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In profondità > Puglia

Pizzaballa: In Terra Santa la Chiesa impegnata nel dialogo anche se sembra impossibile

di Luigi Laguaragnella

Il patriarca di Gerusalemme dei latini è stato a Molfetta, in ricordo di don Tonino Bello e delle sue missioni di pace

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Foto Ansa, EPA/ABIR SULTAN EPA

«Un ragazzo palestinese, rivolgendosi a me, dice che quando il dolore e la distruzione in Terra Santa saranno finiti, in quel momento la popolazione si ricorderà di chi c’era e chi non c’era a dare sostegno. Per questo voglio che tra cent’anni le pagine della storia, quando racconteranno l’attuale conflitto in Medio Oriente, ricordino che noi eravamo presenti, che la Chiesa c’era». Le parole conclusive del cardinale Pierbattista Pizzaballa, ospitato dalla diocesi di Molfetta nella parrocchia Santa Maria della Pace per l’incontro dal titolo “Don Tonino Bello e la pace: il coraggio e la profezia, la forza della fraternità”, indicano la postura che il rappresentante della Chiesa cattolica in Medio Oriente sta mantenendo tra gli equilibri precari dei due popoli.

Il patriarca di Gerusalemme dei Latini riesce a intravedere comunque un filo di speranza, nonostante le divisioni e la distruzione: «Non so cosa il Signore stia preparando, ma sento che Lui sta pianificando qualcosa di nuovo. Percepisco che oltre l’odio e il rifiuto dilagante tra ebrei e palestinesi stia nascendo qualcosa di nuovo. A me, a noi sta il compito di individuarlo».

A Molfetta il sudario con i nomi dei bambini uccisi a Gaza dagli Israeliani, foto di Luigi Laguaragnella

Risulta difficile, attualmente, mantenere questo approccio profetico nella tragedia che continua a perpetrarsi in Terra Santa, cartina tornasole del periodo storico violento che l’umanità sta vivendo, ma «dovremmo ricordarci che è Dio a condurre la storia e che in Lui nella morte è possibile scorgere sempre la vita che rinasce. I cristiani presenti in questa porzione di terra martoriata sono custodi di questa promessa e per questo abbiamo il dovere di esprimerlo». Con questa profezia di fiducia il cardinale ricorda l’impegno di don Tonino Bello, che, scomodo come erano i profeti, durante la guerra nei Balcani, nel 1992, organizzò insieme ad altri volontari una missione non violenta a Sarajevo: «Lui non ha risolto i problemi del tempo, come anche i profeti delle Sacre Scritture, ma ha lasciato un metodo, un’indicazione. Don Tonino non ha fatto politica ma i suoi discorsi, i suoi gesti hanno dato movimento e creato un pensiero da seguire».

In mezzo all’odio e alla diffidenza che gli attentati e le bombe hanno acuito, ad essere minate sono le possibilità di dialogo. La forte polarizzazione esistente, causata da veri e propri traumi dei due popoli, rafforza percezioni molto contrapposte e distanti. L’attentato del 7 ottobre 2023 ha segnato profondamente gli israeliani, che lo definiscono per la modalità brutale messa in atto una “piccola Shoah“; dall’altra parte la proporzione della violenza prolungata e distruttiva su Gaza, nel popolo palestinese, e nel mondo arabo in generale, ricorda le guerre del 1948 e del 1967.

La gravità degli episodi avvenuti dal 2023 ha provocato un pericoloso spartiacque che ha reso fragile l’equilibrio e il meccanismo della fiducia e potersi inserire come mediatori genera comunque ulteriori equivoci, come vive sulla sua pelle il cardinale Pizzaballa che spiega: «Anche invocare l’avvio di un dialogo è rischioso, perché denunciando le varie tragedie avvenute, a seconda delle parole che si usano, si viene polarizzati. Alla stessa maniera anche tacere può generare equivoci. Provare un sentimento di vicinanza per un atto di violenza mette contro la fazione opposta».

Il patriarca latino esprime la difficoltà di vivere questa mancanza totale di ascolto: «Certamente è necessario ascoltare il dolore di tutti, come quello di tutte le madri che hanno perso i loro figli. Il dolore è uguale per tutti, ma senza dubbio le responsabilità di chi lo ha provocato differiscono e ritengo che questo vada rimarcato, bisogna dare espressione a ciò che si dice, esserci con le parole anche se rischioso». In fondo è della figura del profeta stare in questa posizione sospesa: «Parlo a nome della Chiesa che rappresento in quella porzione di terra, che comunque rappresenta una piccola percentuale rispetto agli ebrei e ai musulmani, ma ciò che si sta provando a fare è ascoltare i fedeli, essere presenti nel territorio. Nel clima di totale incomprensione ascoltare, rispondere, mettersi in gioco e quindi, in discussione, sono azioni che aiutano ad essere credibili, denunciando le ingiustizie con l’obiettivo della riconciliazione, anche se questa non sempre è voluta. Nella mia diocesi i fedeli sono stati richiamati alle armi, molti sono morti a causa della guerra e capire come e cosa dire, mettere la faccia in situazioni disperate, è molto complicato. La comunità cristiana, anch’essa sotto accusa, subisce le conseguenze della guerra. Nel tempo però, ho imparato ad assumere le responsabilità anche dei miei errori, faccio di tutto per condividere la vita con le persone che sono nel territorio e lasciarsi ascoltare».

Attualmente la guerra è “sospesa”, ma forti sono la preoccupazione sul futuro e la sfiducia della popolazione. Gaza è rasa al suolo; gli ospedali sono parzialmente operativi e le scuole sono rimaste chiuse per anni. L’estate molto calda appena vissuta, poi, ha provocato ulteriori disagi nelle tendopoli, mentre continua ad esserci bisogno di beni di prima necessità soprattutto per i bambini. Con le comunità locali si riesce a collaborare con maggior efficienza, rispetto alle istituzioni politiche e religiose di cui si lamentano le mancanze.

«Il prima non c’è più e il dopo non è ancora incominciato. – riflette il patriarca – Il dialogo interreligioso è interrotto; per noi pastori non è facile operare, si avverte molta stanchezza, ma non possiamo fare a meno di parlare della situazione attuale sforzando di mettere al centro un dialogo vero, costruttivo con i rappresentanti delle altre comunità religiose a cui sollecito di parlare ponendosi in una posizione di ascolto reciproco».

Il patriarca Pizzaballa vede elementi di fraternità soprattutto nella vita concreta della comunità, da esempi che provengono soprattutto dai più giovani come racconta: «Durante una recente visita a  Gaza, in quello che resta della sua università, durante un dibattito, proprio dai ragazzi che davvero non hanno più niente, sono arrivate domande di senso sul dolore, sulla fede, sulla vita. In quella situazione di morte resta denso il desiderio di vita dei giovani. In Israele è encomiabile l’impegno dei figli di Abramo che sono presenti nel territorio pagando spesso il prezzo dell’incomprensione».

Semplici gesti di fraternità che ridanno  fiducia e speranza, che alimentano  l’empatia, la vicinanza. Come la Chiesa col grembiule cara a don Tonino: «Un ragazzo, nella disperazione totale, ci implorava di sentirsi dire di volergli bene». E questo bisogno così vero e semplice insegna a stare negli eventi sofferenti prendendo le giuste distanze dai fatti, in quel limite sottile e fragile, perché in fondo anche il conflitto può risultare il luogo per comprendere chi siamo e dare espressione della fede e ricordare alla storia i volti di “costruttori di pace” come don Tonino, come il cardinale Pizzaballa.

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