ragionevolezza dei padri della Chiesa che Giordani aveva tanto studiato e che, nella sua testimonianza, confessa di aver ritrovato vivi e incontrabili nell’esperienza di Chiara Lubich e di quel gruppo di giovani venuti da Trento. Credeva fossero degli esaltati, come tanti dopo la guerra, e invece…
Con questa premessa si può comprendere il libro su Igino Giordani e la sua Tivoli introdotto da una presentazione della sociologa Marina Russo nell’incontro a palazzo Valentini, alla presenza di Marco Vincenzi e Ugo Onorati, due ex sindaci di Tivoli e Marino e ora, rispettivamente, assessore e consigliere provinciale. Si tratta della cronaca istruttiva di una tornata elettorale locale, quella del 1957, in cui nella città alle porte di Roma, ma non facilmente collegata allora, si consuma la tipica situazione di stallo del sistema elettivo proporzionale con una maggioranza che non si riesce ad esprimere sommando in maniera utile i vari eletti in consiglio comunale. Il partito comunista, storicamente radicato e prevalente in un contesto industriale con i duemila operai della fabbrica Pirelli e il distretto cartario, sconta il trauma della repressione sovietica in Ungheria. Un suo segretario di sezione, ad esempio, passa direttamente alla Democrazia cristiana e sembrano maturi i tempi per uno sganciamento del partito socialista verso un accordo di centrosinistra.
Un personaggio di grande cultura. Mite, ma determinato, che non aveva avuto timore di esprimere, consapevole di mettere in pericolo la propria rielezione, una posizione scomoda contro la corsa agli armamenti e la logica della divisione nei due blocchi imposta dalla "guerra fredda". Il saggio di Lo Presti, politologo e direttore centro internazionale Igino Giordani, aiuta a contestualizzare e comprendere questa originale scelta politica a favore della pace non riducibile al neutralismo, il suo radicamento in una visione cristiana dell’uomo per cui la guerra «non è nella natura umana, piuttosto è nella logica delle oligarchie siderurgiche, bancarie e militaristiche». In conformità, potremmo notare, con le tesi sull’eliminazione dell’istituto della guerra, avanzate da Luigi Sturzo nel ’29 nel trattato su La Comunità internazionale e il diritto di guerra.
Alla fine, la vicenda narrata da Giorgi si conclude con l’impossibilità di arrivare all’elezione di Giordani per un esito concorde di strategie opposte, che solo chi ha fatto politica diretta conosce bene, non risparmiando ad uno dei padri della Repubblica, che si era esposto solo per spirito di servizio, attacchi ingenerosi e immotivati mentre lo scioglimento del consiglio comunale appena eletto riconsegnerà l’amministrazione della città ad un commissario prefettizio di nomina governativa fino al 1960. Gli anni che saranno cruciali per l’assetto del territorio e gli investimenti legati alle Olimpiadi di Roma.
Ma non si tratta ovviamente di narrare solo un’occasione perduta di sana amministrazione in un comune emblematico, vicino la Capitale, che vide una campagna elettorale locale molto accesa con l’intervento di personaggi quali Ingrao, La Malfa e Almirante. Giordani, non diversamente da un La Pira, richiedeva, infatti, una profonda condivisione di obiettivi senza remore e compromessi. Un esponente politico del posto, in una dichiarazione recente riportata nel testo, significativamente afferma «volava sempre alto e non tutti riuscirono a capirlo allora. Non perché parlasse difficile, ma perché riusciva a vedere le cose da una prospettiva che molti non riuscivano a comprendere. Siamo tutti fratelli amava ricordare».
Probabilmente la fine di questa ultima vicenda politica di Giordani può essere letta in una visione provvidenziale, che lo ha visto consegnato ad una missione di crescita di un movimento a carattere planetario adeguato alla sua grandezza di animo. Ma evidentemente, come avviene nella vicenda di ognuno, tra la straordinaria semina nel mondo degli ideali di fraternità in
politica avvenuti grazie a Giordani e questa città molto amata esiste un legame che, dopo oltre cinquant’anni da quegli eventi, può riemergere.
