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Italia > L'intervista

Notarstefano (AC): No alla remigrazione. La dignità della persona deve essere l’unità di misura della politica

di Sara Fornaro

Sara Fornaro

In un mondo che spinge a riarmarsi per sconfiggere i nemici, la sfida del cristianesimo è di amare quei nemici. Intervista al presidente dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano. Il potere dominante, spiega, ha interesse ad alimentare la paura e la diffidenza tra le persone. Bisogna reagire con l’educazione

Giuseppe Notarstefano, presidente dell’Azione Cattolica Italiana. Foto di Sara Fornaro

«In questo tempo in cui dal nemico ci si deve difendere, e quindi dobbiamo riarmarci per sconfiggerlo, noi siamo chiamati ad essere quelli che, invece, quel nemico lo devono amare. Accettiamo la sfida della paradossalità della vita cristiana. La nostra è la postura di chi crede veramente nella conversione profonda, individuale, che diventa anche azione educativa quotidiana. Crediamo che la comunità politica abbia bisogno di essere risanata attraverso pratiche di dialogo e un modo diverso di stare nelle differenze». Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, è intervenuto alla presentazione a Roma della grande manifestazione che dal 30 luglio al 2 agosto riunirà a Bari oltre 700 responsabili associativi, una ventina di vescovi e due cardinali: Fabio Baggio, pro-prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e il presidente della Cei Matteo Zuppi, che dialogheranno con la popolazione. Con “Orizzonti Mediterranei, abitare la fraternità per una cultua del dialogo”, l’AC raccoglie la sfida di trasformare il Mare Nostrum da frontiera segnata dalle divisioni a luogo simbolico e concreto di relazione, dialogo e speranza, che nascono dai legami tra le persone.

E tuttavia, a livello sociale e politico si tende a dividere e semplificare. «Il dibattito si polarizza – afferma Notarstefano –, ma i problemi non vengono affrontati. In questo momento stiamo discutendo su delle cose che distraggono dai veri problemi del Paese e non permettono di trovare una capacità di incontro su questioni complesse, per le quali nessuno ha una ricetta, una soluzione. Nemmeno i più grandi potenti di questo tempo, che avevano millantato che avrebbero risolto in breve termine le guerre». Ricordando le parole di papa Leone XIV, il presidente di AC sottolinea la necessità di «ristabilire lo spazio pubblico come un luogo dove si cerca insieme la verità delle cose, perché la verità non è proprietà di nessuno». E allora «cerchiamo di non perdere troppo tempo a guardare delle cose che non servono a niente, come la remigrazione: non possiamo perdere tempo con queste allucinazioni». Affrontiamo invece temi fondamentali come la sfida della mobilità umana e quella del cambiamento climatico.

Notarstefano, mentre voi parlate di accoglienza, dialogo e fraternità, a livello politico si vogliono mandar via le persone e, addirittura, i seguaci di alcune forze politiche, fermano gli stranieri per strada per picchiarli. Cosa ne pensa?
L’approccio a questi temi deve essere complesso. Non c’è dubbio che dietro questi episodi di cronaca ci sia un problema di ordine pubblico, ma non perché queste persone sono migranti. Le loro storie dovrebbero aiutare la politica pubblica istituzionale a riflettere sulla qualità dei servizi sociali e della sicurezza. Invece noi trattiamo questi fatti incolpando le persone per il colore della pelle. Ci sono questioni vere, che riguardano la sicurezza, le condizioni di vita, la dignità umana. Un approccio complesso ci dice che bisogna provare a capire le diverse questioni e rispondere con soluzioni complesse. Ci preoccupa la semplificazione che va nella direzione di una convenienza del potere dominante: alimentare la paura, alimentare la diffidenza tra di noi. Sostanzialmente vorrebbero dirci che qualcuno non ha diritto di stare su questa terra e che perciò deve essere distrutto, deve essere mandato fuori. Inizieremo con la remigrazione nel loro Paese e poi cosa faremo? I razzi per mandarli su Marte? È chiaro che si tratta di una risposta allucinata, che liscia il pelo alla paura delle persone.

Come reagire?
Dobbiamo fare un lavoro diverso. Innanzitutto dobbiamo sconfiggere questo sentimento di paura, la paura dell’altro, del diverso, e lo facciamo con l’educazione, perché le nostre comunità cristiane, le nostre associazioni, i nostri movimenti, sono luoghi che dicono che c’è una convivenza possibile che si prende carico delle fragilità, che è cura, che è incontro. Tutti siamo in qualche maniera fragili. Se una persona perde il lavoro è quello il problema, non se è bianco o di un altro colore. Lo stesso vale per il disagio psichico: il problema è la salute mentale, non la confessione religiosa. Noi dovremmo aiutare ad andare in una direzione diversa. Uso il condizionale perché la politica è un po’ sorda, in questo momento.

La politica è un po’ sorda perché non affronta i temi importanti preferendo polemiche inconsistenti?
La politica si intrattiene con certi argomenti perché consentono ai singoli politici, dell’una e dell’altra parte, di avere tanti like e di non lavorare sulle politiche, che è quello che si dovrebbe fare: mettersi in Parlamento, nei consigli regionali, nei consigli comunali e discutere tra parti diverse, perché nessuno ha la verità. Hanno ragione quelli che parlano della sicurezza, perché nelle nostre città è un problema vero, reale. D’altra parte, ha ragione chi dice: prima le persone, prima l’accoglienza, prima la solidarietà. Il trade-off (la scelta tra due opzioni, ndr) non è tra una cosa buona e una cattiva, ma tra cose entrambe buone. Se però questo non diventa lo spazio della politica siamo sconfitti in partenza. La polarizzazione che c’è è di per sé stessa la sconfitta della politica. Noi dobbiamo recuperare una capacità politica, cioè una capacità di mediazione, di trovare delle soluzioni possibili. Non le migliori soluzioni che potrebbero fare i tecnici – questo è il paradigma tecnocratico di cui parlava papa Francesco e di cui parla papa Leone –. Ma trovare le soluzioni storiche possibili, che permettono di mettere al centro la dignità della persona, che dovrebbe essere l’unità di misura della vita politica.

