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Cultura > Poesia

La poesia come nascita del pensiero

di Eni Demneri

- Fonte: Città Nuova

Da Heidegger a María Zambrano, un itinerario tra filosofia, poesia e teologia per riscoprire una parola capace di custodire l’essere e generare nuovo umano. Una ragione poetica e materna che riconcilia pensiero e vita, aprendosi alla cura, alla relazione e alla bellezza del creato

Tanti libri aperti. Foto di Patrick Tomasso da Unsplash.

Vorrei avviare questa riflessione da un breve biglietto autografo che papa Francesco inviò ad Antonio Spadaro in occasione della pubblicazione del volume Viva la poesia, l’ultima opera del pontefice. In poche righe egli affidava un auspicio che è insieme culturale, educativo e spirituale: «Mi piacerebbe tanto che la poesia salisse in cattedra nelle nostre università. Dobbiamo recuperare il gusto per la letteratura nella nostra vita, ma anche nella formazione. Altrimenti siamo come un frutto secco. La poesia ci aiuti a essere umani, e oggi ne abbiamo tanto bisogno».

Non si tratta soltanto di un elogio della letteratura. In quelle parole è racchiusa una domanda che riguarda il destino stesso del pensiero: che cosa può ancora dire la poesia in un tempo nel quale il linguaggio rischia di ridursi a strumento, informazione, tecnica? È da questa domanda che desidero partire per riflettere sulla parola poetica come evento dell’essere e, più radicalmente, come figura del femminile capace di mettere in dialogo filosofia, teologia e letteratura.

Martin Heidegger affronta questa questione nel celebre saggio Perché i poeti? (Wozu Dichter?, 1946), prendendo avvio dalla domanda formulata da Friedrich Hölderlin nell’elegia Pane e vino: «E perché i poeti nel tempo della povertà?». Il “tempo della povertà” coincide con quella che Heidegger definisce la “notte del mondo”: l’epoca nella quale Dio è assente, gli dei sono fuggiti e l’uomo ha perduto perfino la coscienza della loro mancanza. La vera povertà non consiste semplicemente nell’assenza del sacro, ma nell’incapacità di avvertirne, di sentirne il vuoto, la mancanza.

È proprio in questo scenario che il poeta diventa una figura decisiva. Egli non produce nuove ideologie né offre consolazioni facili; rimane piuttosto sulla soglia dell’oblio dell’essere, custodendo uno spazio di accoglienza nel quale l’essere possa nuovamente venire alla luce, trasformando la notte del mondo in una “notte sacra”. Il suo canto non elimina il silenzio di Dio, ma lo abita, rendendolo nuovamente percepibile.

Se Heidegger individua nel poeta il custode dell’essere, resta tuttavia aperta una questione decisiva: come la parola poetica possa diventare anche luogo di comprensione dell’uomo. È precisamente su questo versante che si colloca la riflessione di Romano Guardini, per il quale la poesia non è semplicemente un fenomeno estetico, ma uno dei luoghi privilegiati nei quali l’umano si rivela a se stesso. Per Guardini ogni grande poeta è, in qualche modo, un veggente: rende visibile ciò che abitualmente rimane nascosto. L’opera possiede sempre un’eccedenza di significato rispetto alle intenzioni del suo autore; reca in sé un “di più”, un “oltre”, che interpella continuamente il lettore e domanda di essere interpretato.

Come osservava Hans Urs von Balthasar, gli interlocutori privilegiati di Guardini, i poeti, non sono i costruttori di sistemi, ma coloro che aprono luoghi, spalancano finestre, fanno balenare nuove luci. È dunque questo il compito della poesia oggi: ripiantare ciò che il nostro tempo ha sradicato, custodire il mistero dell’essere e restituire all’uomo la possibilità di rimanere pienamente umano.

Fin qui il nostro itinerario ha mostrato come la poesia custodisca l’apertura dell’essere. Rimane però una domanda ancora inespressa: quale forma di umanità rende possibile questa apertura? È a questo punto che il pensiero di María Zambrano introduce una svolta decisiva. Se Heidegger individua nella mortalità il tratto fondamentale dell’esserci, Zambrano va oltre, spostando il baricentro sull’evento della nascita. L’essere umano non è anzitutto un essere-per-la-morte, ma un essere natale, continuamente chiamato a venire al mondo. «Non siamo mai nati del tutto», scrive, perché la nascita non è un fatto definitivamente compiuto, bensì un processo aperto, una possibilità che accompagna l’intera esistenza fino alla morte.

