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Persona e famiglia > Sport

Doping. Come, dove, quanto

di Giovanni Bettini

- Fonte: Città Nuova


Il ministero della Salute ha pubblicato i dati relativi all’attività della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping nel primo semestre del 2013. Nelle discipline poco monitorate la percentuale di atleti positivi va oltre i livelli di guardia

Il doping nello sport

Il doping, la fenomenologia del trucchetto applicata allo sport. Truccare sangue, muscoli e tendini alla stregua di un’auto da corsa libera di viaggiare in città. Il doping esiste e resiste. Purtroppo, forse, esisterà sempre e a dirlo sono sempre gli stessi atleti quando si mettono da parte gli ideali per guardare in faccia la realtà. “Funziona così, ci sarà sempre quello che nella vita vuole barare”, dicono loro che lo sport lo fanno. E come si fa a dar torto? Nonostante tutto e tutti, nonostante gli scandali, i processi e le testimonianze, nonostante le dichiarazioni e le verità coperte, scritte sui libri ritirati dal circuito delle vendite perché “scomodi”, l’abitudine del trucchetto pare non essere passata di moda.

Il Ministero della Salute ha pubblicato infatti i dati relativi all’attività della Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive. Qualche sorpresa c’è a guardare i numeri. Il quadro generale è questo: 778 atleti controllati (497 maschi e 281 femmine), in 181 manifestazioni sportive nel semestre gennaio-giugno 2013 con il ciclismo che si aggiudica la medaglia d’oro di sport più controllato con a seguire calcio ed atletica leggera. Poche novità direte voi e invece l’allarme scatta spiluccando tra i numeri per scoprire che kickboxing, canottaggio, rugby e body building a fronte di un numero esiguo di controlli (36 in totale) hanno registrano percentuali di atleti positivi che oscillano tra il 12,5% e il 16,7% del body building.


Non è difficile capire quindi dove andare a mettere l’accento anche se le risorse sono quello che sono soprattutto in questo periodo dove il denaro è merce rara. Negli ultimi tempi le iniziative per promuovere uno sport pulito si sono moltiplicate, ma forse non hanno avuto l’effetto sperato. Al di là dei simboli e di una borraccia trasparente regalata, accantonata nel ripostiglio e dimenticata in fretta, serve da parte delle istituzioni l’impegno a garantire un’adeguata educazione sportiva ai nostri ragazzi che comprenda il giusto insegnamento regole del gioco, ma anche e soprattutto un’adeguata percezione di sé stessi e del proprio corpo in particolare durante la fase di crescita. Forse non servono nuove e farraginose iniziative popolari di sensibilizzazione. Basterebbe mettere in vetrina il lavoro silente di tanti allenatori di provincia che senza vivere sulla pelle dei ragazzi fanno capire loro i veri valori dello sport tra mille difficoltà. Serve una rinnovata prospettiva che sia in grado di prendere le distanze dal business e dall’ipocrisia. “Dopo la partita – disse l’allenatore scozzese Tommy Docherty – un funzionario mi chiese di sottoporre due miei giocatori all’antidoping. Io risposi di fare l’antidoping all’arbitro”.

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