A beautiful mind

Figura quanto mai interessante quella del protagonista, il matematico John Nash affetto da schizofrenia e, tuttavia, vincitore del premio Nobel nel ’94 per la sua teoria dei giochi, destinata a trovare applicazioni in molteplici campi, dall’economia alla fisica. La storia di cinquant’anni di vita, semplificata di alcuni fatti ritenuti non essenziali, è in grado di farci penetrare nell’animo di questo professore tormentato, attraverso un linguaggio semplice, ma a suo modo originale. Ci porta in un mondo interiore, dove la realtà e la follia sono mescolati insieme, non diventando mai banale, grazie anche alla buona interpretazione di Russell Crowe nei panni dell’uomo d’intelligenza superiore, ma emotivamente vulnerabile. Il geniale ricercatore percepisce collegamenti astratti, eppure reali anche se nascosti a tutti. Ma insieme a questi, le difficoltà dei suoi rapporti con gli altri assumono, nella sua immaginazione, le sembianze di personaggi minacciosi, che materializzano le paure americane degli anni della guerra fredda. Rifiutando le medicine che lo intontiscono, sceglie di lottare con la volontà, aiutato dalla moglie, che gli resta vicino con affetto concreto. Qui sta il punto forte del film. Il matematico entra in una logica diversa, quella delle “equazioni dell’amore “, come egli stesso spiega durante l’assegnazione del Nobel. Superata la paura, accetta le figure negative delle allucinazioni e inizia a dialogare con loro dolcemente. Quasi domate, esse diventano presenze tranquille, non più nocive. È una conquista capace di dare senso ad una vita piena di difficoltà, più preziosa perfino della scoperta matematica. Forse è proprio l’evidenza gioiosa di questa riflessione, ispirata dalle ultime scene, a lasciare lo spettatore convinto, facendogli superare il sospetto che ci sia solo lo scopo commerciale dietro al finale lieto e un po’ commovente. Regia di Ron Howard; con Russell Crowe, Jennifer Connelly.

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