Per lei cos’è la remigrazione?
Remigrazione è una parola farlocca, stupida, perché il processo di mobilità umana è inarrestabile. Io vorrei che ci fosse più simmetria nei flussi di mobilità. Vorrei che i nostri giovani siciliani, i miei studenti, potessero andare a studiare fuori, ma vorrei anche che tanti giovani venissero a studiare qui, che ci fosse simmetria. Invece, ci sono tante ingiustizie. La remigrazione forzata, la deportazione, i centri di accoglienza: sono solo un modo per mettere la polvere sotto il tappeto. Si può fare e si è fatto, anche spendendo tantissimi soldi, ma non si risolve il problema. Bisognerebbe lavorare sulle cause delle migrazioni, ma in questo momento è impossibile, perché gli Stati nel mondo hanno deciso di competere utilizzando la guerra, cercando di distruggersi l’uno con l’altro. L’orientamento dei rapporti internazionali è scivolato improvvisamente forse di uno o due secoli indietro e quindi è difficile trattare i problemi. Papa Francesco lo aveva detto durante la pandemia, ma ce lo siamo dimenticati: nessuno si può salvare da solo.

Come intervenire allora?
Oggi ci sono grandi sfide che non possono che accomunarci. Se ci dividiamo è già una sconfitta. Parlando di immigrazione è chiaro che c’è un problema di integrazione e di sicurezza, ma altra cosa è fare lombrosianesimo (teoria per cui i comportamenti criminali sarebbero innati, ndr). In un bellissimo intervento di venti anni fa, l’onorevole Giulio Andreotti diceva: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». La sfida è culturale. Anche io sento con sofferenza una politica che non riesce ad avere pensieri lunghi. Non voglio essere eccessivamente severo, però è una politica spesso preoccupata del consenso. In questi giorni, per esempio, stiamo perdendo un sacco di tempo su una vicenda di cronaca giudiziaria che andava invece liquidata in fretta.

Ci sono molte menzogne e manipolazioni a proposito della condanna del gioielliere che ha ucciso, sparando loro alle spalle, due rapinatori per strada mentre scappavano…
Come ha detto il vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), Marcello De Chiara, quel signore doveva avere due ergastoli, invece gli hanno dato 12 anni perché hanno tenuto conto delle attenuanti. Non c’è altro da dire. Invece, quella vicenda viene strumentalizzata, viene monopolizzata l’attenzione e io credo che di questo comportamento (i politici, ndr) ne dovranno rendere conto davanti a Dio, visto che alcuni hanno in mano il Rosario, vanno nei santuari e baciano le Madonne. Farebbero meglio a meditare sul Rosario, per ricordarsi che la nostra Madonna è Mater Misericordiae.

Con Orizzonti Mediterranei si parla del Mediterraneo come ponte tra culture e opportunità di pace. E invece la realtà è un Mediterraneo che in parte è in fiamme. Lei ha anche citato Andreotti, che si riferiva alla situazione dei palestinesi. Come guarda a ciò che sta succedendo in Terra Santa?
La Terra Santa è emblematica e facciamo nostra la grande sofferenza che si sta vivendo. Ci sono anche nostri amici e comunità cristiane con cui siamo in contatto. Quest’anno, per esempio, abbiamo lavorato molto con la custodia di Terra Santa e abbiamo una piccola associazione a Betlemme di Azione Cattolica. Abbiamo un canale comunicativo che ci fa sentire ancora più forte il dolore che stanno vivendo. Noi possiamo fare nostro quel dolore e piangere con loro. È una guerra insensata. Quello che è avvenuto a Gaza, quello che è avvenuto in Terra Santa, è qualcosa per cui la sofferenza, le lacrime non basteranno, quindi affidiamo tutto al Signore. Anche noi cerchiamo di unirci al lavoro che con grande fatica, ma anche con grande determinazione, si sta portando avanti.

A cosa si riferisce?
Penso al patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che sta facendo di tutto affinché non si smetta di parlare e non cali l’attenzione su Gaza e sulla Terra Santa, affinché una guerra non spiazzi l’altra. Le guerre sono tutte gravi, tutte inutili, tutte terribili. In quella terra, episodi di convivenza possibile ci sono. C’è gente di tutte le parti che vuole dialogare. Si inizia con lo scambiarsi il cibo, lavorando insieme. Quella cultura, quello stare insieme, poi diventa qualcosa di più. Diventa un’istituzione, una politica pubblica. Noi crediamo tantissimo in questo lavoro culturale, che non esonera la politica perché ne ha bisogno. Se noi ci facciamo tentare da una politica che ci vuole dividere, ci vuole impaurire, ci vuole mettere l’uno contro l’altro, abbiamo già perso. Invece dobbiamo resistere. Dobbiamo farlo con la forza dell’essere testimoni di una pace che in questo tempo più che costruita, va custodita, perché ci è stata donata, perché è dono del Risorto.

 

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