«C’è un percorso che è iniziato nel libro e sta proseguendo con incontri che si fanno sempre più fitti sul territorio. Questo inevitabilmente potrà portare a un mio coinvolgimento maggiore». Dopo vari tentennamenti, l’ex capo della polizia e dei servizi segreti, il prefetto Franco Gabrielli ha fatto un passo avanti verso un suo ruolo attivo nel cosiddetto “Campo largo progressista”, che riunisce Pd, M5S e AVS, Alleanza Verdi e Sinistra, in un dialogo che tiene conto anche di altri partiti, come Italia Viva, e altri soggetti politici. «Sto ragionando – ha spiegato Gabrielli – sulle modalità con le quali rendere questo impegno più diretto».
Nei mesi passati si era fatto il nome dell’ex capo della polizia come possibile federatore del Campo largo o perlomeno come ministro degli Interni nel caso di vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni. Lui, nel frattempo, girava l’Italia per presentare il libro Contro la paura, manifesto per una sicurezza democratica, edito da Feltrinelli, una sorta di programma politico scritto a quattro mani con il giornalista Carlo Bonini. È intervenuto a incontri, confronti e dialoghi molto partecipati, nel corso dei quali ha sottratto il tema della sicurezza all’egemonia delle destre, ponendolo al centro del programma del centrosinistra.

Incontro Legalità e sicurezza organizzato a Roma da EuropaForum. I relatori: Franco Gabrielli, ex capo della polizia, e Rita Padovano, EuropaForum. Foto: EuropaForum
Gabrielli è intervenuto martedì sera all’incontro “Legalità e sicurezza” coordinato da Rita Padovano di EuropaForum, presso il Focolare Point a Roma, per presentare il suo libro.
«Il tema della sicurezza – ha affermato nel dialogo con i presenti – non può essere declinato soltanto da un punto di vista securitario, anzi». Questa è la dimostrazione del fallimento del governo, nonostante sia in carica da quattro anni. «Sapete qual è la certificazione del fallimento di questo approccio securitario? Ci sono un nome e un cognome: Roberto Vannacci». Il consenso esponenziale dell’ex generale ed attuale eurodeputato, fondatore di Futuro Nazionale, si basa su temi che erano oggetto delle campagne elettorali del centrodestra nel 2022. Ciò significa che a quelle esigenze che hanno consentito la vittoria del governo guidato da Giorgia Meloni «non si è data risposta, quindi quell’approccio sicuritario» è stato fallimentare.
Rispetto al passato, viviamo in condizioni di maggiore sicurezza, tuttavia a livello sociale si è diffusa la paura: dello straniero, dei reati, del terrorismo… Gabrielli riporta agli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti l’inizio dello «scambio fraudolento». «A un certo punto – afferma – ci siamo sentiti tutti indifesi. E lì è scattato quello che non soltanto noi, ma anche acuti e più autorevoli analisti sostengono, cioè lo “scambio fraudolento”». Inuna condizione di paura diffusa, viene offerta una sorta di soluzione: viene data maggiore sicurezza, ma limitando la libertà. «Se tu vuoi essere sicuro – sottolinea Gabrielli – in qualche modo devi cedere un pezzo delle tue libertà, dei tuoi diritti». A livello globale, ma ancora più nella dimensione domestica dei singoli Stati, lo “scambio fraudolento” è diventato la modalità per far fronte al format diffuso di paura sociale. Il risultato è stato una condizione di paura generalizzata, spesso non legata a dati reali, una restrizione delle libertà e una società che rifugge la complessità.

Incontro Legalità e sicurezza organizzato a Roma da EuropaForum. I relatori: Franco Gabrielli, ex capo della polizia, e Rita Padovano, EuropaForum. Foto: EuropaForum
Eppure, il tema della sicurezza è importante. In esso, ha spiegato Gabrielli, «si annida la possibilità di realizzare alcuni diritti fondamentali: il diritto a farsi una famiglia, a costruirla e a difenderla, il diritto alla salute, allo studio, il diritto al lavoro, alla casa. Come fare è la sfida che ci pone questa società contemporanea, ma non è certo evocando la paura che tutto questo sarà possibile».
Gabrielli, come riportava qualche anno fa il Censis, gli italiani sentono il fascino dell’“uomo forte al potere”. E ancora oggi, un italiano su tre ritiene che i regimi autocratici siano più adatti a competere nel caos che viviamo. A destra c’è l’ex generale. A sinistra potrebbe esserci il superpoliziotto?
Proprio perché non credo all’uomo forte, non credo alla contrapposizione tra uomini forti, ammesso che siano uomini forti. Anche perché ci sta governando da quattro anni una donna forte, a dimostrazione che anche questa sorta di semplificazione di genere forse la dovremmo superare. Per quanto mi riguarda c’è un percorso che è iniziato nel libro, sta proseguendo con questi incontri che si fanno sempre più fitti sul territorio e che credo inevitabilmente potrà portare a un coinvolgimento maggiore.
Lei mi ricorda Romano Prodi, che scrisse “Il tempo delle scelte” e poi, prima delle elezioni, girò l’Italia in pullman. Anche lei sta girando il Paese con il suo libro, anche se con altri mezzi. Hanno ipotizzato per lei un ruolo di federatore del Campo largo, la persona che potrebbe riuscire a compattarlo. È un campo troppo largo o è gestibile?
Io credo che oggi la vera sfida sia quella di provare a mettere tutte queste persone, che sono tante, intorno a un tavolo e definire un programma. Magari non sull’empireo mondo, ma su quattro o cinque argomenti che stanno a cuore agli italiani, che sono la salute, la sicurezza, l’innovazione e la produzione industriale. Queste sono le cose che interessano agli italiani ogni giorno. Chi vuole candidarsi non può farlo contro qualcosa.
Questo talvolta è stato uno dei limiti del centrosinistra…
Esatto, si immagina che le proposte siano contro qualcosa. La vera sfida è provare a costruire qualcosa “per” e quel “per” è solo per gli italiani e le italiane. A raccontare storie si prende in giro la gente. Serve un programma serio. Un programma, ripeto, fatto di non molti punti, ma che abbiano un’effettiva realizzabilità. Si può volere il salario minimo, investire nella sanità passando dal 6% al 7,2% del PIL, ma i soldi? Bisogna cominciare a ragionare di proposte che abbiano una forte aderenza con i vincoli di bilancio.
Quali sarebbero le sue priorità?
La salute, la sicurezza, il lavoro, che è sempre più precario, e la gestione dell’immigrazione, che è strettamente connessa alla sicurezza e lavoro. Anche i giovani, di cui non parla nessuno. Si parla sempre dell’immigrazione, ma non parliamo mai dell’emigrazione dei nostri giovani. In Italia negli ultimi dieci anni un milione e 400 mila ragazzi se sono andati e ne sono ritornati solo 400 mila. Una domanda ce la dovremmo porre su questa logica folle: qual è la società che investe nei suoi giovani, li forma e poi li fa andare via?