La vita umana si configura così come un incessante movimento di nascere, disnascere e rinascere, nel quale ogni crisi rappresenta la possibilità di un nuovo inizio. È qui che la parola poetica rivela il suo volto propriamente femminile. Femminile non in senso biologico o sociologico, ma come figura simbolica della generazione, della custodia e della nascita. La poesia non conquista il reale: lo lascia venire alla luce. Non possiede la verità: la ospita.

Se la nascita è il paradigma dell’esistenza, essa è sempre anche un evento relazionale. Nessuno nasce da sé, ma ciascuno viene al mondo perché è atteso, accolto, ricevuto. Per questo ogni nascere è sempre un co-nascere, una dimensione dialogica.

L’uomo scopre la propria identità soltanto nell’incontro con l’altro. «Je est un autre» direbbe il poeta francese Arthur Rimbaud. Anche il conoscere assume allora un significato nuovo: non consiste nel rappresentare o possedere l’oggetto, ma nel “con-nascere” con esso, lasciando che soggetto e realtà vengano continuamente alla luce insieme. La conoscenza non è conquista ma generazione reciproca.

Si avverte, scrive la filosofa, la necessità di una ragione che recuperi l’“intimo respiro”, una ragione capace di una “intelligenza poetica”. Una ragione che si nutra di “problemi viventi, non delimitazioni teoriche”. Non ci può essere aurora del pensiero quando si opta per una “ragione raziocinante”, che pretende di sistemare tutto il reale in un’architettura compatta, senza fessure. Scrive lei stessa: «La ragione che qui invochiamo, che sospiriamo, questa conoscenza postula richiede che questa ragione si faccia poetica senza rinunciare a essere ragione, che accolga il sentire originario, senza coazione, liberamente, naturalmente quasi, come una physis restituita alla sua condizione originaria».

In questa antropologia della nascita la ragione capace di generare spazi inediti di vita e che ha cura del tempo del vivere è, per Zambrano, una ragione materna, incarnata, narrativa, appassionata. La parola materna è quella che anche di fronte alla realtà più oscura, anzi dentro la realtà più oscura, sa amare la vita, sceglie la vita, la nascita, la rinascita. È una ragione generativa, che nutre la vita, che fa vivere il pensare invece di irrigidirlo, che cerca la verità non per dominarla ma per lasciarla fiorire. Come direbbe Luigina Mortari, una ragione della cura.

Far vivere significa coltivare la passione del cercare la verità in uno spirito di libertà da ogni costrizione che limita l’esplorazione delle possibilità di senso. È una ragione dolce, Marìa parla di “dolcezza della ragione”. Per chiarire il proprio pensiero, richiama la Lettera ai Galati di San Paolo, dove vede all’opera quella che lei definisce la pratica di “generare anime”, cioè di facilitare il nascere dell’anima nello spirito, il nascere nella verità.

Il soggetto che cerca la verità è la ragione, e quella di Paolo è una ragione mite, che quando giudica lo fa in “spirito di mitezza”. Zambrano trasforma questo concetto nel pensare misericordioso, un pensiero capace di compassione per l’altro, quindi mai duro, un pensare che evoca l’anima “tenera” di cui parla Platone nel Fedro. Non si tratta di debolezza, ma della forza propria di un’intelligenza che rinuncia alla logica del possesso e sceglie quella dell’accoglienza, dell’apertura senza anestetizzare la mente evitando quelle asperità che impediscono di stare in armonia con la realtà.

La ragione poetica nasce dal sentire e non se ne separa mai. Contrariamente alla tradizione platonica, la filosofa sostiene che la mente si incarcera quando si priva dei sensi. C’è un sapere racchiuso nei sensi che la ragione finisce per smarrire quando la ragione concepisce la via della verità come un percorso astratto, slegato dalle informazioni che vengono dal sentire. La ragione è per il corpo come l’aurora per il cielo: il cielo è sfondo necessario dell’apparire dell’aurora, non ci sarebbe l’aurora se prima non ci fosse il buio della notte, così la ragione non potrebbe manifestarsi se non attraverso tutto ciò che la vita corporea la rende accessibile.

