – fra cui la menzione speciale teatro-danza al BeFestival di Birmingham – continua a mietere consensi, e offrirsi al pubblico.

“In girum imus nocte et consumimur igni”, di Roberto Castello, in collaborazione con la compagnia; con Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano, luci, musica, costumi Roberto Castello, costumi realizzati da Sartoria Fiorentina, Csilla Evinger. Produzione Aldes. Ad Arezzo, Teatro Mecenate, l’8/12; a Napoli, Piccolo Bellini, il 14 e 15/12.

 

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