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Italia > Società

Torino di nuovo capitale, ma di un’economia di pace

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Una città nella morsa della dismissione della produzione automobilistica e della trasformazione dell’ex Fiat in una multinazionale a trazione estera. Come resistere al destino segnato di una conversione illusoria verso l’economia di guerra? Molte proposte in campo per una politica industriale coerente. Intervista a Caterina Mele del Politecnico di Torino

Archivio: stabilimento Fiat Grugliasco nel 2013, chiuso nel 2023. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Davanti ai piani di riarmo suggellati dall’ultimo vertice della Nato ad Ankara, come dimostrano i piani di Leonardo da una parte, e di Confindustria dall’altro, Torino si avvia a diventare un hub strategico per il settore delle armi e quello del nucleare civile.

Ha lasciato, perciò, sorpresi e imbarazzati molti ambienti, anche ecclesiali, la chiarezza espressa lo scorso primo maggio dalla lettera aperta del cardinale Repole sul futuro della città: vogliamo diventare la capitale delle armi?

La pastorale sociale e del lavoro della diocesi sta lavorando per costruire a settembre un appuntamento pubblico in cui dibattere seriamente su una domanda che mette in discussione una scelta che appare irreversibile.

Abbiamo perciò intervistato Caterina Mele, professoressa presso il dipartimento di Ingegneria Strutturale Edile e Geotecnica (DISEG) del Politecnico di Torino, che fa parte del Collegio docenti del dottorato di interesse nazionale in Peace Studies, nel curriculum “Tecnologia, Sostenibilità e Pace” dello stesso Politecnico (referenti locali Walter Franco e Viviana Molaschi). La docente universitaria è intervenuta nel dibattito con un intervento pubblicato sul sito La porta di vetro.

Non appare retorica nello scenario di una ferrea volontà di riarmo mondiale ed europeo la domanda posta il primo maggio dal cardinale Repole?

Niente affatto. Questa domanda ci interroga profondamente perché tocca l’identità stessa del nostro territorio. Torino ha una storia di grandi trasformazioni: nel 1563 divenne capitale del ducato sabaudo, poi del Regno d’Italia nel 1861, per poi affrontare una crisi gravissima quando la capitale fu spostata a Firenze e Roma nel 1865. Da quella crisi uscì diventando la capitale indiscussa dell’auto per quasi un secolo. Oggi, con la deindustrializzazione e la fine del primato dell’automotive, siamo di fronte a una sfida analoga che richiede uno sforzo di “buona volontà” per trovare una nuova visione di futuro invece che piegarsi ai disegni esterni.

Ma molti esponenti della classe politica e imprenditoriale vedono, invece, nel riarmo europeo e nell’industria bellica un’opportunità di crescita economica. Qual è la sua opinione a riguardo?

I dati degli studi più avanzati e rigorosi dicono il contrario. Report recenti dimostrano che la spesa militare non è un driver efficace di crescita, né diminuisce realmente la disoccupazione. In un contesto di stagnazione, concentrare risorse sugli armamenti sottrae investimenti vitali all’ambiente, all’istruzione e alla sanità. Inoltre, a livello europeo, stiamo assistendo a una preoccupante inversione di rotta: il piano ReArm EU del 2025, che prevede fino a 800 miliardi di euro per la Difesa entro il 2030, rischia di affossare definitivamente il Green Deal. Solo in termini di emissioni, questo piano potrebbe generare fino a 218 milioni di tonnellate di CO2 in più all’anno.

Panorama di Torino. Foto di Luca da Pixabay

Eppure il realismo politico non conduce a porre in contraddizione pace e lavoro nell’attuale scenario di mercato?

Assolutamente no. Pace e lavoro sono i pilastri della nostra democrazia, sanciti dagli articoli 1 e 11 della Costituzione. Ripudiare la guerra non significa rinunciare allo sviluppo, ma scegliere modelli produttivi coerenti con un’economia di pace. Dobbiamo smettere di affidare alla guerra le speranze del nostro territorio.

Quali sono allora le alternative concrete per il tessuto produttivo torinese?

Le potenzialità sono molteplici e toccano la decarbonizzazione e la cura del territorio. Penso a filiere per le energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile — magari ispirandoci al “Taxi Ferroviario” a guida autonoma di Trento o alle infrastrutture ciclabili di Copenaghen — e alla riqualificazione del parco edilizio per combattere la povertà energetica.

Torino, inoltre, ha ancora manodopera qualificata che potrebbe essere riconvertita, ad esempio, nella produzione di batterie elettriche. È necessario però che la politica industriale sia chiara e non ambigua, smettendo di inseguire solo i profitti record di aziende di armamenti come Leonardo.

Sul fronte urbano, ad esempio, sono già note ma non attuate le proposte per mitigare gli effetti delle isole di calore e i fenomeni metereologici estremi, come esposto nel Piano di resilienza climatica del 2020, sempre più indispensabili, come stiamo vedendo in questa estate rovente.

Esistono buone pratiche riproducibili a Torino per dar vita, come auspicato dalla pastorale sociale, ad un laboratorio per disarmare l’economia? 

Certo. Credo ad esempio che il progetto Warfree nato nel Sulcis iglesiente, in Sardegna, sia una best practice straordinaria che abbiamo approfondito nella scuola residenziale di maggio del dottorato nazionale in Peace Studies con i docenti dell’Università di Cagliari, in particolare da Aide Esu.

In un territorio devastato dall’industria estrattiva e minacciato dalle basi militari, associazioni e piccoli produttori hanno creato un marchio che offre un segno di economia positiva, alternativa all’industria delle armi. Potrebbe essere un ottimo punto di partenza per costruire anche a Torino una piattaforma di proposte alternative. Occorrono, come detto, scelte di politica industriale prive di ambiguità, e linee di indirizzo che possano guidare strategie, investimenti e formazione.

In che modo può concorrere a tale prospettiva il mondo della ricerca universitaria?

La formazione superiore e universitaria può, e a mio avviso deve, sviluppare percorsi formativi inclusivi e adeguati ad affrontare questa complessa sfida ambientale, sociale ed economica. Insieme alle istituzioni e ai partenariati locali, deve contribuire a mettere in evidenza le migliori buone pratiche che già esistono, da cui trarre esperienze positive esportabili.

Ma alla radice dobbiamo mettere seriamente in discussione un modello economico che ha come unico obiettivo il profitto e la crescita illimitata, impossibile in un sistema finito come quello terrestre. È un modello energivoro che produce diseguaglianze e scarti, portandoci inevitabilmente verso l’atto più perverso di tutti: la guerra. Torino può e deve tornare a essere una città capitale, ma di un’economia di pace.

Riproduzione riservata ©

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