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Italia > Politica

Quanto vale un voto?

di Luigino Bruni

- Fonte: Città Nuova

Luigino Bruni, autore di Città Nuova

Secondo la teoria economica, esaminando i costi e i benefici legati al voto, i cittadini dovrebbero disertare le urne. E’ solo questa la causa dell’astensionismo alle ultime elezioni o ci sono motivazioni di altra natura?

Perché la gente va a votare?

 

La scienza economica non riesce ancora a darci risposte del tutto convincenti a questa domanda. Se seguissimo i soli criteri della pura razionalità economica, quella cioè che ci porta a scegliere in termini di costi e benefici individuali, nessun cittadino razionale dovrebbe recarsi alle urne. Infatti l’impatto che il singolo voto ha sull’esito finale di una votazione politica è molto vicino allo zero, mentre il costo (di tempo soprattutto) è tutto sull’individuo. Se, in altre parole, ciascuno si domandasse “che cosa aggiunge il mio voto alla politica nazionale?” e agisse di conseguenza, dovremmo ritrovarci con seggi deserti.

 

Ma perché allora, in barba alla teoria economica e agli economisti, ancora tanta gente va a votare? Forse perché quando partecipiamo alla vita civile e politica non guardiamo soltanto ai benefici e ai costi individuali e materiali, ma attribuiamo anche un valore intrinseco o etico alla partecipazione politica in sé. Quando Franca deve decidere se recarsi o no a votare, se il costo materiale del voto è 2 (tempo, benzina …), e il beneficio è 0.1 (cioè quanto influirà il suo voto sull’esito elettorale), se lei non considerasse altri tipi di benefici se ne starebbe tranquillamente a casa o andrebbe a fare un gita. Se invece la partecipazione politica le procura per se stessa benessere o felicità, e come se a quello 0.1 aggiungesse un valore immateriale, che, se abbastanza elevato, la fa recare alle urne invece di godere del riposo domenicale. Come possiamo dire allora, da questa prospettiva, sul calo dell’affluenza? Innanzitutto dedurre che questo calo è anche il risultato di un numero crescente di persone ragionano in termini puramente individualistici ed “economici”.

 

Ma possiamo dire anche qualcosa di più. Quando la qualità del dibattito pubblico e la moralità dei politici scendono, quel valore intrinseco e simbolico della partecipazione si riduce nelle persone. E quando scende sotto una soglia critica (per Franca è di 1.9, e ognuno ha la sua “soglia critica”) si può non andare più a votare: “Non vale più la pena”, è un’espressione che dice in estrema sintesi tutto ciò. E anche se Franca ignora quale sia la sua “soglia critica”, se quest’anno non è andata a votare, con questa sua scelta ci ha rivelato che il suo valore intrinseco della partecipazione politica è sceso. In questo caso anche un non voto è un segnale di malessere e forse una richiesta per una maggiore qualità della vita politica. Certo, ci sono cittadini per i quali il valore etico della partecipazione politica è molto alto, ma tanti altri gravitano attorno a quel valore “soglia” , e la crisi morale della politica può avere indotto molti di questi a rinunciare al voto.

 

Che cosa concludere allora? Se vogliamo che la gente continui a votare, ad esercitare questo diritto-dovere principe in una democrazia, occorre riempire di ideali e di moralità la politica, e far sì che quel valore simbolico ma realissimo resti sempre alto, e che ne “valga la pena”.   

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