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Storie > Storie

Persone, non organismi

a cura di Candela Copparoni

Un medico patologo davanti all’incertezza e alla fragilità dei pazienti. Da Città Nuova n. 8/2026

Arriva una richiesta di esame urgente inviata dal Servizio di Guardia Medica. Tranne particolari esami che arrivano dalla sala operatoria, un esame istologico, per definizione, non può mai essere un’urgenza clinica. La cosa mi incuriosisce e mi innervosisce. Il giorno dopo, il laboratorio mi consegna la richiesta di “esame urgente”: donna di 24 anni, neoformazione del cavo orale. Sono curioso, lascio il caso che stavo guardando e metto sotto il microscopio il vetrino “urgente”.  Ho un’impennata di disappunto quando vedo che non c’è niente: un piccolo frammento di mucosa della bocca senza alcuna alterazione istologica. Qualche collega spiritoso lo chiamerebbe “nientoma”. Ma voglio capire cosa c’è dietro.

Puntuale, nel tardo pomeriggio, sento arrivare un signore a ritirare il referto. Voglio vederlo e avrei anche voglia di polemizzare. Esco dal mio studio e lo prego di accomodarsi da me. Ha una sessantina di anni, gli occhiali, un vestito grigio, l’aria garbata, dignitosa. Gli dico che ho visto un campione di mucosa sana e lo rassicuro del fatto che sua figlia non ha niente, ma gli chiedo di spiegarmi il mistero del carattere urgente di un caso così.

Esordisce un po’ trepidante, con voce un po’ bassa: «Vede dottore, io sono vedovo e ho 4 figli…». Prosegue raccontandomi di uno dei figli morto per un seminoma del testicolo, è stata un’avventura triste e dolorosissima. La vicenda lo ha provato e mi dice di essere ora terrorizzato all’idea che un altro figlio possa ammalarsi di tumore. Il seminoma è un tumore maligno che insorge in età giovanile ma è, ad oggi, uno dei pochi tumori maligni “che perdonano” anche in uno stadio non iniziale di malattia. Glielo spiego con calma e aggiungo che è davvero una sfortuna rara, oggi, essere morti proprio per questo tumore. «Dottore, io li ho seguiti tutti quei ragazzi ricoverati nella stessa stanza di mio figlio: erano 6 e sono tutti morti! Ho un altro figlio che ogni sera, finito il lavoro, prende la moto e va a trovare la fidanzata a 40 chilometri di distanza e torna a tarda sera, ma non mi preoccupo mai che possa avere un incidente, sono tranquillo. Ma l’idea che un figlio possa avere un tumore mi terrorizza».

Penso alla mucosa orale sana della ragazza, trasalisco all’idea che si sia pensato ad un tumore addirittura maligno. Eppure, per quanto paradossale, devo capire il dramma di questo padre. Cerco di tranquillizzarlo dilungandomi in qualche inutile dettaglio di patologia. Il colloquio dura parecchi minuti, ma non mostro alcuna fretta. Parla dell’oncologo che ha seguito il figlio, della degenza, degli altri ragazzi. Nasce pian piano un po’ di confidenza, di fiducia reciproca; il clima si fa un po’ disteso. Il signore mi guarda. «Dunque, dottore, lei dice che non devo proprio aver paura?». «Assolutamente no! Lei è stato sfortunatissimo, è statisticamente impossibile che le capiti ancora un guaio del genere. Il suo è stato un evento tanto raro che non può capitare due volte proprio a lei!». Esclamo: «Lei ha già dato!», e mi accorgo che, per essere convincente, ho perfino alzato il tono di voce; gli sorrido.

Il signore tace ancora pensoso per qualche attimo, è più sereno e mi dice: «Dottore, ma perché nessuno mi ha spiegato queste cose? Nessuno, fino ad ora, mi ha mai parlato con tanta chiarezza. È possibile?». Non è possibile, sono sicuro che qualcuno gli abbia già spiegato che le sue paure erano infondate, ma è probabile che gliel’abbia detto senza farsi carico delle sue ansie, senza cercare di parlare al suo cuore, senza relazionarsi davvero con lui, senza mettersi – come si usa dire – “nelle sue scarpe”. Il signore mi ringrazia, si accommiata con molta gentilezza, saluta e se ne va rasserenato.

Devo ancora una volta realizzare che a noi medici si insegna ad agire e a rapportarsi con un organismo umano, non con una persona umana. Ci penso spesso: è una carenza formativa grave e di tradizione forse lunga. Il distacco dall’umanità del paziente è forse una reazione di difesa del medico dinanzi al dolore umano, ma non so da cosa derivi. L’assistenza ospedaliera nacque nei conventi con esclusive motivazioni di carità. Immagino che il distacco dall’umanità del paziente possa essere nato dalla tradizione positivista della seconda metà dell’Ottocento, che coinvolse molto anche l’agire medico, ma è certo che non ne usciremo fino a quando non struttureremo l’idea che abbiamo dinanzi persone e non organismi umani.

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