African Metropolis e Road to Justice

Due mostre per immergersi nella storia e nel presente del continente africano attraverso gli occhi dei suoi artisti. Al Maxxi di Roma fino al 4 novembre e al 14 ottobre

Vagando. Appartenendo. Riconoscendo. Immaginando. Ricostruendo. Sono le 5 parole che guidano “African Metropolis. Una città immaginaria” la grande mostra sull’Africa allestita al Maxxi di Roma dal 22 giugno al 4 novembre. Opere di 34 artisti contemporanei, su supporti e materiali non tradizionali, spesso vere e proprie istallazioni. Si comincia con un salone-biblioteca: comodi puff e scaffali costruiti con cassette di Coca Cola diventano l’approdo per il primo sguardo sul continente. Narrativa, libri di viaggi, cucina, architettura: una porta per entrare dolcemente in un mondo parallelo, un po’ visionario, un po’ immaginario, come dichiarato dai curatori della mostra che tentano di creare una possibile “città delle città”, intrecciando lingue, colori, suoni, materiali e immagini.

 

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Si passa poi dalle fotografie (stampate sui supporti più diversi: cianotipi, stampa digitale su carta da parati, dias proiettate su telo, c-print), a tecniche miste di pittura o costruzione, a stampa fotografica su legno, come nell’opera Falling Houses: case a testa in giù che pendono dal soffitto, che evocano oggetti di uso quotidiano tra architetture domestiche e bancarelle di un mercato. Opere in tessuto, come Alep, Aleppo ritratta, o cucita, nel Bazin tessuto tipico del Mali, che denuncia il destino di questa città ricca di storia. Denuncia politica, tensione tra tradizione e innovazione, elementi che rimandano alla città, fanno da sfondo a tutto il percorso che trova un momento di particolare intensità nella foto di un moderno “Mercante di Venezia”. Ritratta in un palazzo veneziano, una figura maschile si impone con i suoi colori forti e il suo contrasto: appartiene a un musicista senegalese, costretto ad accettare qualsiasi lavoro per sopravvivere. Una sfida dell’autore angolano, Kiluanji Kia Henda, a rileggere la presenza dei venditori ambulanti africani che popolano i luoghi turistici di tutta Europa. Così come ci sfida la Moltiplicazione di pasticcini al largo di Lampedusa, del sudanese Hassan Musa: il dipinto su tessuto denuncia il contrasto tra l’abbondanza di cibo in Europa, la povertà materiale dei profughi e quella morale degli europei, mentre nell’indifferenza dei più si consuma ancora la tragedia nel cuore del Mediterraneo.

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African Metropolis trova un’ideale continuazione in un’altra mostra, allestita sempre al Maxxi, in contemporanea: è Road to Justice. Qui le voci artistiche si fanno espressione di una riflessione sulla storia, l’identità, la memoria, attraversando in pieno un passato doloroso. Si affrontano il tema della schiavitù e della segregazione, dei movimenti di liberazione e le migrazioni, fino al post-apartheid e al tentativo di trovare una propria via allo sviluppo.

Tra le due mostre c’è anche lo sguardo del viaggiatore/artista europeo o bianco, che si posa su porzioni di umanità in terra d’Africa, un invito – espresso anche dalle parole della pittrice Marlene Dumas – ad andare oltre alle categorie di bianco/nero, africano/non africano: «Come artista, non raffiguro l’esplicita sofferenza degli altri, e credo di trattare i colori in modo ugualmente strano. Eppure sono stata accusata di traffico di miseria, e di essere “una bianca specializzata nel dipingere neri”; perché spesso realizzo opere scure di figure indeterminate di origine non specificata. La critica bianca ordinaria sembra percepire, e quindi descrivere, tutto ciò che non è proprio bianco come nero», sono le parole della Dumas, sudafricana che vive e lavora ad Amsterdam, autrice di un intenso Black Jesus Man.

Nel percorso trova spazio anche Afropolitan, un progetto di mediazione interculturale che favorisce ai visitatori la conoscenza diretta di giovani africani, di seconda generazione e non. La parola indica – sulla falsa riga di cosmopolitan – chi conosce e ama il Continente e offre momenti di scambio a partire dalle esperienze di vita.

In un momento in cui il nostro Paese sembra fare un passo indietro nella chiusura e nella paura dell’altro, African Metropolis e Road to Justice offrono un ponte tra culture, un arricchimento e un’apertura di orizzonti che può solo farci bene.

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