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Mondo > Segni

Palestina, sosteniamo la famiglia Nassar che non odia nessuno

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Un cavillo legale senza fondamento e le aggressioni dei coloni suprematisti stanno mettendo sotto attacco l’esperimento di Tent of Nations. Appello all’opinione pubblica internazionale per salvare la comunità palestinese che ha scelto la nonviolenza. Intervista a Laura Munaro

Tent of Nation, da sin. Laura Munaro con Daoud e Jihad Nassar Foto ToN Italia

Non guadagna le prime pagine della stampa mainstream, ma chi ha incontrato la famiglia Nassar nei numerosi appuntamenti promossi in questi anni in Italia, non riesce a scordarsi la testimonianza di questi palestinesi cristiani, di confessione luterana, che abitano vicino Betlemme con il rischio costante di perdere il possesso della fattoria impiantata da secoli dai loro antenati.

All’avvicinarsi delle elezioni politiche del 27 ottobre, il clima diventa sempre più teso mentre a Gaza non si ferma il terrore. Due i bambini morti nelle ultime ore per l’attacco dell’esercito israeliano, mentre i coloni hanno aggredito nei territori palestinesi occupati anche Heidi Levine, fotoreporter del Washington Post, e Bernard Baudoux, il sindaco francese di Aulnoye-Aymeries presente in Cisgiordania per offrire solidarietà ai palestinesi partecipando alla raccolta delle olive come atto di resistenza verso le continue violenze dei settlers israeliani. Segnali importanti di opposizione a tale strategia arrivano anche dall’interno di Israele: decine di studenti dell’università di Tel Aviv hanno, ad esempio, duramente contestato in queste ore il ministro Ben Gvir che rappresenta l’ala più estrema del governo Netanyahu.

Come sa ormai il mondo intero, la prassi seguita purtroppo dai governi israeliani è quella di procedere all’esproprio delle terre e delle case dei palestinesi usando tutti i mezzi possibili, ma nel caso della famiglia Nassar hanno trovato una forte resistenza in nome della giustizia e del diritto, senza però alcuna reazione violenta.

Migliaia di volontari provenienti da numerosi Paesi si sono recati, negli anni, presso questa fattoria sotto attacco per dare un segnale concreto di solidarietà e mostrare alle autorità di Tel Aviv che i Nasser non sono soli. La loro testimonianza di un’umanità sorprendente che non vuole odiare nessuno, anche quando i soldati hanno deviato le condutture dell’acqua potabile e impedito i lavori nella campagna.

Gandhi diceva che gran parte dei cristiani che aveva incontrato erano come i sassi che restano asciutti anche se immersi nell’oceano del Vangelo. I Nassar sono impregnati fin nel midollo dell’annuncio di redenzione che pervade questa terra che continuiamo a chiamare “santa”.

Ma stavolta, ci spiega Laura Munaro, presidente dell’associazione TON Italia ODV, le cose stanno precipitando e occorre alzare la voce in tutti i modi per scongiurare il realizzarsi di una grave ingiustizia che finirebbe per legittimare la lotta armata, con il suo strascico di odio e rancore, come unica strada per fare giustizia.

Cosa possiamo fare per cercare di fermare questa iniquità? Lo abbiamo chiesto, quindi, a Laura Munaro dopo che lo scorso 13 ottobre 2026, la famiglia Nassar ha rilasciato un intenso e accorato comunicato stampa per chiedere aiuto.

Cosa sta succedendo esattamente sul campo nella fattoria educativa e ambientale Tent of Nations, situata a sud-ovest di Betlemme?

La situazione è estremamente critica e preoccupante. L’8 ottobre scorso, il comitato militare responsabile della registrazione catastale ha respinto la domanda della famiglia Nassar per il riconoscimento legale dei propri terreni. È un atto gravissimo che mostra un’evidente parzialità politica e che mina direttamente una precedente sentenza della Corte Suprema israeliana, la quale aveva invece ordinato la registrazione della proprietà.

