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Cultura > Itinerari letterari

«Lasciatemi finire il mio lavoro!»

di Oreste Paliotti

In nuova edizione una raccolta di racconti di Isaak Babel’, lo scrittore ucraino di origine ebraica fucilato per ordine di Stalin

Un’immagine di Odessa, città natale di Isaak Babel’, da una cartolina di fine ‘800 (da wikimedia commons – pubblico dominio – foto originale presso la divisione stampe e fotografie della Biblioteca del Congresso)

Isaak Babel’ (Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57840)

Scrittore, giornalista, drammaturgo e traduttore letterario ucraino di origine ebraica, Isaak Babel’ nasce nel 1894 a Odessa da una famiglia della borghesia. Bambino, grazie all’aiuto dei vicini di casa sopravvive con i suoi al sanguinoso pogrom del 1905, tranne il nonno, uno dei 300 ebrei rimasti uccisi. Non potendo accedere agli studi superiori per le discriminazioni razziali, viene istruito a casa da precettori privati. Passeggera l’infatuazione per i romanzi francesi di Guy de Maupassant, autore prediletto ma «senza cuore». Lui invece ne ha d’avanzo verso chiunque, come dimostreranno i futuri racconti: un caleidoscopio di personaggi buoni, corrotti, bizzarri…

Nei suoi ricordi, «il mio lavoro giornalistico mi ha dato molto, soprattutto in termini di materiale. Sono riuscito ad accumulare un’incredibile quantità di fatti, che si sono rivelati uno strumento creativo inestimabile. Ho stretto amicizie con addetti all’obitorio, investigatori criminali e impiegati statali. Più tardi, quando ho iniziato a scrivere narrativa, mi sono ritrovato a tornare sempre a questi “soggetti”, che mi erano così vicini, per dare una prospettiva ai tipi di personaggi, alle situazioni e alla vita quotidiana. Il lavoro giornalistico è pieno di avventure».

Il talento letterario del giovane Babel’, dotato di immaginazione fervidissima, viene incoraggiato dal famoso scrittore Maksim Gor’kij, che nel 1916 gli pubblica due racconti nella sua rivista Annali e nel 1919 quindici elzeviri nell’altra sua rivista La nuova vita.

Nel 1920, aggregato alla sesta divisione dell’armata di cavalleria cosacca, Babel’ prende parte come corrispondente d’agenzia alla sanguinosa guerra russo-polacca. Da questa drammatica esperienza nasce, nel 1926, il suo capolavoro L’armata a cavallo. Il veritiero resoconto della brutalità della guerra, lontano dalla retorica rivoluzionaria, gli procura alcuni nemici potenti, ma grazie all’intervento di Gor’kij il libro si salva e presto viene tradotto in molte lingue.

Contemporanei al romanzo sono i Racconti di Odessa. Ambientati nel ghetto di Moldavanka, dove era nato, descrivono il vivace mondo ebraico-ucraino prima e dopo la Rivoluzione. Qui la penna ironica, irriverente e divertita di Babel’ insegue nelle case, nelle cucine, nei cortili, nelle stalle, nei cimiteri, nei bordelli e nelle sinagoghe gli umiliati e offesi di turno, che bruciano passionalmente le rispettive esistenze, consapevoli che il loro sogno di giustizia non andrà oltre lo spazio di un racconto. A loro le simpatie, la pietas dell’autore.

Uomo mite, generoso, allegro anche quando nulla lo giustificherebbe, è però carente della giusta dose di entusiasmo socialista: l’unica cosa che veramente gli importa è scrivere, scrivere tutto ciò che gli nasce dentro, come sotto un assillo. La sua tragedia – comune ad altri artisti del suo tempo – è di dover piegare il proprio talento ai dettami dell’ideologia sovietica. C’è chi riuscirà a farlo con esiti anche artistici. Lui no, non è capace. Pensa ingenuamente di riuscire a destreggiarsi. E quando qualcuno in alto loco lo accusa di “estetismo” o di essere poco produttivo nel fornire testi per la rieducazione delle masse, si difende col dire che gli occorre tempo per perfezionare i suoi lavori: un trucco “alla Penelope”, gravido però di conseguenze fatali.

