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Cultura > Musica

Muti e il papa

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Un concerto di musica sacra con pezzi di Verdi e Vivaldi per festeggiare i sette anni di pontificato di Benedetto XVI, offerto da Giorgio Napolitano

Concerto per il papa

Per festeggiare i sette anni del pontificato di papa Ratzinger, Giorgio Napolitano ha offerto al papa un concerto nell’aula Paolo VI lo scorso 11 maggio. Pubblico foltissimo, ovviamente, anche se non troppo abituato al rispetto necessario quando si ascolta musica (applausi fuori luogo).

 

Ratzinger, lo si sa, è musicista dal palato fine. Così Riccardo Muti, insieme ai complessi dell’Opera di Roma, ha scelto Vivaldi e Verdi. Musica sacra, beninteso. Il “Magnificat” di Vivaldi, per chi lo conosce, è un gioiello di tale bellezza che a ogni ascolto ci si rivela qualcosa di nuovo. Il “prete rosso” è uomo dalla fede ardente, al di là dei cliché che lo vedono solo come l’autore delle fortunate “Quattro Stagioni”. Tanto da far dire allo scanzonato e caustico Stravinskji una volta: “Vivaldi? Ha scritto 300 volte lo stesso concerto!”.

 

In verità, Vivaldi nel “Magnificat” manifesta una fantasia zampillante, una pietas e quel tocco tipicamente veneziano di calore e di amore che fa davvero commuovere. Anche perché Muti accarezza la musica, la solleva e l’impone, insieme al canto squisito del contralto Daniela Barcellona.

 

Quando poi si passa al Verdi dei “Pezzi Sacri”, cioè dello “Stabat Mater” e del “Te Deum”, l’atmosfera vira decisamente verso altri lidi. È un Verdi pluriottantenne che ricerca l’antico, e mai sospeso, colloquio con Dio. I balzi e i ruggiti del leone ci sono sempre, e la scansione drammatica viene fuori di continuo, con quel melodiare disteso, implorante e accorato in cui chiunque riconosce la cifra umana del compositore.

 

Ma qui Verdi si solleva in alto, soprattutto nel finale del “Te Deum” con quel mi lunghissimo, tenuto dal coro e dall’orchestra, lieve come un volo. È l’ultima nota scritta da Verdi ed è un volo verso l’infinito. Bellissimo. Muti ottiene un suono “filato” dall’orchestra che ha guidato col consueto piglio: suono estraniante, purificato. Un uragano di applausi per il direttore, i cantanti (anche il giovane soprano Rosa Feola) e la gratitudine del papa che conferisce a Muti una onorificenza, ma soprattutto ha ricevuto come gli ascoltatori, lunghi momenti di contemplazione. La musica non è forse una forma di estasi?

 

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