Nel comunicato si parla di una richiesta “irragionevole e ingiustificata” da parte del comitato militare. Di cosa si tratta nello specifico?

Il comitato ha imposto una condizione straordinaria e pressoché irrealizzabile: ha preteso che la famiglia Nassar registri non solo i 427 dunam di terreno (unità di misura del terreno risalente all’impero Ottomano, ndr) di sua legittima proprietà, ma anche, assurdamente, tutti i terreni circostanti dei proprietari confinanti, arrivando a un’estensione complessiva di circa 1.000 dunam. Inoltre, le autorità hanno stabilito di mantenere la classificazione dell’intera area come «terreno demaniale» finché non verranno registrati contemporaneamente tutti i 1.000 dunam. È chiaro che si tratta di un pretesto politico per bloccare il processo e impedire il riconoscimento legale della fattoria.

Il comunicato denuncia anche forti pressioni esterne. Chi c’è dietro questa decisione?

La famiglia non ha dubbi: la commissione militare è fortemente influenzata da pressioni politiche esterne, in particolare da quelle dei coloni insediati nei pressi della proprietà. Non essendoci basi giuridiche concrete per contestare i titoli di proprietà dei Nassar, le autorità stanno usando la burocrazia militare e requisiti impossibili come arma per ostacolare la giustizia. Temiamo che il processo di registrazione sia stato deliberatamente trasformato in un meccanismo per consolidare lo status quo e facilitare un futuro esproprio.

Oltre alla battaglia legale in tribunale, com’è la situazione quotidiana all’interno e attorno alla fattoria?

Nelle ultime settimane la situazione sul campo è peggiorata notevolmente a causa di crescenti restrizioni. I soldati hanno iniziato a impedire fisicamente alla famiglia Nassar e ai volontari internazionali di attraversare a piedi alcune aree della proprietà. La giustificazione formale è che la loro presenza “metterebbe in pericolo” i coloni che vivono nei container residenziali (cargotecture) installati illegalmente lungo la recinzione della fattoria. È un paradosso: la presenza di installazioni abusive viene usata come pretesto per limitare il passaggio, il lavoro e la coltivazione della terra da parte dei legittimi proprietari, erodendo giorno dopo giorno i loro diritti.

Cosa sta facendo per resistere a tali provocazioni la famiglia Nassar?

La famiglia Nassar ha detto che continuerà a difendere la propria terra con mezzi pacifici e legali, ma le vie giudiziarie da sole ormai non bastano più. Serve un intervento internazionale urgente. Chiediamo ai rappresentanti diplomatici, alle organizzazioni per i diritti umani, alle chiese e alla società civile in Italia di mobilitarsi e fare pressione sulle autorità competenti.

Cosa può fare chi vuole sostenere, pur da lontano, l’esistenza di questa preziosa realtà sotto attacco?

Occorre rompere il muro di silenzio sulla vicenda in modo da far pressione per arrivare al riconoscimento legale immediato dei soli 427 dunam della famiglia, senza condizioni esterne. È importante far smettere immediatamente il blocco degli accessi e delle restrizioni alla coltivazione, la tutela della proprietà da intimidazioni e invasioni con un monitoraggio internazionale sul campo per garantire il rispetto dello Stato di diritto e della sentenza della Corte Suprema.

Nonostante le provocazioni e i rischi, lo slogan della fattoria rimane “Rifiutiamo di essere nemici”. Come fanno a resistere in questo modo?

È quello che ci chiediamo in tanti. Da parte mia posso dire che la determinazione della famiglia Nassar e della rete internazionale di Tent of Nations, che li sostiene, non vacilla. La resistenza della fattoria si fonda da sempre sulla nonviolenza, sulla perseveranza e sulla fede nella giustizia. È urgente perciò che si faccia sentire la solidarietà e l’attenzione dell’opinione pubblica a livello mondiale che può incidere davvero, senza cedere alla rassegnazione e all’ingiustizia.

Qui il video di TON Italia sulla storia della famiglia Nassar

Riproduzione riservata ©

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