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Cultura > Cinema

“Il cliente” di Farhadi

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Premiato a Cannes nel 2016, è un film da non perdere del regista iraniano

Una immagine di scena del film ‘The Client’ (Il cliente), di Ashgar Farhadi. ANSA/UFFICIO STAMPA

A differenza di altri colleghi, il regista Asghar Farhadi è rimasto nell’Iran. Attento a non urtare troppe sensibilità in un Paese che viaggia tra passato e futuro, è deciso a continuare a fare film, anche in patria. Dopo i trionfi, a Berlino e agli Oscar, nel 2011 con Una separazione, ora presenta il suo lavoro n. 7, cioè Il Cliente, premiato a Cannes nel 2016 per la sceneggiatura e il miglior attore. Farhadi è un maestro nel raccontare i thriller dell’anima umana, le cose più nascoste e più difficili. Lo fa con una narrazione per nulla eclatante, direi per “accumulo”. Nel senso che ad ogni scena, minuziosamente curata nei gesti, nei corpi e nei dialoghi, ne segue un’altra che rimanda alla precedente, ma per sottintesi, e non mostra tutto: si fa intuire più che descrivere. Ed il racconto che all’inizio è lento, poi accelera a metà film per esplodere in un intreccio di silenzi, sguardi, corpi.

Nel Cliente accade tutto questo. La storia  è semplice. Siamo a Teheran, dove il regista è tornato a girare. Emad (Shahab Hosseini) è un bravo professore amato dagli studenti e Rana (Taraneh Alidoosti) è sua moglie: sono giovani, lavorano in una compagnia teatrale che sta allestendo Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Devono cambiare casa perché il loro condominio va a pezzi (le nuove costruzioni a Teheran…) e con l’aiuto di un amico trovano un appartamento modesto, vicino ai grattacieli tutto specchi (il regista nota sempre il contrasto in patria tra vecchio e nuovo). I vicini non sono troppo cordiali: in quella casa viveva una prostituta, c’erano uomini in giro…

Una sera, suona il campanello: Rana crede sia il marito, apre e va in bagno. Il regista mostra solo la porta di casa aperta, poi passa subito all’ospedale con la donna insanguinata e sotto choc. Cosa è successo? Chi è lo sconosciuto che è entrato e l’ha aggredita? Le domande tormentano il marito, tanto più che Rana si rifiuta di denunciare l’aggressione e non ne vuole parlare. Ha paura di tutto. Naturalmente, quando la sera la coppia è in scena, a teatro, le emozioni, le tensioni sono evidenti: il teatro sulla scena non può separarsi dal teatro della vita, gli attori sono uomini e donne con i loro sentimenti. Il racconto si raggomitola: da una parte i vicini che dicono tutto agli amici della coppia, che invece vorrebbe tenere il segreto, dall’altra la coppia stessa che fatica a ritrovare la calma. Lui è amoroso, gentile, lei sfuggente, impaurita.

Poi, le cose cambiano. Lui comincia una indagine segreta sull’aggressore. Si indurisce, vuole la vendetta. Lei invece riesce lentamente a uscire dallo choc, vorrebbe dimenticare e perdonare. Lui trova la macchina che l’aggressore, impaurito, ha lasciato presso la loro casa, e scopre il cliente. La cecità della vendetta avanza a passi giganteschi nell’uomo, che diventa pesante anche a scuola, duro e implacabile con “il cliente”, che umilia all’estremo. Lei rifiuta la vendetta. Tutto è faticoso nella coppia: parlarsi, guardarsi, le stanze vuote, oppure zeppe di cose, una rampa di scale che pare non finire mai, porte che sui chiudono, locali che si fanno claustrofobici come i camerini del teatro. La complessità dell’animo umano, dei rapporti interpersonali, il dialogo difficile tra scene e vita, tutto viene raccontato per sfumature rapide, vuoti di parole o durezze impensabili. La narrazione iniziata con lentezza come fosse una ouverture di un dramma, poi si attorciglia con le cadenze di un thriller, ma pure si semplifica perché  giunge alla domanda fondamentale: è giusto perdonare o meno, vendicarsi o no, per quanto faticoso possa essere?

Farhadi è un maestro nell’indagine dei sottintesi nei sentimenti  umani e delle loro inaspettate reazioni, avvincendo come pochi in questo film-thriller dove ogni dettaglio è studiato – una tavola preparata, un camerino disordinato, una crepa sul muro – ed ogni mossa degli attori scolpita come fosse una prima volta. Da non perdere certamente.

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