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Persona e famiglia > Sport

Arriba Colombia

di Giovanni Bettini

- Fonte: Città Nuova


Nairo Quintana vince il 97esimo Giro d’Italia. Alle sue spalle il connazionale Rigoberto Uran Uran e il nostro splendido Fabio Aru, un segnale dal futuro che disegna nuovi orizzonti

Nairo Quintana

«Per una buona fame, non c’è pane cattivo», recita un antico proverbio del Sud America. Da queste parti i grandi spesso partono dal basso. Soffrono e vivono come noi, a volte più di noi, poi aprono le ali e fanno “quel salto”. Oltre, cogliendo l’occasione e le situazioni. I grandi spesso hanno patito la fame. Una fame da frigo vuoto, quando c’è il frigo, quando va bene. Una fame interiore di riscatto, voglia d’arrivare e giocarsela alla pari per dire: «Ci siamo anche noi».

È anche questa la bellezza della vita e di un podio del Giro d’Italia. Mai nella storia un colombiano sul gradino più alto del podio. Mai nella storia due colombiani sui due gradini più alti del podio. Maglia rosa è Nairo Quintana, 24 anni, da Cόmbita, dipartimento di Boyacà. Un paesino che sorge a 2.800 metri sul livello del mare che per noi italiani equivale a vivere una vita perennemente al passo dello Stelvio più qualche metro. Nairo Quintana, l’indio. Quello troppo povero per andare a scuola con l’autobus e allora ogni giorno 32km in bicicletta. E non era pianura. Nairo Quintana, quello che ha iniziato vendendo la frutta al mercato del suo rione ed è diventato grande attaccando sullo Stelvio, in discesa, durante la 16esima tappa con arrivo a Val Martello. Tra la pioggia ghiacciata e la neve schivando le polemiche perché le comunicazioni via radio in corsa avevano lasciato in trasparenza un accordo di non belligeranza per preservare le condizioni dei ciclisti, già messi a dura prova dal meteo.

Stelvio o no Quintana è stato in ogni caso il più forte. Più efficace perfino di Rigoberto “Ciccio” Uran Uran e della sua stravagante simpatia condita da un sonoro sorriso perché il sorriso è “quella linea curva che raddrizza ogni cosa”. Perfino la crudeltà di una vita che ti ruba il padre a 14 anni per colpa delle pallottole vaganti dei narcos obbligandoti a vivere un’adolescenza in strada vendendo biglietti della lotteria per portare avanti la famiglia. Tradotto in spiccioli: uscir di casa alle sette di mattina per andare a scuola e rientrare alle dieci di sera. Sempre con la pancia piena però, grazie alla generosità della gente.

Storia diversa, forse più ricca, ma fatta comunque di patimenti anche quella del nostro Fabio Aru, sardo di Villacidro, provincia del Medio Campidano (esiste anche questa), 24 anni il prossimo 3 luglio. Uno che al Giro in 21 giorni è riuscito a sostituire le bandiere delle Lega Nord con quella dei Quattro Mori. Uno che il Giro prima o poi e non molto tardi lo vincerà. Aru che prendeva l’aereo il venerdì sera, atterrava a Bologna per correre nel fine settimana rientrando a Cagliari la domenica perché il lunedì c’era il liceo classico. Con la vittoria a Plan di Montecampione sulle orme di Pantani ed il terzo gradino del podio, Fabio è la maglia rosa della “Giovane Italia” under 24 che ha visto pure i successi di Ulissi, Canola e Battaglin. A loro il futuro, i possibili trionfi e una parte delle nostre speranze.

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