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In profondità > Idee

La Comunione come la vera forma della vita

di Stanislao Esposito

- Fonte: Città Nuova

La visione di J. R. R. Tolkien e di Chiara Lubich. Articolo pubblicato su LivingCity Magazine July-Aug 2026

Da sin. a des., Frodo (Eliijah Wood), Gollum e Sam (Sean Astin) in una foto di scena del film “Il Signore degli Anelli, il Ritorno del Re”. Ansa Ufficio Stampa – CD

Con un nuovo film all’orizzonte e un altro già in fase di sviluppo, la terra mitica della Terra di Mezzo torna ancora una volta al centro dell’attenzione culturale. Il mondo immaginativo di J. R. R. Tolkien (1892-1973) continua ad attirare milioni di persone dentro i suoi paesaggi, dentro storie che, pur nella loro forma mitica, parlano con sorprendente chiarezza alle strutture più profonde dell’esistenza umana. Anch’io mi riconosco tra coloro che si lasciano attirare di nuovo. Di recente ho ripreso in mano il grande volume de Il Signore degli Anelli e ho cominciato a leggerlo ancora una volta. Questa volta, però, la mia attenzione si è fermata sul titolo del primo volume: La Compagnia dell’Anello. La parola “compagnia” mi è sembrata particolarmente interessante. La narrazione si svolge nella Terra di Mezzo, un mondo vasto e antico abitato da una ricca diversità di esseri: Uomini, Elfi, Nani e Hobbit, piccoli abitanti pacifici, molto più bassi degli Uomini. Accanto a loro si muovono presenze più oscure: Orchi, Goblin e i più temibili Uruk-hai. Ci sono anche creature di natura straordinaria, come draghi, grandi Aquile e perfino alberi viventi conosciuti come Ent. È un mondo segnato dal conflitto, dove la lotta tra il bene e il male orienta il corso della storia. Al cuore di questo mondo si forma una piccola e improbabile compagnia. I suoi membri sono uniti da un compito che, a prima vista, sembra quasi assurdo: aiutare un giovane e umile hobbit, Frodo Baggins, a portare un peso immenso: l’Unico Anello. Questo piccolo e antico oggetto, forgiato dall’oscuro signore Sauron nei fuochi del Monte Fato, contiene in sé una parte del suo stesso potere. Non è semplicemente un oggetto, ma un’estensione della sua volontà. Dopo essere rimasto perduto per secoli, l’Anello è ora riemerso. Sauron, avvertendone la presenza, inizia la sua ricerca instancabile. Se riuscisse a recuperarlo, il suo dominio sulla Terra di Mezzo diventerebbe assoluto.

La missione affidata a Frodo, entrato in possesso dell’Anello quasi per caso, è dunque chiara: esso deve essere riportato nel luogo in cui fu forgiato e gettato nel fuoco in cui, molte ere prima, era stato creato. Solo lì può essere distrutto e la minaccia del male può essere annientata. Il compito è impossibile. Frodo non è né un guerriero né un re. Non è forte né potente. È piccolo, vulnerabile e del tutto inadatto a una missione simile. Eppure possiede la più decisiva delle forze: non è solo.

Compagnia e comunione

L’uso che Tolkien fa della parola fellowship non è casuale né decorativo. In italiano, tuttavia, la distinzione è meno netta che in inglese. La parola “compagnia” può indicare sia un gruppo di persone riunite da uno scopo, sia una forma più profonda di vicinanza, amicizia e appartenenza. In inglese, invece, company e fellowship suggeriscono sfumature più distinte: la prima può indicare un insieme funzionale o temporaneo, mentre la seconda richiama una comunione più profonda, quasi una condivisione di vita e di destino. Per questo, la fellowship di Tolkien non può essere ridotta a semplice compagnia, a cameratismo o appartenenza a un gruppo. Un gruppo è funzionale: temporaneo, orientato a uno scopo, spesso unito dalla necessità. Può esistere senza intimità, senza trasformazione, perfino senza una relazione autentica. Una fellowship, invece, è qualcosa di ontologico. È una comunione di persone, una vita condivisa nella quale gli individui non vengono dissolti, ma approfonditi. Non è semplicemente stare insieme, ma essere con e per l’altro, orientati verso un significato più grande del proprio io. Nel senso più profondo, è diventare insieme qualcosa di nuovo.

