Le ultime notizie dalla guerra del Donbass sono sconfortanti: si sta infatti imponendo una guerra di logoramento, il fronte resta bloccato in un esercizio di usura, in cui le forze russe avanzano lentamente, a fronte di perdite umane e materiali ingenti. I combattimenti si concentrano lungo la linea nel Donetsk, con le truppe di Mosca che stringono la presa su Kostyantynivka e Kramatorsk con manovre a tenaglia per superare le alture e accerchiare le aree urbane fortificate.
L’impiego capillare di droni su entrambi i lati paralizza però le grandi manovre corazzate e rende immediata l’individuazione di ogni movimento di truppe. Inoltre, la Russia sfrutta la superiorità aerea lanciando bombe plananti per radere al suolo le posizioni ucraine prima degli assalti della fanteria.
L’esercito ucraino, da parte sua, ha difficoltà a resistere per il razionamento dei proiettili d’artiglieria e per il difficile avvicendamento dei reparti al fronte. Kyiv compensa le difficoltà sul terreno colpendo le catene logistiche, i depositi di munizioni e le vie di comunicazione russe nelle retrovie del Donbass. Le città sulla linea di contatto sono ridotte in macerie. Il controllo totale degli oblast di Donetsk e Luhansk rimane l’obiettivo primario perseguito dalla leadership russa, ma l’assenza di un netto squilibrio tecnologico e digitale mantiene il settore in una fase di prolungata stasi tattica.
Così accade sul terreno (e nei cieli), mentre l’impressione che domina nel pensiero degli osservatori più attenti è che non si sappia realmente come far finire la guerra, che coinvolge due Paesi ormai sul bordo di una gravissima crisi economica e militare, ma anche politica.
A Mosca, le incursioni ucraine con centinaia e migliaia di droni hanno indubbiamente un certo effetto, se un Paese ricco in idrocarburi come la Russia si trova a dover razionare la benzina. La reazione dell’esercito è limitata ai piccolissimi progressi sul terreno cui si accennava, tra l’altro a costo di migliaia di vite umane, e alle disordinate scariche di missili e droni che cadono a Kyiv, a Odessa o a Kharkiv. Difficile vincere in questo modo, anche se da qualche tempo il Cremlino ha cambiato linguaggio, ormai ammettendo che nel Donbass si sta combattendo una guerra, e non solo una semplice “operazione speciale”: Putin, Lavrov e Peskov stanno preparando la popolazione a una nuova mobilitazione?
Non va meglio a Kyiv, dove si sta assistendo a una grave crisi politica, con licenziamenti delle più alte sfere dell’esercito e del ministero della Difesa, mentre la piazza − la potente piazza ucraina, quella della Rivoluzione arancione del 1994-1995 e della Majdan del 2014 − si fa sentire, e Zelensky ha tutto l’interesse a non trascurarla. I successi militari nei cieli, non solo con le incursioni coi droni in territorio russo, ma anche con i nuovi successi nei duelli tra gli F-16 e i caccia Sukhoi, cosa impensabile solo qualche mese addietro, non bastano per prospettare una vittoria sul campo, troppo grande è la supremazia russa di uomini e mezzi. Mentre − per usare una metafora calcistica − il governo di Kyiv sa che la panchina è corta, i sostituti dei titolari sono insufficienti anche per l’evidente riluttanza di tanti ad andare al massacro, e le armi scarseggiano non solo per il braccino corto del Pentagono.
I contendenti non hanno più le risorse per il gol del ko. La guerra diventa purtroppo normalità, e le diplomazie paiono anch’esse stanche, soprattutto perché la politica estera a stelle e strisce non pare credibile, né forte abbastanza per “imporre” la pace come desidererebbe (ci ricordiamo il progetto di “esportare la democrazia” dell’American Enterprise Institute?), con la complicazione della mutabilità delle posizioni espresse da Casa Bianca e Pentagono. La stessa Turchia, che sembrava la più dinamica nella ricerca di una soluzione negoziata, pare più preoccupata dall’incertezza delle vicende degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb che dello stretto di Azov (o più propriamente di Kerč).
Saremmo, dunque, nella classica impasse che richiederebbe un intervento dell’Onu. Ma nessuno sembra più credere ai suoi buoni uffici nelle cancellerie implicate. Anche se si segnalano i “sospiri” dei governanti, che si renderebbero conto dell’importanza di arbitri autorevoli, per rimanere nella metafora calcistica in tempo di Mondiali.
