Eccolo, il documentario su Rino Gaetano, a cercare di afferrare l’artista meno etichettabile, il caldo e familiare alieno, lo straordinario e libero folletto, il cantautore enorme già solo per la distanza dal resto, adorabile nella capacità di lasciarci, nonostante la scomparsa a soli 31 anni, un tesoro copioso di pezzi memorabili, davvero importanti.
Lo sforzo e il risultato, meritevoli di pacche sulle spalle e pollici all’insù, sono di Giorgio Verdelli, che nel finale di Rino Gaetano – sempre più blu, in onda su Rai3 mercoledì 9 settembre, in prima serata, compare di persona a raccontare che conobbe il cantautore calabrese molti anni prima, e un paio di aneddoti non sono male.
Verdelli s’affaccia alla fine di un racconto composto – oltreché di tanta buona musica – di una sfilata sentita, nutrita, eterogenea ed affettuosa di artisti, conoscenti, collaboratori, giornalisti o estimatori del padre di Gianna e Aida.
Comincia Beppe Lanzetta (che chiuderà anche) a passeggio per le vie di Montesacro: Ponte Nomentano, Piazza Sempione, Via Nomentana. Usa parole, tra le strade romane dove Rino visse, dal sapore letterario, e non sarà l’unico a farlo nei circa 100 minuti di racconto. Lo fa per introduce la volatilità poetica, l’appassionato e decisamente d’autore e di genio, menestrellismo del protagonista, che scherzando, una volta, alla sua maniera scanzonata, spontanea e coinvolgente, disse che era «pronipote di Pitagora», per la stessa provenienza da Crotone.
Poi, a danzare con tanto, gradevole e nutriente repertorio, iniziano a piovere dolcemente le cospicue testimonianze autorevoli degli intervistate, unite per restituire quest’anima artistica ricca, deliziosa, enorme, sfuggente alle correnti, alle tendenze, alle scuole, ma di notevole profondità. Originale nel senso più alto del termine. Da alcuni repertori, che belli, parlano Lucio Dalla e lo stesso Rino Gaetano, con materiali audio eccezionali, emozionanti, estrapolati e messi lì a parlare, punteggiare, aggiungere, fissare, chiarire. Di oggi, invece, sono i dettagli, le sfumature, le intuizioni, le nostalgie e i ricordi offerti da Lucio Corsi, Dario Brunori, Paolo Jannacci, Riccardo Cocciante, Andrea Scanzi, Tony Esposito e Claudio Santamaria, che interpretò Rino Gaetano nella buona fiction Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu, e lo definisce, ora, di nuovo con soave leggerezza: “Il Bob Marley della Calabria o il Bob Dylan perso sulla Salerno Reggio Calabria”.
Rino Gaetano avrebbe sorriso e forse commentato, mentre il coro di questo abbondante documentario, più festoso che solenne, più alla mano che ingessato, si compatta con Danilo Rea, Valeria Solarino, Beppe Voltarelli, Sergio Cammariere, Edoardo De Angelis, Tommaso Labate, Shel Shapiro, Arturo Stalteri, Ernesto Bassignano, Rodolfo “Foffo” Bianchi, Stefano Micocci, Giordana Angi, Giovanni Tommaso, Pietrangelo Buttafuoco, Luciano Ciccaglioni, Maurizio Solieri, Carlo Massarini, Gigi Marziali, Franco Zanetti, Paolo Frescura, Silvana Casato Mondella, Marco Tardelli, i Pandemonium e Donatella Rimoldi, oltre alle importanti testimonianze di Anna Gaetano e Alessandro Gaetano, rispettivamente sorella e nipote del protagonista.
Tutto scorre, per citare un altro presocratico, leggero ma denso, succoso ma fresco, sorridente e giocoso ma impegnato, un po’ come se il ritmo, la regia ombra, quella emotiva da remoto, sia dello stesso Rino Gaetano, luminosamente aleggiante intorno a se stesso e all’omaggio doveroso, sincero, appassionato, tirato su dal gruppo alle sue melodie, ai suoi testi, al suo corpo in moto dentro le canzoni: ne parla Voltarelli di come quella magrezza allegra, nei live, sia una direzione da seguire.
Rino Gaetano – sempre più blu, dove blu vuol dire cielo e quindi luminosità, grandezza, compassione, sensibilità, infinito e anche speranza, ma può voler dire, forse, anche il velo di malinconia presente nell’allegria dell’artista, è un buon lavoro, e merita una prima serata in chiaro, per tutti, sulla Rai, dopo il passaggio alla Festa di Roma e uno lampo (di tre giorni) in sala.
Buona visione, dunque.