Questa distinzione apre un ponte sorprendente con la spiritualità di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari e oggi serva di Dio. Riflettendo sulla Compagnia di Tolkien, non si può non pensare alle prime compagne di Lubich, persone unite non da una strategia o da una struttura, ma da una scoperta e da una fede condivisa: la certezza trasformante che Dio ama immensamente ogni persona. Nel mezzo di un mondo lacerato dalla guerra, esse scelsero una via radicale: amare ogni persona incontrata fino all’unità, diventando pronte, se necessario, a dare la vita le une per le altre.

La creazione come comunione

Per Tolkien e per Lubich questa visione non è accidentale. È radicata in un immaginario teologico condiviso, cristiano e più precisamente cattolico. Nel suo libro Il Silmarillion, Tolkien presenta la creazione stessa come un atto di comunione. All’origine di tutte le cose sta Eru Ilúvatar, il Dio creatore, che porta all’esistenza gli Ainur, esseri spirituali, e li invita a partecipare alla sua grande musica. Ciascuno contribuisce secondo la propria natura, distinto e tuttavia interdipendente. Nessuna voce basta a sé stessa. Il significato emerge solo nell’armonia. Attraverso questa musica, il mondo stesso viene all’essere. La creazione è dunque fondamentalmente relazionale: la realtà nasce come atto comunitario. La frattura entra con Melkor, il più potente degli Ainur, che introduce la dissonanza nella musica. Cercando non la partecipazione ma il dominio, egli rifiuta la relazione. La sua ribellione segna l’emergere di ciò che potremmo chiamare “individualismo distorto”: l’illusione dell’autosufficienza, il rifiuto della comunione, la volontà di controllare invece di appartenere.

La ferita della divisione

Un’intuizione simile si trova al cuore della spiritualità di Lubich. Per lei, la ferita più profonda dell’umanità non è semplicemente il fallimento morale, ma la divisione stessa: una lacerazione nel tessuto della comunione. L’umanità, creata a immagine di un Dio trinitario, è fatta per l’unità. Quando quell’unità si spezza, qualcosa si frantuma nel centro stesso della vita. Tolkien offre incarnazioni vivide di questa frattura attraverso i personaggi del suo romanzo. Gollum ne è forse l’esempio più chiaro. Un tempo conosciuto come Sméagol, viene consumato dal possesso dell’Anello, un tesoro trovato sul fondo di un fiume. Il desiderio di possederlo lo conduce perfino a uccidere un suo parente. Tagliato fuori da ogni relazione, sprofonda nell’isolamento e non è più pienamente sé stesso. Boromir, membro della Compagnia dell’Anello, rappresenta una distorsione più sottile. Le sue intenzioni sono nobili, eppure agisce nell’isolamento, fidandosi del proprio giudizio più che del discernimento condiviso. Incapace di vedere il proprio destino come inseparabile da quello del mondo più ampio, diventa vulnerabile alla tentazione dell’Anello: il bene di Gondor, la città del Re, viene prima di tutto. Denethor, sovrintendente di Gondor e padre di Boromir, specialmente nell’interpretazione cinematografica, rivela un’altra forma ancora di questa distorsione: non come debolezza, ma come restringimento dello sguardo. Rifiuta il consiglio, si chiude nella propria prospettiva e alla fine perde la capacità di vedere chiaramente la realtà, perfino di riconoscere il valore del suo secondo figlio, Faramir. In ogni caso, l’individualismo distorto non rafforza l’io: lo frammenta. L’isolamento non produce identità, la erode.

