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Italia > Scenari

La fine del mondo dopo l’11 settembre

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Un invito ad andare alle radici del tempo presente, segnato dalla minaccia di una guerra nucleare, nel periodo che va dal crollo del blocco sovietico nel 1991 alla tragedia delle Twin Towers del 2001 assieme alle contestazioni emerse al G8 di Genova contro un ordine economico ingiusto. L’invito sempre più urgente a cambiare il modo di stare al mondo

Una immagine aerea mostra il crollo delle Twins Towers, avvenuto l’11 settembre 2001, in seguito ad un attentato terroristico aereo a New York. Le fotografie sono state realizzate dagli elicotteri del New York Police Department. NYC Police Aviation Unit) ANSA / DBA

Chi governa il corso della storia? Il senso di una possibile fine imminente dell’umanità pervade un disagio e permea l’esistenza di  intere generazioni a 25 anni da quell’11 settembre 2001 che ha segnato perlomeno la fine di un certo tipo di mondo.

L’attacco terroristico nel cuore di New York, al di là di facili complottismi, suscita tuttora interrogativi sulla dinamica di un attentato eclatante impossibile da compiere considerando i mezzi a disposizione dell’apparato di sicurezza statunitense. La matrice del fondamentalismo islamista riconducibile all’esponente della potente famiglia saudita dei Bin Laden ha offerto la giustificazione di una serie di conflitti armati in nome di uno scontro di civiltà che ha generato profitti record per l’industria bellica, assieme a centinaia di migliaia di morti innocenti.

Per alcuni la coincidenza della data dell’11 settembre con il colpo di stato in Cile ordito nel 1979 dall’intelligence Usa, con tanto di bombardamento del palazzo presidenziale, ha rappresentato il contrappasso subito da una superpotenza che si credeva invincibile, soprattutto dopo la dissoluzione dell’Urss avvenuta sorprendentemente nel 1991.

È quel lasso di tempo che separa la fine dell’impero sovietico dallo strazio dei corpi arsi vivi nel centro di Manhattan che resta da indagare con profondità, per capire come sia stato possibile arrivare oggi a pochi secondi della guerra nucleare dopo le attese suscitate dal sincero desiderio di pace manifestato da Gorbaciov.

Cosa è andato storto nel passaggio dall’esperimento profano di un nuovo mondo, rivelatosi una distopia totalitaria, alla Russia consegnata nelle mani di un capitalismo selvaggio che ha aperto la strada agli autocrati?

Nel 2001 c’era già Putin, arrivato al Cremlino direttamente dalle fila del Kgb; e assiso tra i cosiddetti grandi del G8 che si erano dati appuntamento nel luglio di quell’anno a Genova, attirando l’attenzione di un variegato movimento che contestò radicalmente le regole di una globalizzazione liberista destinata inevitabilmente a distruggere il pianeta. Di quei giorni si ricordano gli scontri violenti dovuti a frange di provocatori, e ad una gestione fallimentare della sicurezza che ha mostrato un volto repressivo degno di una dittatura.

Restano in piedi le critiche nel merito di un sistema di governo del mondo destinato a provocare disastri e guerre senza fine, fino all’irrompere dell’intelligenza artificiale che appare tragicamente incontrollabile.

Alla vigilia della ricorrenza dell’11 settembre è arrivata la notizia dell’ennesimo caso di obiezione di coscienza all’interno della società Anthropic: un ricercatore ha abbandonato i progetti in corso rivelando su X che «le persone che sviluppano l’IA credono sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio».

È emblematico il fatto che lo stesso social usato dallo studioso per manifestare il proprio disagio sia controllato da Elon Musk, il rappresentante cioè di un immenso potere economico finanziario che si vanta di non riconoscere alcun limite al proprio volere.

Lo stesso Musk che manifesta un sostegno entusiasta verso il partito di Afd, nostalgico della grandezza del Reich. Si cita in Italia Andreotti per indicare la preveggenza del politico controverso nel temere l’effetto della riunificazione tedesca conseguente al crollo del blocco sovietico. Ma la citazione esatta della frase «Amo tanto la Germania che preferisco ce ne siano due» rimanda allo scrittore francese Francois Mauriac. Sua figlia, crocerossina a Berlino, fu tra le prime persone ad entrare nel bunker dove si suicidò Hitler al tramonto definitivo di un preteso impero millenario.

Nel 2001 sarebbe apparsa inverosimile l’ispirazione che i miliardari della Silicon Valley come Peter Thiel affermano oggi di avere dalle teorie del pensiero cosmico dei filosofi russi di fine Ottocento, per teorizzare la migrazione verso altri pianeti da una Terra destinata a dissolversi come i grattacieli di Manhattan.

Così non avremmo mai immaginato di vedere l’Europa nel pieno di una corsa al riarmo in previsione di uno scontro con la Russia entro il 2030, mentre sul destino dell’Ucraina decidono direttamente Putin e Trump e si prefigura a breve un vertice a tre con il presidente cinese Xi Jinping.

Il male di questo passaggio di secolo e di millennio consiste nella dolorosa intima consapevolezza di incapacità di mutare il corso degli eventi. La tentazione della “globalizzazione dell’impotenza” da cui ci mette in guardia papa Leone.

Mentre, come ha detto in maniera penetrante Francesco nei discorsi ai movimenti popolari, contro ogni pensiero unico, «il destino del  mondo si decide nelle periferie».  Tra chi, cioè, non conta nulla  secondo una mentalità pervasa dall’ideologia della leadership e del tradizionale potere prevalente delle élite.

Non sorprende, perciò, che proprio nella ricorrenza del G8 di Genova Luca Casarini, all’epoca il volto più noto del movimento dei disobbedienti, sia andato assieme a Matteo Ferrari, cappellano di Mediterranea saving humans, negli Usa per incontrare la vasta rete di realtà, sostenute dalla Chiesa cattolica, che resiste alle politiche disumane che trovano espressione nella violenta repressione dell’Ice contro le persone migranti.

Casarini, con grande sconcerto di alcuni, è stato, assieme a Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, tra gli invitati dell’ultimo Sinodo di una Chiesa che si pone come ospedale da campo nello scenario di una guerra che prende di mira i più deboli. Come è possibile ricordare con commozione le vittime innocenti di Manhattan senza avvertire lo sconcerto per lo scempio che continua a perpetuarsi a Gaza e in tanti luoghi come il Sudan, dove solo la stampa libera riesce a restituire storie e volti?

Tiziano Terzani, il grande giornalista inviato nel continente asiatico, osservando con sconcerto il crollo delle Torri gemelle, scrisse che era un segnale da cogliere sulla necessità «di cambiare il nostro modo di pensare e di stare al mondo»,  e di non arrendersi «alla inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta». E citando il pensatore palestinese Edward Said ricordò che  il nostro compito deve essere quello di «creare campi di comprensione e non di campi di battaglia».

Quell’urgenza è ancor più evidente oggi che siamo, coscienti o meno, su quel crinale apocalittico della storia indicato da Giorgio La Pira dove non esiste drammaticamente altra alternativa tra l’autodistruzione o una nuova fioritura dell’umanità.

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