L’emergenza Etna ha messo in ginocchio la Sicilia. Per ben tre volte nel corso dell’estate. La polvere lavica diffusa nell’aria durante le eruzioni si è riversata su Catania e sulle città circostanti, in alcuni casi ha raggiunto anche le province più a sud, Ragusa e Siracusa. La polvere lavica ha costretto alla chiusura degli spazi aerei dell’aeroporto di Catania e ha messo a dura prova il sistema dei trasporti in Sicilia proprio nei giorni cruciali delle ferie estive, in piena stagione turistica.
Tutto è accaduto a causa dell’Etna e delle sue “bizze”.
L’Etna o Mongibello (in siciliano Muncibbeḍḍu, o Mungibeddu) è il vulcano attivo più grande d’Europa , che si è formato nel Quaternario. È composto di più strati, frutto di diverse eruzioni, che ne hanno determinato la forma conica che vediamo oggi.
L’origine del nome è poco chiara. Secondo alcuni Etna potrebbe derivare dal greco antico Aitna (da aitho, che significa “ardere” o “bruciare”). La Sicilia fu a lungo colonia greca (la cosiddetta “Magna Grecia”) e la lingua dorica avrebbe influenzato e si sarebbe fusa con gli idiomi indigeni.
Il significato di Etna sarebbe quindi “montagna ardente”. Mungibeddu, invece, potrebbe avere origine nei termini mons (monte) e dall’arabo gibel o jabal (monte). Oggi questo nome è caduto in disuso ed è poco usato. Ma nella tradizione siciliana- e soprattutto catanese – l’Etna è anche “a muntagna”o, “iddu” (in siciliano: «lui, proprio lui». Perché con i suoi quasi 3300 metri domina la visuale di gran parte dell’isola, è visibile anche da alcune province vicine, da alcune zone di Siracusa, Ragusa, Enna, Messina.
Nella storia recente le eruzioni dell’Etna sono una costante. I catanesi ricordano l’eruzione del 252 che sarebbe stata fermata dal “velo di Sant’Agata”: la martire catanese era morta appena un anno prima e i catanesi presero il velo rosso dal suo sepolcro (il velo della sua consacrazione a Dio) e lo portarono di fronte alla colata lavica. Lo stesso sarebbe accaduto nel 1444 quando la lava minacciava da vicino la città e venne fermata all’altezza di Sant’Agata li Battiati. Il piccolo borgo (in quell’epoca forse un centinaio di persone) prese il nome della santa catanese, aggiungendolo al preesistente nome di “battiati” che in siciliano significa “battezzati”.
Si ricorda poi l’eruzione del 1614 che sarebbe durata più di dieci anni e che giunse fino a Catania. Nel 1669 la storia si ripete e la lava distrusse la parte occidentale della città (allora limitata alla zona vicina al porto, raggiungendo e circondando Castello Ursino, che in quell’epoca era sul mare e che oggi invece si trova a notevole distanza dalla riva.
La storia recente narra l’eruzione ormai famosa del dicembre 1991, conclusa dopo 16 mesi, a marzo 1993. È l’eruzione recente più famosa e forse proprio a partire da quegli anni le eruzioni dell’Etna cominciarono a divenire più frequenti e a divenire attrazione per numerosi turisti. In quell’epoca era ancora possibile avvicinarsi alla colata (pur se a debita distanza). Anch’io lo feci e fu un’esperienza forte che ricordo ancora.
Negli ultimi decenni l’attività eruttiva ha cominciato a essere una costante della vita del vulcano. Eruzioni sempre più frequenti, attività stromboliana (cioè esplosioni brevi che lanciano lapilli e lava incandescente per centinaia di metri d’altezza, generando uno spettacolo naturale unico.
Le esplosioni generano polvere lavica. Lo scoppio riduce il magma in minuscoli frammenti che si raffreddano subito, si solidificano creando una serie di piccole particelle, simile a terra nerastra. In realtà si tratta di materiale roccioso frantumato in granelli, ma le componenti sono silicati, cristalli e ossidi minerali.
La polvere lavica è ormai una costante nella vita dei catanesi. Periodicamente essi ritrovano tetti, balconi e verande ricoperte da polvere finissima che si insinua nelle fessure e nei luoghi più nascosti. La conseguenza: la pulizia straordinaria di strade e abitazioni, con scope e ramazze, secondo i metodi tradizionali.
Nel 2023 (a maggio e a novembre) si erano verificati alcuni episodi di parossismi e fontane di lava, dal Cratere di Sud-Est. Nell’estate 2024 le eruzioni si sono susseguite per due mesi dal 14 giugno al 18 agosto. Nel febbraio 2025, si verificarono piccole esplosioni stromboliane e l’apertura di una fessura alla base del cratere Bocca Nuova. Il fenomeno si è ripetuto a dicembre.
E arriviamo al 2026, a questa calda estate.
Nell’estate 2026, il vulcano ha eruttato e lo ha fatto per ben tre volte, con fasi intense di attività esplosiva ed effusiva tra giugno, luglio e agosto 2026. L’aeroporto di Catania è stato bloccato a più riprese, per ben tre volte, a luglio e in agosto, proprio nei giorni clou delle vacanze e dei grandi arrivi di turisti e vacanzieri. Disagi enormi, proteste di chi non è arrivato in tempo, o degli operatori turistici che hanno avuto disdette e presenze annullate e, di conseguenza, perdite economiche importanti. Le immagini dei passeggeri sdraiati sui pavimenti dell’aerostazione hanno fatto il giro del mondo.