Il grido dell’abbandono

Nella visione di Lubich, questa frattura raggiunge la sua espressione più profonda in Cristo crocifisso“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Gesù muore fuori dalla città, fuori dalla comunione umana, portando dentro di sé il doppio isolamento dell’umanità: la separazione da Dio e dagli altri. Eppure è proprio lì, in quel luogo di rottura assoluta, che l’unità viene restaurata. La fellowship, la comunione-compagnia, non nasce dalla forza, ma dall’amore che entra nella divisione e la guarisce dall’interno.

La compagnia come trasformazione

La Compagnia dell’Anello non è un’unità di uniformità, ma di differenza. Ogni membro conserva la propria identità, eppure la offre per il bene di tutti. La diversità non diventa un ostacolo, ma la condizione stessa della comunione. La stessa dinamica segnò la prima esperienza di Lubich e delle sue compagne: ciascuna rimaneva pienamente sé stessa, eppure viveva così profondamente per le altre che gioia e sofferenza diventavano realtà condivise. L’amore si espandeva verso l’esterno, trasformando non solo gli individui, ma intere comunità: prima Trento, poi l’Italia e infine il mondo. L’unità, dunque, non dipende dalla prossimità o dalla struttura. Comincia nel cuore ed è sostenuta dall’amore, specialmente nei momenti di frammentazione. Anche quando la Compagnia è esteriormente spezzata, rimane interiormente una.

La fine dell’individualismo

Al centro della narrazione di Tolkien sta Frodo, che capovolge radicalmente l’ideale moderno dell’eroe autosufficiente. Frodo non porta mai a compimento il suo compito da solo. Sulla strada per portare l’Anello agli Elfi, viene ferito dagli oscuri Nazgûl a Colle Vento e deve essere condotto in salvo a Gran Burrone, la città degli Elfi, dove viene guarito con la medicina elfica. Non può arrivarci con le proprie forze. È Glorfindel, Arwen nei film, a condurlo lì. Durante tutto il viaggio, Samwise Gamgee lo sostiene, forse l’incarnazione più chiara dell’amore fedele in tutta la storia. Secondo Tolkien, è lui il vero eroe del romanzo. Alla fine, Frodo fallisce. In piedi sull’orlo del Monte Fato, non riesce a distruggere l’Anello. Eppure la missione si compie attraverso l’intervento inatteso e provvidenziale di Gollum, che li aveva seguiti nella speranza di riprendere l’Anello. La vittoria non nasce dalla forza individuale, ma da una misteriosa convergenza di relazioni, misericordia e grazia. Questa è la profonda inversione di Tolkien: la salvezza non si raggiunge da soli.

Eucatastrofe e redenzione

Tolkien descrisse la sua opera come fondamentalmente cattolica. Anche se Dio non viene mai nominato esplicitamente ne Il Signore degli Anelli, la provvidenza divina permea ogni momento. Perfino il fallimento apparente diventa il punto di svolta della redenzione, una dinamica che Tolkien chiamò notoriamente “eucatastrofe”: il rovesciamento improvviso in cui una sconfitta apparente diventa porta d’accesso a un bene inatteso. Qui la sua visione risuona profondamente con quella di Chiara Lubich: il luogo del più grande abbandono diventa il luogo della più grande comunione, con Dio, con gli altri e con sé stessi. La Croce è il luogo in cui l’eucatastrofe diventa reale.

Una parola finale

Mentre ci prepariamo a tornare ancora una volta nella Terra di Mezzo, o a incontrarla per la prima volta, potremmo farlo non soltanto da spettatori, ma da partecipanti. Siamo invitati a riscoprire la chiamata alla fellowship, alla comunione-compagnia, dentro la nostra stessa vita. Tolkien e Lubich ci ricordano entrambi una verità che va contro le correnti dominanti della cultura moderna: nessuno si realizza da solo e nessuno si salva da solo. Forse tutta questa visione può essere raccolta in un unico, silenzioso gesto d’amore. Nel film Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re, sulla soglia del Monte Fato, Sam guarda Frodo, sfinito, spezzato, incapace di continuare, e gli dice: «Non posso portarlo io per te… ma posso portare te». In quel momento, fellowship e unità diventano una cosa sola. E la comunione si rivela come la vera forma della vita.

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