Rifugi chiusi per mancanza di acqua, altri che vivacchiano per l’asseza di chi vuole salire sui ghiacciai ridotti off-limits, temperature che ai duemila metri sfiorano i trenta gradi, con lo zero termico che sale oltre i cinquemila metri, torrenti e laghi ridotti a poca cosa, frane che vengono accelerate dalla calura, temporali tropicali che scaricano millimetri di acqua in pochi minuti sui malcapitati senza giacca e vento…
In montagna, insomma, non si va più, come ai vecchi tempi, per scalare, passeggiare sulle cime, godere del fresco da mane a sera, un tuffo nei laghetti gelati, picnic di fronte a un panorama “imprendibile”… Accade che sia difficile scalare una guglia o indossare i ramponi per salire un ghiacciaio, nelle prime ore della giornata si può camminare al fresco, ma dopo le dieci, undici, bisogna mettersi al riparo per non beccarsi un’insolazione, mentre oramai in tante zone alpine è vietato bagnarsi nelle acque cristalline dei laghi per n+1 motivi, il primo dei quali… sono le creme solari che danneggerebbero l’ecosistema.
E poi i picnic non sono più come una volta, nei punti panoramici c’è la folla di piazza San Marco. E poi serve la massima prudenza anche in mezzo ai boschi, perché rischi di beccarti un’incontro ravvicinato non con i cinghiali ma con i ben più pericolosi ciclisti in mountain bike che sfrecciano in discesa come Pogacar. Per non parlare dell’inflazione delle biciclette elettriche, per cui le strade bianche forestali sono piene di nuguli di incompetenti che trovano così il modo di non faticare, e che per giunta sembrano sbeffeggiarti quando ti sorpassano buttando lì un “buongiorno” che va tradotto in un “fatti da parte vecchietto”.
I bar, poi, sono pieni di gente da mane a sera, cappuccino-cornetto a dieci euro, un misero salsicciotto da supermercato con due chips fanno quindici euri, uno sull’altro! E poi gli equipaggiamenti: una volta si montava in altitudine con gli scarponi di cuoio del cugino o del fratello maggiore, vecchi pantaloni di velluto e la camicia dello zio che ha fatto gli alpini, due panini nello zaino con semplice salame e una borraccia d’acqua di fonte. Oggi sembra di assistere a un defilé di Armani o di Versace, abbigliamento sportivo da centinaia e centinaia di euro, e forse anche migliaia, e panini raffinati che paiono un pranzo da Fouquet’s. I bambini non salgono più in spalla ai grandi, ma ingolfati in tute, marsupi e gilet che ti chiedi come si possa sopravvivere, adulti e infanti.
Potrei continuare e spiegare come la montagna in questo modo stia cambiando le nostre abitudini vacanziere. In realtà basta qualche piccola accortezza per godere ancora, e ancora di più, delle bellezze della natura in altitudine. Certo, qualche sacrificio bisogna pur farlo, ma qualche piccolo stratagemma permette di riposarsi sul serio. Ad esempio, basta alzarsi presto la mattina per godere della fresca e sana solititudine, o quasi, di valli verdi e splendenti, e si riescono pure ad udire ancora i fischi delle marmotte, e magari si possono ammirare le evoluzioni acrobatiche di qualche stambecco, e se va bene il volteggiare dell’aquila reale.
Alzandosi presto, poi, la raccolta di funghi sarà migliore e più abbondante di chi s’avventura nei boschi alle due del pomeriggio. Ancora, perché le gite debbono sempre finire in rifugi che sono ormai ristoranti a tre stelle? In qualsiasi valle alpina, anche nelle più frequentate, si possono inventare percorsi poco trafficati, ma che conducono a mete favolose.
E poi la lettura: non dai telefonini, ma sui libri di carta, va bene anche un Kindle o simile, ma non il cellulare che è una continua fonte di stimoli ed emozioni, che impedisce di svuotare la mente e rilassare i neuroni e i loro percorsi.
E poi si arriva in una qualche cappella in mezzo alle montagne, una pausa, una preghiera, un ricordo sono la coronazione della vera vacanza, lo spaesamento che è il senso del riposo.
(E non parlo del beneficio di sfuggire al caldo asfissiante di questa nostra estate).