Eruzione dell’Etna Agosto 2026 ANSA/CORPO FORESTALE REGIONE SICILIANA
Le ultime eruzioni hanno interessato il Cratere centrale, Cratere di Nord est, Bocca Nuova, cui si è aggiunto di recente anche il Cratere Voragine. Ma hanno soprattutto messo a nudo, drammaticamente, la fragilità del sistema dei trasporti in Sicilia.
Gran parte del traffico aereo siciliano in arrivo e in partenza avviene dall’aeroporto di Catania che nella Sicilia orientale opera in una condizione quasi di monopolio. In poche zone dell’Italia chi viaggia lo fa potendo usufruire di un solo aeroporto e non avendo la possibilità di scegliere voli alternativi. Palermo e Trapani sono troppo distanti, Comiso è troppo piccolo e offre solo pochissimi voli.
La Sicilia ha quasi 4.800.000 abitanti. Poco più di due milioni di persone abitano nel versante occidentale dell’isola, quasi tre milioni nel versante orientale. Nel versante occidentale si vola da Palermo (9,2 milioni di passeggeri l’anno) e da Trapani (poco più di un milione di passeggeri). Nel versante orientale si vola quasi esclusivamente da Catania, che con i suoi 12,3 milioni di passeggeri si attesta ai primi posti in Italia e da Comiso, quest’ultimo però con un traffico aereo assai limitato: aperto dal 2013, ha avuto il picco del numero di passeggeri nel 2019 (450.000), poi il progressivo declino, fino ai 135.000 passeggeri del 2025.
Nel 2026 si è registrato un incremento, grazie ai voli in continuità territoriale (voli a tariffe agevolate per Roma e Milano per i residenti in Sicilia).
Quando l’aeroporto di Catania viene bloccato dalla polvere lavica o da altre emergenze (l’incendio nell’aerostazione del luglio 2024), solo una parte limitata dei voli può essere dirottata a Comiso. Alcuni voli vengono dirottati su Palermo o Trapani, altri vengono cancellati. Solo una parte limitata dei voli viene dirottata su Comiso, che è troppo piccolo (appena sei piazzole di sosta) e non può assorbire se non una parte limitata dei volumi di traffico di Catania.
I disagi sono inevitabili e sono enormi. Gli autobus per il trasporto dei passeggeri nei vari aeroporti non bastano, in alcuni casi i passeggeri che vedono il loro volo dirottato devono raggiungere autonomamente lo scalo alternativo indicato dalla compagnia. Spesso questo comporta la necessità di rinunciare al volo.
La Regione siciliana ha organizzato autobus e treni per il trasporto dei passeggeri: ma garantire centinaia di pullman e treni straordinari richiede uno sforzo organizzativo enorme, forse superiore alle capacità attuali dell’isola.
Nei giorni di “passione” dell’aeroporto di Fontanarossa è emersa drammaticamente la fragilità del sistema dei trasporti in Sicilia. Gli aeroporti sono concentrati nei due versanti dell’isola, non ci sono scali nel centro della Sicilia. Si parla della necessità di un nuovo aeroporto (al centro della Sicilia o nella Valle del Mela, in provincia di Messina). In passato si era parlato anche della zona di Agrigento. E più d’uno sottolinea la necessità di potenziare e rilanciare Comiso che c’è già, ma che è troppo piccolo, sottodimensionato.
«Questa emergenza conferma la necessità di potenziare ulteriormente il sistema aeroportuale dell’Isola e, in particolare, lo scalo di Comiso, sul quale abbiamo deciso di investire nuove risorse per aumentarne capacità e operatività» ha detto il presidente della Regione Renato Schifani.
Ma il miglioramento del sistema aeroportuale siciliano non significa necessariamente realizzazione di nuovi aeroporti. Gli studi recenti dimostrano quali siano le difficoltà dei piccoli aeroporti, che spesso non hanno in sé la capacità di reggersi.
La fragilità del sistema dei trasporti include anche una rete ferroviaria vetusta e inadatta, collegamenti non sempre funzionali, un sistema viario per nulla funzionale (tra Catania e Comiso non c’è un’autostrada, ma solo la strada statale 514, dove attualmente sono in corso i lavori di rifacimento). Tra qualche anno l’arteria sarà più funzionale, ma per il momento si viaggia con difficoltà. Palermo e Trapani sono troppo distanti da Catania e i passeggeri sono costretti a lunghi viaggi alternativi e a lunghe attese.
L’Etna e le sue periodiche eruzioni non sono un fatto eccezionale, diventano oggi un fatto strutturale, con cui fare i conti. Serve un piano regionale regionale di emergenza dei trasporti per tutelare i passeggeri, i lavoratori e tutta l’economia dell’isola. Che, ad oggi, non c’è.
La Sicilia e l’aeroporto di Catania non possono essere considerati alla stregua di altri aeroporti. Qui l’Etna non è un’emergenza, è la realtà con cui dover fare periodicamente i conti. Serve un piano per le emergenze, protocolli condivisi con il coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti: gli aeroporti dell’isola, le aziende del trasporto pubblico su gommato, le ferrovie, il sistema dei taxi e degli NCC. Serve dotarsi di un piano per lo smistamento del traffico negli altri aeroporti. Servono investimenti per migliorare il sistema viario e ferroviario.
Ma non basta. La fragilità della Sicilia non è solo nelle sue infrastrutture. La gestione delle emergenze significa programmazione e questo è il ruolo della politica.
