È giusto che un regista manipoli le storie, anche confidenziali e personali, di gente che conosce, per decidere di servirsene e girare un nuovo film, lui che è stanco, alcolizzato, senza ispirazione: servito dal compagno timido e dall’amica-segretaria Monica di cui appunto conosce le vicende? Lui, Raùl, pensa che sia legittimo.

Locandina del film
C’è poi la regista Elsa, pubblicitaria dopo due film “cult” (visti cioè da quasi nessuno, come si dice crudelmente), che ha scoperto il pompiere Bonifacio per un servizio fotografico di biancheria intima, ma che sta male, sopraffatta dal rimorso per non aver assistito la madre morente. Si dedica ad aiutare l’amica Natalia che ha perso un bambino in un incidente (guidava lei), e a risollevare la sorella, vittima di un marito che la tradisce e che lei non riesce a lasciare.
Sono due storie parallele: quella del regista Raùl (cioè Almodòvar) e quella di Elsa che si intrecciano e si rimandano l’una all’altra, la seconda retrodatata al 2004 con costanti “dialoghi” narrativi sullo schermo.
Nessuna confusione. I due racconti procedono con un ritmo armonico serrato, senza contrapposizioni o sovrapposizioni. Il dolore è presente in ogni personaggio delle storie, difficile da accettare e superare, risolto forse con il suicidio o con la psichiatria, ma che non passa. È il dolore della madre “orfana” del figlio – una scena di commossa poesia si svolge al ristorante quando lei vede un bellissimo bambino, che non è il suo ‒, di Elsa con la madre, della sorella e del regista Raùl (Almodòvar) ‒ un attore brizzolato che gli somiglia ‒, in crisi e che non riesce a trovare l’ispirazione, né la voglia di vivere. Perché per lui la vita senza cinema non esiste. Lui non è nessuno, nemmeno per sé stesso, chiuso nell’egocentrismo.
Rimpianti ce ne sono: Madrid è cambiata, i locali notturni pure, l’amore va e viene come le amicizie: Elsa non ama troppo il giovane pompiere e le feste lussuose le causano stanchezza e noia. Intanto, Raùl ascolta le storie di Monica, se ne innamora ‒ qui sta la svolta del film – e senza accorgersene le vampirizza, dimenticando la personalità di Monica con cui lo scontro si fa violento. Egli sfrutta gli altri per sé stesso: Monica lo mette di fronte alla verità in una scena di sincera commozione.
Il film diventa così una sorta di tragicommedia amara dagli innumerevoli spunti riflessivi e dalle bellezze paesaggistiche ritratte con uno stile onirico: i monti che si allineano nel cielo grigio, le terre lunari della località dove Monica passa il Natale, le feste luminose madrilene, accecanti e vuote. E in esse il paesaggio umano: vesti, corpi, volti, sentimenti. Perché Almodòvar li ritrae: dal locale dove il giovane Bonifacio fa lo stripper, agli interni semplici o fastosi, dalla malinconia ai silenzi, allo strazio di dolori che non cessano, all’innocenza dei bambini ignari della fatica umana, al ticchettio della scrittura che parla da sé.
Ma soprattutto il film centra la paura della morte, non solo fisica ma dell’animo, dei rapporti, tanto che in qualche momento questo sembra un film sulla morte, come la vede, la esorcizza Almodòvar, pauroso di non poter più creare, che per lui vuol dire fare cinema. E lo dice col cuore, capendo il limite dell’arte e del sentimento. L’ispirazione arriverà, forse, ma sarà grazie al dolore. Da non perdere.
