La cittadinanza onoraria al cardinale Pierbattista Pizzaballa è stata consegnata il 18 settembre nella Sala del Consiglio comunale di Bologna: per il suo instancabile impegno umanitario a favore della popolazione di Gaza, per la costante difesa della dignità di ogni persona, per il coraggio con cui continua a promuovere il dialogo tra diversi e per la sua testimonianza a favore di una giustizia equa.
Di fronte al dramma che consuma Gaza, la sua azione si fa interprete dei valori più profondi di Bologna, città accogliente che già più di ottocento anni fa apriva le braccia a Francesco d’Assisi e al suo messaggio di fraternità. Raccogliendo quella stessa eredità di dialogo e umiltà, l’impegno del cardinale Pizzaballa incarna l’anima più autentica di una comunità che da secoli crede nella pace e rifiuta ogni barriera.
Mai ideologico né divisivo, il cardinale ha non ha smesso di dire al mondo ciò che vedeva con i suoi occhi a Gaza, con parole dure e forti in difesa delle condizioni sanitarie e sociali dei bambini e della popolazione palestinese civile stremata, offrendo la sua disponibilità, al contempo, ad essere ostaggio ad Hamas per liberare tutti gli ostaggi israeliani e stranieri rapiti.
Un artigiano di pace che ci chiede oggi una cosa difficilissima ma necessaria: riconoscere il dolore dell’altro.
«La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura – scrive in una lettera il cardinale Pizzaballa alla sua diocesi -. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro. Questa polarizzazione è deleteria perché investe il modo stesso in cui ciascun gruppo costruisce i fondamenti della propria appartenenza, a livello nazionale, sociale e personale. Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente. Come se non esistesse più un “noi” che include tutti, ma solo tanti piccoli “noi” che si contrappongono. Quando il “noi” si riduce a identità contrapposte, diventa facile semplificare l’altro e leggerlo come un blocco uniforme. In ogni società, invece, esistono voci e posizioni diverse, e resistere alla tentazione di considerare interi popoli come realtà monolitiche è un primo passo necessario per ricostruire la relazione».
La cittadinanza è stata possibile grazie ad un lavoro corale. Ringrazio le colleghe Samuela Quercioli (della lista civica di minoranza “Bologna ci piace”) e Rita Monticelli (delegata del sindaco al dialogo interreligioso e interculturale) per aver contribuito in modo autentico e profondo all’iter istruttorio per la cittadinanza onoraria. Il lavoro condiviso e il confronto franco e schietto delle nostre diverse posizioni, ha permesso al Consiglio comunale e a tutti i gruppi consiliari di maggioranza e minoranza, di approvare all’unanimità questo riconoscimento.
Il metodo adottato, cioè di impostare fin dal primo momento un lavoro condiviso fra forze politiche e civiche diverse, è allo stesso tempo contenuto, motivazione. Il cammino della pace non è mai solitario.
Cristina Ceretti, consigliera comunale del Pd