Il 15 maggio 1939, infatti, lo scrittore viene arrestato per ordine di Stalin con l’accusa di “attività contro-rivoluzionarie, trockismo di destra, complotto e spionaggio” e i suoi manoscritti inediti gli vengono confiscati: cinque pacchi, tra i quali una nuova raccolta di racconti quasi pronta e un inizio di romanzo. Dopo quasi un anno di detenzione nella terrificante prigione della Lubyanka, torture e un processo farsa durato non più di venti minuti, la condanna a morte per fucilazione il 27 gennaio 1940. Le sue ultime parole registrate nel procedimento: «Sono innocente. Non sono mai stato una spia. Non ho mai permesso alcuna azione contro l’Unione Sovietica. Mi sono accusato ingiustamente. Sono stato costretto a fare false accuse contro me stesso e altri… Chiedo solo una cosa: lasciatemi finire il mio lavoro!». È il disperato appello di uno scrittore conscio del suo talento, che avrebbe ancora tutto un mondo interiore da esprimere.

Andati distrutti o perduti i manoscritti, decretata la damnatio memoriae per cui tutti i suoi libri spariscono dalle biblioteche, la seconda moglie di Babel’ Antonìna Nikolàevna Pirozkòva saprà della sua fine solo nel 1954, l’anno dopo la morte di Stalin, quando Babel’ sarà il primo scrittore eliminato dalle “purghe” sovietiche a venire ufficialmente riabilitato (i russi, si sa, hanno una venerazione per poeti e scrittori).

Molto probabilmente le sue ceneri si trovano in una fossa comune a Donskoy (Mosca). Solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica è stata installata in quel cimitero una targa commemorativa ufficiale che recita: «Qui giacciono sepolti i resti delle vittime innocenti, torturate e giustiziate delle repressioni politiche. Che non siano mai dimenticate».

Il titolo più recente di Babel’, pubblicato da Quodlibet Compagnia Extra, è Storia della mia colombaia: otto racconti a tema autobiografico, connessi come in un romanzo che abbraccia l’infanzia e l’adolescenza di un piccolo ebreo appartenente a una famiglia sgangherata che da Odessa trasloca a Nikolaev, di nuovo a Odessa e poi a Kiev. Scritti dopo la Rivoluzione, negli anni Venti e Trenta, quando Babel’ era già celebre per L’armata a cavallo e i Racconti di Odessa, parlano dei tempi prerivoluzionari, dal pogrom di Nikolaev fino al viaggio verso San Pietroburgo dove si unirà alla Rivoluzione. Sono testi all’altezza della grande tradizione russa di Gogol’ e Cechov, che si innesta su quella ebraica; con stile musicale, estremamente godibile, Babel’ unisce una sorta di sbruffoneria a un ironico disincanto, a volte in contrasto con la brutalità di certe scene. Per la prima volta in Italia, sono qui riuniti e ordinati secondo il progetto originario dell’autore, mai portato a termine per l’arresto e l’esecuzione nel 1940.

«La bellezza incantevole di questi racconti – scrive il loro traduttore e curatore Giovanni Maccari – è dovuta in gran parte al fatto che narrano le avventure di un ragazzo, un essere inconsapevole sballottato dagli eventi e pronto a infilarsi in qualunque situazione purché ci sia da sognare e gozzovigliare. Questo piccolo ebreo bugiardo e sconsiderato, privo di credenziali ideologiche e di classe (il padre era un commerciante), viene infine sospinto nella rivoluzione come da un flusso involontario e automatico, come fosse risucchiato dalla forza irresistibile del movimento rivoluzionario. E da quel punto in poi incipit vita nova, l’eroe si veste da uomo e assume i panni di Ljutov, l’inviato di guerra nella Prima armata di cavalleria. È il processo che viene descritto in toni fra il truce e il rocambolesco nel racconto In viaggio, che qui figura per ultimo. E il finale di questo racconto mi sembrava perfetto per segnare il passaggio e chiudere la raccolta: “Così ebbe inizio tredici anni fa quella mia vita stupenda, colma di pensiero e di allegria”. Dove ovviamente si intende la vita “dalla parte giusta” della rivoluzione proletaria».

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