La ragione poetica recupera la realtà sensoriale perché questa non è solo fonte di un sapere che diventa poi oggetto del pensare, ma è propriamente un modo dell’essere, un “sentirsi pensare”. Essa riconcilia mente e cuore, pensiero e vita, filosofia e poesia. Come scrive il poeta apparentemente alla Generazione del 98 spagnolo Antonio Machado, tanto amato dalla filosofa, la poesia sa dire le cose «con un canto così puro, come sul marmo bianco l’acqua limpida», fino al punto che sembra siano le cose stesse a prendere la parola.

La parola poetica diventa allora il paradigma di una conoscenza trasparente, nella quale l’uomo non impone significati al mondo ma lascia che il mondo si manifesti. Una simile prospettiva possiede anche una profonda valenza etica ed ecologica.

La cultura moderna ha perseguitato una ragione anaffettiva. Per difendersi da quella che considerava la dimensione irrazionale della mente, si è affidata a una ragione che obbedisce alla logica ferrea degli imperativi categorici, senza concedere respiro affettivo del pensieri. Quando la ragione si separa dal sentire, quando si separa dal cuore, allora diventa uno strumento storto, “sghembo” anche per la vita etica della persona, perché scrive la Zambrano «la morale si riduce a unghiatura, cardine cigolante fra le cieche reazioni del corpo, astratto, desolidarizzato dal suo sentire».

L’impassibilità affettiva non protegge la coscienza, al contrario senza il sentire non c’è autentica vita etica. La ragione poetica e materna è una ragione integrativa, una ragione che supera le frammentazioni tra saperi tenendo insieme “filosofia, poesia e teologia”. Al fondo del suo pensare c’è un “senso circolare”. In un tempo dominato dall’efficienza, dalla velocità e dalla rappresentazione, la parola poetica continua ad aprire uno spazio di gratuità, di ascolto e di nascita.

Rifiuta, infatti, la logica moderna del dominio, che riduce la natura a semplice oggetto disponibile, e riconosce invece nel creato una realtà originariamente generativa, una matrice che sostiene e nutre ogni vivente. Abitare il mondo significa allora custodirlo, prendersene cura, partecipare alla redenzione delle cose attraverso uno sguardo capace di riconoscerne la fragilità e la bellezza.

In questo senso la filosofia di Zambrano si incontra sorprendentemente con l’intuizione rilkiana della Nona Elegia: il compito dell’uomo è dire il mondo così profondamente da salvarlo interiormente, permettendo alla terra di rinascere invisibilmente nel cuore dell’uomo. «La ragione poetica − scrive Maria Zambrano − diventa così un sapere che aiuta a vivere, un pensiero che cerca anzitutto la verità dell’esistere prima ancora della verità delle scienze, restituendo alla filosofia la sua originaria vocazione: accompagnare il continuo nascere dell’umano».

Se Heidegger ci ha insegnato che la poesia custodisce la dimora dell’essere, Zambrano ci invita a riconoscere che essa custodisce anche la nascita dell’umano. La parola poetica non è semplicemente un linguaggio più bello o più evocativo: è il luogo nel quale l’uomo continua a venire al mondo. Per questo essa possiede una struttura profondamente femminile. Essa genera, custodisce, attende, accompagna. Non domina il reale, ma lo lascia fiorire. In un tempo segnato dall’efficienza, dalla velocità e dalla riduzione tecnica del linguaggio, pensare poeticamente significa forse ritrovare il coraggio di abitare il mondo come ospiti e non come padroni.

È questo, credo, il compito che oggi attende insieme filosofia, teologia e letteratura: imparare nuovamente a pensare poeticamente.

Vorrei concludere con alcuni versi della poetessa Emily Dickinson

Una parola muore

Una parola muore

appena detta,

dice qualcuno.

Io dico che solo

quel giorno

comincia a vivere

Riproduzione riservata ©

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