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Italia > Società

Lavorare anche il primo maggio

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Centri commerciali aperti, come la domenica. Quali conseguenze della “sovranità delle merci” sul tempo del “vivere comune”?

Ap

«Otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di riposo». Il primo maggio continua a festeggiare simbolicamente questa rivincita di uno spazio di sovranità sul proprio tempo. Un percorso faticoso, pieno di contrasti e mai dato per acquisito. Si tratta di conquiste nate dentro un legame "esistenziale" tra chi ha sperimentato la condizione di lavoratore salariato, padrone solo delle proprie braccia e ricco eventualmente dei figli. Quello che comunemente viene definito "proletario". Una condizione in cui il termine fraternità ha trovato una declinazione possibile («né servi, né padroni, ma fratelli del lavoro»).

 

Venuto meno questo legame, come abbondanti ricerche e studi confermano, rimane l’individuo astrattamente libero e adulto che può decidere di lavorare la domenica, la notte e i giorni festivi. La solitudine nella scelta può diventare perciò non tanto una scelta esistenziale, quanto uno stato di necessità. La rata di un mutuo, una bolletta orami scaduta o le scarpe per il bambino sono elementi non ideologici, che possono spingere a lavorare anche nei tempi del riposo e della festa. Semmai ora l’ideologia dominante è quella di ritenere che non ci sia alcuna alternativa ad una concorrenza spietata, in cui la minima flessione di fatturato può rivelarsi drammatica, e costringere a uscire dal mercato. Siamo dentro il paradosso di vivere "sospesi" tra superlavoro e disoccupazione. Ora ci manca solo il solito sondaggio sull’adesione o meno al lavoro festivo: siete contrari o favorevoli?

 

La maggioranza dei consumatori ha deciso che «è comodo». Ma per chi, per cosa? E il consumatore è un soggetto diverso rispetto alla persona considerata nella sua completezza? In quel tempio della perenne esibizione delle merci che è la riviera riminese, la Commissione pastorale del lavoro della Chiesa italiana aveva proposto, nel 2007, di cominciare a praticare l’obiezione di coscienza della spesa nei giorni festivi. Una leva da parte della domanda che potrebbe funzionare se esercitata anche solo da minoranze virtuose. Soprattutto se si facesse comprendere la necessità di concepire la persona nella sua integralità sociale: bisogna liberare del tempo per non ridurre l’esistenza ad una sola dimensione. Bisogna cioè riuscire a considerare le esigenze di una commessa che, magari, è anche madre. Proprio un recente studio dell’Università di Bergamo sulla condizione dei dipendenti della grande distribuzione organizzata ha confermato come sia questo il settore in cui si richiede la massima disponibilità d’orario. «Flessibilità e irregolarità sono diventate costanti che causano disagi continui, che a loro volta si riflettono nella vita privata, specie per le lavoratrici». Per non parlare della condizione dei precari e dei contrattisti a tempo, in cui ogni assenza anche breve può diventare una scusa per non riconfermare il contratto di lavoro. Con buona pace della libertà e dell’autonomia dell’individuo, che esiste solo come ipotesi, dato che i soggetti più deboli sul mercato del lavoro sono quelli più esposti all’impiego festivo.

 

E non si tratta solo di trovare un giorno compensativo di riposo. Ma di avere, tranne i dovuti casi di necessità, un tempo comune di sospensione dall’attività lavorativa, capace di ribaltare quella gerarchia del produrre e consumare che sta producendo una mutazione radicale sulla percezione persino della propria esistenza. Come registra un istituto di ricerca dell’Unione europea dedicato al miglioramento delle condizioni di vita e del lavoro, la Fondazione di Dublino, chi lavora spesso nei giorni festivi si ammala di più, con frequenti sintomatologie di affaticamento, insonnia e stato ansioso. Arrivando, magari, alla situazione illogica di servizi sanitari essenziali chiusi la domenica, mentre si può comprare di tutto al supermercato. Evidentemente i meccanismi di un certo mercato che si impone sull’essere umano sono costanti nel loro divenire. Ma qualcosa ci è sfuggito di mano. Un equilibrio è stato frantumato e rivedere leggi e contratti collettivi non sarebbe una fatica inutile.  

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