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Italia > Economia e Lavoro

Euralluminia, il presidio degli operai

di Roberto Comparetti

- Fonte: Città Nuova

Fino al 14 aprile una ventina di loro resterà accampato davanti al Consiglio regionale sardo, per sollecitare una soluzione alla vertenza.

operai euralluminia

Fino al 14 aprile una ventina di operai dell’Eurallumina di Portovesme (Sulcis) resterà accampato in tenda sotto i portici del Consiglio Regionale a Cagliari. Da due settimane presidiano l’ingresso dell’Assemblea sarda per sollecitare una soluzione alla loro vertenza.

 

400 lavoratori diretti ed altrettanti dell’indotto sono senza lavoro da due anni, dopo che la multinazionale Rusal ha deciso la chiusura temporanea (così aveva dichiarato) dell’impianto sulcitano. Dopo un anno sindacati, lavoratori e Regione hanno iniziato a sollecitare il governo, privo allora del ministro per le infrastrutture dopo l’uscita di scena di Claudio Scajola, per portare l’azienda al tavolo delle trattative. Lo scorso agosto si è riusciti a riprendere il dialogo con una serie di incontri interlocutori, nei quali era stato definito un piano di riavvio, che passava però attraverso il reperimento di una notevole quantità di olio combustibile (300 mila tonnellate annue) necessario a far funzionare la caldaia dello stabilimento. Questo in attesa della costruzione di un nuovo generatore a tecnologia più avanzata, per il quale esisterebbe già un cospicuo finanziamento della Regione Sardegna (20 milioni di euro). La trattativa si sarebbe arenata perché sia Eni che altre aziende arriverebbero a fornire solo 180mila tonnellate di olio combustibile: ne mancherebbero quindi120mila.

 

Intanto però il tempo passa ed il 31 marzo scatta la cassa integrazione in deroga, che significa ulteriore decurtazione della paga per gli operai. Per questo lavoratori, sindacati e politici del Sulcis si stanno mobilitando. I sindaci del territorio hanno già protestato nei giorni scorsi a Roma di fronte al ministero per lo Sviluppo economico. Lo rifaranno in presidio dall’11 al 14 aprile, a significare una vicinanza delle popolazioni alla vicenda Eurallumina, così come la Regione sarà a Roma in quei giorni, perché – come è stato ribadito dal Consiglio regionale in un ordine del giorno unitario – «la questione Eurallumina non è del Sulcis o dei lavoratori, ma di tutta la Sardegna».

 

Dall’altro capo dell’Isola prosegue l’occupazione da parte dei cassaintegrati Vinyls della Torre Aragonese e delle strutture carcerarie dismesse dell’Asinara, la cui vicenda avrebbe dovuto concludersi nelle scorse settimane. Invece il fondo svizzero – tedesco Gita, interessato all’acquisto degli asset del cloro soda italiano, comprendente gli stabilimenti di Porto Torres, Ravenna e Porto Marghera, non avrebbe ancora versato l’anticipo per poter pagare gli stipendi arretrati degli operai, né chiuso la questione con il reperimento delle risorse necessario all’acquisto degli impianti. «Gli stipendi devono pagarli i commissari. La nostra disponibilità per l’acquisizione delle materie prime di Vinyls Italia si è trasformata in una situazione incredibile, tanto che oggi ci vediamo accusati di non avere rispettato la scadenza per gli emolumenti ai lavoratori. C’è un po’ di confusione». Questo quanto trapelato da ambienti del management di Gita. «Non è vero che Gita non ha i soldi per portare a compimento la complessa operazione. È vero, invece, che ci sono delle difficoltà per smobilizzare risorse finanziarie così consistenti. Iniziativa che richiede tempi diversi da quelli ipotizzati per le scadenze e che, in un primo momento, erano stati ritenuti compatibili con il programma messo a punto con commissari e ministero». Da qualche giorno alcuni operai presidiano una torre a 108 metri di altezza all’interno della zona industriale di Porto Torres, decisi a rimanere fino alla conclusione della trattativa, che per loro significa riavvio degli impianti.

 

Nord e Sud della Sardegna legati dunque da un unico destino: mancanza di lavoro e proteste eclatanti. Benedetto XVI nei giorni scorsi ha incontrato gli operai di Terni, per i quali aveva chiesto «un lavoro sicuro, dignitoso e stabile». È ciò che chiedono anche gli operai sardi.

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