Se la politica fosse sola giustizia rimarrebbe sterile per quei cittadini che fossero vinti nelle competizioni della vita. Viceversa s’integra se interpreta cristianamente l’autorità, quale un servizio perché nasce dalla carità: servizio reso con rispetto alla persona umana e con un senso di dovere assistenziale verso la miseria. Così concepita, la politica si sente responsabile del bene di tutti i cittadini, anche degli ultimi: non si esaurisce a impedire il male, a mantenere l’ordine esterno, ma si sforza di suscitare il bene con un ordine interno, divenendo un’attività supremamente morale e benefica. La politica fuori della legge di Dio si trasforma in una maledizione per gli amministrati: nella legge di Dio diviene un aiuto vigoroso a raggiungere i fini individuali, familiari, professionali.
In quello spirito essa tende al benessere, all’ordine, alla pace: è un’attività pacifica; e – insegna san Tommaso – la vera pace viene direttamente dalla carità e indirettamente dalla giustizia, essendo compito di questa eliminare gli ostacoli alla pace; mentre la pace è propriamente un’applicazione della carità.
Nella vita pubblica la carità esclude l’egoismo del tenersi in disparte: fa a ciascuno un dovere di assistere lo Stato, la comunità; diviene carità di patria; e vede l’interesse nazionale non come una categoria esterna, ma come interesse comune, in cui sono inclusi i destini delle rispettive famiglie e persone. La politica così da palestra di risse, diventa gara di servizi coi quali serviamo ai fratelli e a noi stessi.
Uno Stato senza spirito, – potrei dire: uno Stato senza Chiesa, – e, in tutti i casi, uno Stato non animato dal principio posto da quella carta costituzionale che è il comandamento nuovo, – dell’amore, – diventa, per una umanità cresciuta al livello della giustizia cristiana, uno Stato poliziotto, una bardatura burocratica, un cadavere sontuoso. Sono stati possibili i genocidi, le deportazioni spettacolari, i campi di concentramento, i lavori forzati, perché nelle strutture e negli uomini responsabili non agiva – non agisce – l’amore: agisce quello che san Girolamo chiama l’avversario dell’amore, e cioè la paura; e con la paura un calcolo puramente animale, egoistico, irrazionale.
Senza amore, il rapporto tra i popoli è determinato dalla paura: e la paura si traduce in corsa pazza agli armamenti, per i quali i popoli prima si svenano finanziariamente poi fisicamente. «Ma – dice il Papa – il legittimo e giusto amore verso la propria patria non deve far chiudere gli occhi sulla universalità della carità cristiana, che fa considerare anche gli altri e la loro prosperità nella luce pacificante dell’amore». Tant’è: o la carità o la guerra, sia quella militare sia quella economica.
Avverte san Leandro, amico di Gregorio Magno: «l’orgoglio ha diviso le nazioni, la carità le riunisca». E le riunì, nel Medio Evo, con quella che Salviano chiamò «controffensiva della carità». I barbari erano calati per preda e morte: l’amore li fuse coi vinti a formare una nuova società. E questa forza trasformante agisce sempre.
Igino Giordani I fondamenti del diritto sociale: giustizia e carità, 1961, pp.31-33.