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Italia > Società

Ciociaria chiama Palestina

di Stefano Necci, Elisabetta Norci

- Fonte: Città Nuova

Il diario di bordo di una settimana dedicata all’accoglienza e condivisione con i giovani universitari provenienti da Gaza. Un progetto condiviso da volontari e istituzioni del sud del Lazio che hanno deciso di sostenere il progetto di Assopace Palestina che ha sede a Supino, piccolo centro in provincia di Frosinone. Per ricucire il mondo partendo dalle ferite che nessuno vuole vedere.

Foto AssoPace Palestina

Il progetto era ambizioso quanto “folle”: ospitare 60 ragazze e ragazzi gazawi per una settimana, presso il centro Bab el Shams a Supino, sede dell’associazione AssopacePalestina.

Sono giovani arrivati in Italia nei mesi scorsi grazie ai corridoi umanitari, che studiano presso diverse università italiane da nord a sud e che hanno raccolto l’invito di Luisa Morgantini, fondatrice e presidente di AssopacePalestina, a trascorrere questi giorni di agosto presso la sede supinese.

La comunità di giovani palestinesi che studiano in Italia è numerosa ed eterogenea, ma sparsa appunto sul nostro territorio, e allora perché non riunirli ed invitarli in uno stesso luogo affinché potessero incontrarsi, conoscersi, scambiarsi opinioni sulle proprie esperienze di vita, condividere e raccontarsi?

Un’impresa folle, ma così è stato. AssopacePalestina ha attivato la sua rete nazionale e locale coordinandosi con le numerose associazioni, organizzazioni territoriali – ciociare ma non solo – per accogliere i ragazzi e la risposta solidale è stata fantastica: da Supino, Ferentino, Colleferro, Acuto, Sora, Isola Liri, Frosinone, Ceccano, Anagni, Roma, Bologna associazioni e singoli cittadini si sono messi a disposizione per ogni necessità e assistenza.

La chiamata di AssopacePalestina non lasciava dubbi sul fatto che sarebbe stato faticoso, stressante, oneroso ma al tempo stesso unico e indimenticabile. Impossibile non farlo.

Nella settimana che precede il Ferragosto, quando la parola d’ordine è vacanza, il tam tam sui gruppi organizzativi della Ciociaria ha tracciato un solco lungo il quale uomini e donne di “buona volontà” si sono ritrovati a seguire la strada della solidarietà e della umanità, sfidando il caldo, la fatica, l’organizzazione last minute per approntare alloggi, vitto, trasporto ed altro, per far si che Supino fosse casa per questi studenti e studentesse palestinesi.

Questo il nostro diario.

Giorno Zero: il dado è tratto. L’invito per i/le gazawi, che studiano presso le università italiane è stato diramato sul web e le richieste di partecipazione raggiungono subito grandi numeri; ci fermiamo a 60 per motivi logistici e il professor Massimo Pietroni, docente di Fisica all’università di Parma – una guida che li traghetterà dalla rete alla realtà supinese –, ci informa che molte e molti sono rimasti a terra, pur volendo partecipare.

Sono giorni convulsi: al centro Bab el Shams ci si alterna per pulire, spazzare, lavare, rifare i letti, estirpare erbacce nel giardino, aggiustare.

Volontarie e volontari operosamente ricompongono pezzi: le stanze con le lenzuola colorate stese al sole prendono vita, luci e lampadine si accendono nella grande cucina conviviale e nei giardini terrazzati che portano alla punta più in alto del borgo, da cui si vede un panorama speciale: quasi un presepe di notte, montagne e vallate pigre nel biancore del sole.

Nel frattempo da Ferentino, Supino, Ceccano, Acuto, Frosinone, Colleferro, Anagni arrivano viveri: ci si inerpica per la salita, trascinando pacchi di tutto. Quando arriviamo siamo senza fiato per la fatica, ma anche per lo stupore di quello che stiamo facendo: manca poco all’arrivo.

Giorno 1:  domenica, i primi ospiti arrivano alle 7.00, il piano trasporti coinvolge tutti, la rete ferroviaria non ci assiste per i lavori estivi che bloccano la Roma-Cassino: li aspettiamo al piazzale degli autobus, hanno viaggiato tutta la notte, altri arriveranno alla spicciolata durante la giornata e noi corriamo con le macchine, scoprendo volti sorridenti, parlando inglese per come si può (alcuni) e cercando di imparare i nomi che sentiamo pronunciare in arabo.

Gli ultimi sbarcheranno a Fiumicino da Catania, con un volo a singhiozzo per i capricci dell’Etna: infaticabili drivers nostrani li condurranno a casa a notte fonda, ci siamo, si comincia.

