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Persona e famiglia > Educazione

Gelmini: stranieri a scuola, non più del 30 per cento

di Elena Granata

- Fonte: Città Nuova

Elena Granata, autore di Città Nuova

La nota del Ministro Gelmini che fissa un tetto del 30 per cento alla presenza di bambini stranieri per classe appare di buon senso: bisogna evitare le scuole ghetto, evitare la fuga dei bambini italiani verso scuole di altri quartieri. La questione, tuttavia, è più problematica di quanto appare. Senza entrare nel merito del provvedimento, che nella sua forma estesa tra l’altro non è ancora stato reso noto, è necessario soffermarsi su alcuni aspetti più generali.

 

Primo, perché un bambino nato a Parigi da genitori immigrati è francese a tutti gli effetti, mentre un bambino nato a Milano da genitori immigrati è straniero e basta? In Italia ci sono 800 mila bambini immigrati (il 23 per cento del totale degli immigrati) e tra loro oltre 500.000 sono nati in Italia (si veda in proposito l’Appello della Comunità di Sant’Egidio ai deputati italiani sulla riforma della legge sulla cittadinanza). Nella maggior parte dei casi questi bambini che chiamiamo “stranieri” non presentano percorsi scolastici più difficoltosi di quelli dei coetanei italiani, parlano correttamente l’italiano al pari dei loro coetanei, hanno compiuto un iter scolastico identico agli altri. Le difficoltà riguardano soprattutto i minori arrivati in Italia nella fascia della preadolescenza e dell’adolescenza.

 

Secondo, il numero di scuole che hanno un numero di studenti stranieri che supera la percentuale indicata dal ministro, secondo le stime esistenti, è ravvisabile in casi limite di alcune grandi e medie città, soprattutto del Nord. Infatti, la presenza di popolazioni immigrate non è omogenea sul territorio nazionale e riguarda soprattutto alcuni quartieri periferici di edilizia popolare o alcune porzioni di centri storici ancora degradati. In questi ultimi casi il provvedimento è applicabile? In Francia si è provato a mescolare la popolazione scolastica dei grandi quartieri popolari ricorrendo ad incentivi alle famiglie autoctone perché mantengano i propri figli nelle scuole di pertinenza o alle famiglie straniere perché mandino i loro figli in scuole di altri quartieri. Senza grandi risultati: questo trasloco di bambini da un capo all’altro della città è dispendioso, crea ansie ai genitori e, talvolta, è persino un po’ ridicolo.

 

Forse sarebbe più utile se il ministro Gelmini si adoperasse con più decisione a sostegno di quelle scuole di frontiera che realmente si misurano con questi problemi nei contesti più difficili, aumentando il numero dei mediatori linguistici, gli ausili all’apprendimento della lingua italiana per i bambini di recente immigrazione, i programmi di intercultura.

Forse sarebbe utile rendere noti alle famiglie italiane i risultati delle più serie ricerche pedagogiche condotte oggi in Italia sul tema: i bambini stranieri imparano più facilmente la lingua in classe con i bambini italiani che in classi speciali a loro dedicate, ma non solo, i bambini (tutti) apprendono meglio in un ambiente ricco di differenze piuttosto che in ambienti omogenei (si vedano le ricerche di Milena Santerini, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

Una lezione che già molte scuole hanno saputo trasformare in elemento di eccellenza.

Riproduzione riservata ©

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