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Cultura > Itinerari

Agostino racconta Ambrogio

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Nel romanzo di Marco Garzonio, “La vita di Ambrogio narrata da Agostino”, rivivono – con un occhio ai tempi presenti – due grandi figure del IV secolo d. C., due vite indissolubilmente legate

Scorcio dei resti del Battistero di San Giovanni alle Fonti, visitabili nei sotterranei del Duomo di Milano. Foto di pubblico dominio da Wikimedia. Autore: F.Higer.

Ambrogio e Agostino. Sotto il sagrato del Duomo di Milano, accessibile tramite percorsi archeologici dall’interno della cattedrale, c’è un luogo particolare che riguarda entrambi questi campioni della cristianità. Qui infatti, al tempo in cui Milano era capitale dell’Impero romano d’Occidente, sorgeva il Battistero di San Giovanni alle Fonti, il più antico edificio cristiano della città lombarda. Qui Ambrogio, alto funzionario imperiale, fu battezzato nel 374 per essere poi consacrato vescovo. E proprio qui, nella veglia pasquale del 387, egli battezzò a sua volta Agostino catecumeno dopo la conversione. Non senza una certa emozione, visitando quest’area sacra rasata nel Medioevo per lasciare spazio alla nascente cattedrale, ho sostato accanto all’ottagono del fonte battesimale al quale sono legati questi due padri della Chiesa.

Recente è la ricostruzione archeologica del volto di Ambrogio, che corrisponde perfettamente al mosaico che lo raffigura nella basilica milanese a lui dedicata. Recente è anche la ricostruzione del suo profilo umano e spirituale fatta da Marco Garzonio col romanzo, edito da Àncora, La vita di Ambrogio narrata da Agostino.

Per scriverla, l’autore ha attinto in buona parte alla testimonianza del vescovo di Ippona su colui che sempre considerò suo maestro, oltre a fonti storiche come la Vita di Ambrogio scritta dal suo segretario e diacono Paolino. Voce narrante è dunque quella di Agostino, che per dire chi è stato Ambrogio per lui deve inevitabilmente rievocare il proprio tempestoso itinerario umano e spirituale fino all’incontro decisivo col vescovo di Milano e anche dopo. Due grandi, indissolubilmente legati, che insieme hanno fatto la storia.

Dei molti brani significativi di questo romanzo di formazione cito a caso il seguente. Qui non troviamo l’Ambrogio paladino di Cristo contro l’eretico Ario, che osò imporre all’imperatore Teodosio I una pubblica penitenza per aver ordinato il massacro di Tessalonica e che più tardi, barricato nelle basiliche milanesi con il popolo dei fedeli, resistette anche ai soldati dell’imperatrice Giustina, madre di Valentiniano II e simpatizzante del culto ariano. In questo brano lo sorprendiamo invece durante una pausa di serena quotidianità attraverso lo sguardo di Agostino:

«…Era impossibile togliermi dagli occhi l’immagine di Ambrogio, così come io avevo potuto scrutarlo e ammirarlo nel mio soggiorno a Milano. Lo ricordavo nei contorni nitidi, chiari, precisi, seduto al tavolo, in una stanza ampia. Capitava che attorno sopraggiungesse qualcuno, perché l’uscio rimaneva sempre aperto, o che altri sostassero sulla soglia. Era accaduto anche a me, più di una volta, di arrivare lì, in quel locale, e di venir preso da un’atmosfera strana, compita, in un silenzio profondo, dentro un’aura circonfusa di rispetto. Nulla poteva turbare Ambrogio, che si era immerso nella lettura.

Stavano soli: lui e la Parola, il libro. Sembrava che formassero una cosa sola, unica. Leggere rappresentava per il vescovo un’attività capitale. Attraverso la pagina scritta – lo vedevi – ristorava il suo animo. In essa ricercava il cibo indispensabile e gradito, capace di mantenere vigoroso il corpo e lucida la mente in tutte le attività che era chiamato a svolgere di continuo. Lo osservavo e vedevo l’occhio scorrere sui fogli. Nessun moto, anche impercettibile, sfuggiva al mio sguardo assetato: nessuno più di me in quei tempi era voglioso di apprendere. Da un leggero apparire di rughe sulla fronte o dal sopracciglio che s’inarcava appena immaginavo il suo procedere. Ora andava spedito, disteso, sicuro. Ora, invece, avvertiva un ostacolo, che provocava la sosta inattesa. Ora un luogo oscuro o un passaggio aggrovigliato rallentavano in modo evidente la corsa. Ora la fronte tornata distesa e un lampo negli occhi indicavano come il cammino potesse riprendere, con lena. Sembrava di assistere agli esercizi di un atleta, che sperimentava le capacità, le energie, il fiato, le mosse, la resistenza allo sforzo».

Ambientato nel IV secolo, ma con un occhio ai tempi presenti. Così l’autore ha concepito il romanzo, come dichiara nell’introduzione: «Senza indebite forzature sulla storia, è indubbio l’aiuto che viene alla comprensione del presente e all’immaginazione d’un futuro dalle componenti controverse e trascurate del passato. […] Raccontando l’incontro di due grandi padri della Chiesa, immaginando La vita di Ambrogio narrata da Agostino, ho cercato di mettere a fuoco una tappa d’un processo di presa di coscienza attraverso la memoria del vescovo Ambrogio che Agostino s’era portato in Africa tra la sua gente, stabilendo un ponte ideale tra due continenti che non è pensabile separino i loro destini. Il battesimo di conversione, storicamente impartito da Ambrogio ad Agostino, è il nucleo energetico delle grandi trasformazioni delle persone e delle epoche.

Per questo vedo nell’inevitabile aggancio col nuovo pontificato di Leone XIV non solo un nesso storico e spirituale dello stesso Robert Prevost, reso evidente col suo dirsi sin dal primo giorno − figlio di sant’Agostino −, ma un segno profetico dello Spirito che, nel soffiare dove, come, quando vuole, ha scelto i nostri tormentati giorni per rispondere alla violenza, alle discriminazioni, alle ingiustizie, alle guerre con l’icona del ponte, perché noi convertiamo noi stessi a essere ponti senza perder tempo nel lamentarci dei tempi difficili, dei tempi duri, dei tempi di sventure. Cambiamo noi e il mondo sarà diverso».

Riproduzione riservata ©

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