Giorno 2: lunedì, presentazione del progetto, saluti del sindaco, Supino si risveglia in un miscuglio di voci ed accenti, i vestiti delle ragazze – più numerose dei colleghi maschi – attirano l’attenzione, i loro occhi scuri, delicatamente colorati dal kajal nero ma anche da toni più chiari, ci ammiccano con qualche timore che pian piano sparirà dal loro sguardo. La sera tutti in pizzeria da Flavio.

Giorno 3: martedì, partenza per Roma ad incontrare l’ambasciatrice di Palestina e poi in giro tra Colosseo, piazze e fontane, assistiti da “Guide per Gaza”, che generosamente li accompagnano: vacanze romane!

Giorno 4: mercoledì, concentrati ed indaffarati a preparare la serata evento prevista in piazza: Saperi e Sapori della Palestina, i ragazzi e le ragazze cucinano tutto il giorno: hummus, koshari, musaka.

Ci rendiamo conto che la cucina, il cibo preparato insieme, è il modo più semplice per creare coesione anche tra loro che non si conoscono pur provenendo dalla stessa terra. In serata una piazza gremita, come da tempo non si vedeva, accoglie gli ospiti, venuti dai dintorni e da lontano, e si aprono le danze: canzoni, poesie, balli, qualche lacrima ma soprattutto gioia di vivere, ricominciare a farlo in Palestina.

Un messaggio di Francesca Albanese, le parole di Luisa Morgantinima soprattutto l’allegria e l’entusiasmo di ragazze e ragazzi che per un momento si lasciano alle spalle i traumi e la sofferenza delle loro storie.

Giorno 5:  giovedì. Ci dividiamo tra mare e montagna, sotto un sole splendido: a Sabaudia i/le gazawi si sentono a casa, così ci dicono, il mare e la spiaggia addolciscono i ricordi della loro terra; in montagna a Collepardo si cammina tra fiume e salite alla scoperta di paesaggi nuovi. Al rientro, stanchi ed affamati, ci sarà il tempo e lo spazio per raccontarsi e scambiarsi opinioni.

Giorno 6: venerdì. Momenti di riflessione in assemblea su quello che stanno vivendo a Supino, domande da parte loro per sapere come chiedere lo status di rifugiato, la cittadinanza, il ricongiungimento familiare. Non è semplice convivere tra il senso di appartenenza ad un popolo oppresso e condannato, ed il senso di libertà che si prova stando qui, lontano da fame, sete, tende, bombe.

Giorno 7: sabato. Anagni ci accoglie in tutta la sua bellezza storica, nella splendida sala della Ragione sindaco ed amministrazione pronunciano parole di benvenuto e di accoglienza. Dopo i convenevoli, chiediamo azioni concrete in supporto della Palestina e della Cisgiordania e proponiamo di realizzare gemellaggi con i villaggi in Cisgiordania. Parte da questo incontro pubblico un nuovo, ambizioso progetto.

Intanto volontarie e volontari hanno preparato un pranzo “al sacco” gradito e abbondante, e anche qui ci aspettano le guide per visitare la cattedrale, il museo e la meravigliosa cripta.

In serata al centro Bab el Shams ci raduniamo per ascoltare i ragazzi e le ragazze restituirci impressioni del loro soggiorno, per ringraziarli di averci nutrito  di speranza in questi giorni, per salutarli augurando di rivederci presto. La stanchezza si mischia alla malinconia, i volti e i nomi sono ormai amicizie che, grazie alla tecnologia, riusciremo a coltivare nel tempo.

Giorno 8: domenica. Si parte, così come tutto era iniziato, ora si finisce accompagnando i nostri amici ed amiche ai loro punti di partenza. Si parla ancora di ritorno all’università e del futuro che vogliono costruirsi qui per ricominciare a vivere a Gaza.

Non è facile raccogliere emozioni e raccontarle in poche righe, le cose da dire sono tante, ma su tutte c’è sicuramente la risposta di un territorio e delle persone che nemmeno per un attimo hanno esitato a metterci anima e corpo in questo progetto.

Scoprire un’umanità umana, ispirata ai valori di accoglienza e solidarietà è stato importante e speciale. Non sono mancate critiche sui social, insulti e cattiverie al grido di “prima gli italiani” di chi non ha gradito “l’invasione araba”.

Non ci scoraggiamo. Finché esisteranno fratelli oppressi non possiamo fare a meno di resistere e avere a cuore la speranza di ricucire il mondo partendo dalle ferite che nessuno vuole vedere. Non abbiamo molte certezze né slogan da sbandierare a tutto campo: la nostra certezza oggi riparte da qui, da Gaza, una terra in cui tutto è stato distrutto, e dalla straordinaria risposta di tutti quelli che hanno celebrato la speranza.

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