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In profondità > Spiritualità

Il tempio

di Costanzo Donegana

- Fonte: Città Nuova


Gesù non ha costruito chiese, e non perché non era muratore. Ha frequentato il tempio, ma ha preferito le strade, le montagne, i prati, il lago

Gerusalemme Muro del pianto

Lo ha detto chiaramente alla samaritana: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. (…) Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità» (Gv 4, 21.23).

Un giorno, acceso di zelo violento, entra nel tempio di Gerusalemme e lo ripulisce da quelli che lo profanano. Vuol dire allora che quel tempio è importante per lui? No, perché il commento che lui ne fa orienta decisamente verso un’altra prospettiva.
 

Con un salto di logica tipico del suo pensare, Gesù passa dal tempio di pietra al suo corpo, il tempio vero e definitivo, che darà consacrato con la sua morte e risurrezione: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19).

Il “male della pietra o del mattone” è una delle passioni dei preti, in genere assecondati devotamente dalle loro comunità. Non è male costruire chiese e cappelle. Basta che non diventino surrogato del vero tempio, il corpo del Cristo che vuole morire e risorgere continuamente in tutti gli angoli della terra, anche – soprattutto – in quelli più “profani”, proprio perché sono quelli che lui ha prediletto quando è vissuto fra noi.

 

Il vero culto in questo tempio non è fatto in primo luogo da cerimonie con canti e incenso, ma da persone e comunità che rivivono la Pasqua di Gesù, nell’amore col quale muoiono l’una per l’altra, che le fa esseri risorti, vivi. E così danno a Gesù la possibilità di tornare fra noi e di andare proprio là dove non ci va nessuno.

 

 

 

Riproduzione riservata ©

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