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Italia > Politica

L’astensionismo non è un partito e può essere contrastato

di Daniela Ropelato

Mentre il Parlamento scrive la nuova legge elettorale, interroghiamoci sulle ragioni di un fenomeno complesso e stratificato come l’astensionismo, che chiede una strategia articolata.

Conta dei voti in un seggio elettorale ANSA/GIANLUIGI BASILIETTI

Il Senato ha calendarizzato per il prossimo 15 settembre il voto in aula sulla riforma della legge elettorale. Un tassello del testo già approvato il 16 luglio dalla Camera dei Deputati disciplina finalmente il voto dei “fuori sede”, misura attesa da anni e sollecitata da studenti, lavoratori e osservatori del sistema elettorale, che punta a intervenire su una delle cause più rilevanti dell’astensione: l’impossibilità pratica di raggiungere il proprio Comune di residenza nel giorno delle elezioni. Il nostro Paese è rimasto tra i pochi in Europa a vincolare l’esercizio del voto al rientro fisico nel Comune di iscrizione elettorale, un vincolo che alcune sperimentazioni (elezioni europee 2024, referendum 2025) avevano già dimostrato essere superabile sul piano organizzativo.

La legge in via di approvazione introduce per la prima volta una disciplina stabile del voto fuori sede estesa anche alle elezioni politiche, oltre che alle europee e ai referendum. Il meccanismo prevede che gli elettori domiciliati per studio, lavoro o cure mediche in un Comune diverso da quello di residenza per almeno nove mesi, possano chiedere l’iscrizione al Comune di domicilio e votare in quella sede per i candidati di quella circoscrizione elettorale. La proposta è stata approvata con un voto unanime, rara eccezione di convergenza, per superare le barriere logistiche che rafforzano il cosiddetto “astensionismo involontario”, definito così in quanto causato da motivi indipendenti dalle proprie scelte politiche.

Tuttavia, in Italia la maggior parte dell’astensione non può essere ricondotta a un impedimento “involontario”. Si tratta di un’esplicita scelta giustificata da protesta o disinteresse e spiegata dalla disillusione verso i partiti (che i sondaggi Eurobarometro collocano sistematicamente tra le principali motivazioni indicate dagli elettori italiani), dalla percezione diffusa dell’inefficacia del voto, dalla carenza di informazioni sulle elezioni e dall’assenza di un dibattito pubblico rilevante.

Prendiamo in esame alcuni dati. Nell’aprile 1948 votò per la Camera dei Deputati il 92,23% degli aventi diritto, ma il record positivo arrivò nel 1953 e di nuovo nel 1958, quando la partecipazione toccò il 93,8%. Era un’Italia in cui recarsi alle urne apparteneva alla vita quotidiana delle persone, sostenuta da partiti, parrocchie, sindacati, un tessuto associativo capillare che accompagnava il cittadino fino al seggio. In occasione delle elezioni politiche del settembre 2022 a votare è il 63,8%. Quando si vota per le amministrative il calo è altrettanto marcato: l’Istituto Cattaneo di Bologna segnala che in molte città capoluogo la partecipazione si è stabilizzata sotto il 50%. Anche i referendum confermano il trend: il referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo scorso ha richiamato alle urne il 58,9% degli elettori. Si tratta della percentuale più alta degli ultimi vent’anni per questo tipo di consultazione, ma è un’eccezione che conferma la regola.

Il calo è strutturale? C’è senza dubbio un dato di continuità: il fenomeno procede senza inversioni durature, attraversa governi di ogni colore, sistemi elettorali diversi, fasi economiche opposte. In secondo luogo, resiste anche quando la posta in gioco è alta, segno che il problema non è l’importanza percepita di un singolo evento: le politiche del 2022, che non sono state una contesa a bassa intensità, hanno comunque segnato un record negativo. Infine, l’astensione ha fattori riconosciuti anche in letteratura come strutturali, quali i processi di socializzazione politica indeboliti dal ricambio generazionale, l’attenuazione della competitività tra i partiti, la moltiplicazione delle scadenze elettorali.

Eppure, chiamarlo “partito degli astenuti”, o “esercito silenzioso” in grado di ribaltare gli equilibri, è una scorciatoia scorretta. Chi non vota non è un blocco con una sola voce e un solo obiettivo. Sommare questi cittadini in un’unica categoria come se condividessero un progetto comune è un errore politico: significa non riconoscere un fenomeno che ha molteplici cause che si sovrappongono e rafforzano a vicenda.

Per “ridurre l’astensionismo e facilitare il voto”, nel dicembre del 2021 il governo Draghi istituì una Commissione coordinata dal costituzionalista Franco Bassanini, con il politologo Leonardo Morlino, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, Adriana Apostoli, Elisabetta Lamarque, Antonio Floridia ed altri esperti di Costituzione e studi elettorali. Il mandato era quello di analizzare il trend fino a sottoporre a Parlamento e Governo alcune proposte concrete in tempo utile per le elezioni politiche successive, previste nel 2023. Dopo un intenso lavoro il Libro bianco prodotto dalla Commissione venne reso pubblico nell’aprile 2022, ma con la caduta del governo la data delle politiche venne anticipata e, mancando il tempo necessario perché le proposte potessero tradursi in iniziative operative, gran parte dello studio finì in un cassetto.

Perché tornarci oggi? Per una ragione scomoda: perché la diagnosi resta valida, dato che l’astensionismo continua a crescere; sarebbe un errore parlarne di nuovo solo a ridosso della prossima tornata elettorale. E poi perché le proposte che concludono il Libro bianco del 2022 non hanno perso mordente; in sé non sono misure isolate, possono essere piuttosto parte di una strategia per la piena attuazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione democratica. C’è un’idea che sembra attraversare l’intera indagine: la partecipazione democratica è un bene comune e, come i beni comuni, va coltivata, protetta e resa accessibile. Compito delle istituzioni non è solo quello di convocare gli elettori, ma di creare le condizioni perché partecipino davvero. Del resto, perché la disaffezione politica dovrebbe essere irreversibile? Si tratta di restituire pienamente al voto il suo valore.

Il capitolo più corposo del Libro bianco, e forse quello meno commentato, è la ricognizione comparata su come si vota in altre 19 democrazie: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera. Le indicazioni finali della ricerca nascono in larga parte proprio da questa comparazione sistematica e adattano soluzioni che altrove sono già consolidate. L’area dell’astensionismo involontario è stata studiata a fondo. L’Italia ha fatto finora meno di altri Paesi per rimuoverne le cause: per questo è ancora più urgente il tentativo trasversale in corso di disciplinare il voto fuori sede, che nel 2022 coinvolgeva già 4,9 milioni di cittadini (pari al 10,5% del corpo elettorale).

Incidono sull’astensionismo involontario anche le caratteristiche demografiche dell’elettorato. Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana ha visto gli anziani di 75 anni e più, nell’arco di settant’anni, passare da 1,2 milioni ad oltre 7 milioni. Una parte di questa popolazione deve superare importanti ostacoli per continuare a votare; per questo una serie di misure si rivolge ad accompagnare chi ha più difficoltà: predisposizione di seggi privi di barriere architettoniche, urne mobili e modalità flessibili, assistenza al voto e postazioni dedicate nelle strutture socio-sanitarie, sedi elettorali diffuse per migliorare l’accessibilità territoriale dei seggi. Potrebbero sembrare questioni tecniche, mentre chiedono alle istituzioni una postura radicalmente diversa nei confronti dei cittadini, soprattutto dei più fragili. Principio di fondo e condizione minima di uguaglianza sostanziale è che la cittadinanza politica non può essere un privilegio di chi dispone di risorse, mobilità e competenze per farsi ascoltare.

Ma chi è convinto che l’atto del votare non esaurisca la relazione tra eletto ed elettore (riflessione approfondita da tempo dal Movimento politico per l’unità), tra le proposte del Libro bianco ne sottolinea anche altre, come il rafforzamento delle campagne istituzionali di informazione, a tutti gli effetti un punto nodale. In Italia la comunicazione sulle modalità di voto è frammentata e tardiva, quando dovrebbe essere un asse portante del sistema di rappresentanza, non un adempimento dell’ultima ora. Se guardiamo ai giovani, i percorsi educativi nelle scuole e gli strumenti di informazione, sfera digitale compresa, devono essere sostenuti da investimenti mirati e continuità nel tempo, perché la cittadinanza attiva non è un riflesso che scatta spontaneamente a diciotto anni, ma una competenza che si apprende e si consolida, passo dopo passo.

Altra proposta interessante è l’istituzione di una Commissione permanente di monitoraggio del processo elettorale, che avvalora il principio del controllo continuativo da parte degli elettori. Un nodo tecnico non banale è come si comunicano i dati sull’affluenza elettorale. Può stupire ma una parte del calo non riflette il dato reale e deriva dal modo in cui viene conteggiato il voto dei cittadini iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), che sottostà a modalità diverse. Il Libro bianco parla di “astensionismo apparente”; va tenuto presente che gli elettori iscritti all’AIRE sono passati da circa 2,3 milioni nel 2001 a circa 5,5 milioni nel 2020. Anche evitare di gonfiare l’allarme sociale può aiutare a controllare il fenomeno.

E poi c’è il voto anticipato presidiato, la digitalizzazione della tessera (election pass) che permette di votare in un seggio a scelta all’interno del distretto elettorale, la concentrazione delle consultazioni in due election day annuali per ridurre disinformazione e costi. Misure che puntano a migliorare la capacità del sistema di adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici e che sono necessarie a bilanciare accesso, sicurezza e integrità del voto. Perché, è chiaro, facilitare l’accesso al voto non basta: la vera posta in gioco è se, tra un’elezione e l’altra, si costruiscono spazi reali di dialogo, di verifica e corresponsabilità tra rappresentanti e rappresentati. Mentre il Parlamento discute i meccanismi del voto, vale la pena ricordare che la qualità della democrazia non si misura il giorno delle elezioni, ma da quello che accade nei giorni, nei mesi, negli anni che separano un’elezione da quella successiva. E in quello spazio, oggi c’è tanto da fare.

 

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