È trascorso un anno da quando in Mariapoli (incontro di più giorni estivo del Movimento dei Focolari per tutti, ndr) con un vecchio ciclostile ad alcool, tirammo 70 copie di questo giornale. Le copie non furono tutte distribuite: ne tenemmo qualcuna in cassetto.
Pochi giorni dopo preparammo un nuovo numerо: le copie erano 120.
Quei fogli passarono di mano in mano e vennero letti con tanta avidità che le richieste aumentarono. Così le copie divennero 150, poi 180, poi con un lavoro da certosini fummo costretti a incidere due volte la matrice del ciclostile, e le copie divennero 300.
In settembre tornammo a Roma e si volle fare un numero speciale per tutti coloro che erano stati in Mariapoli. Scoprimmo allora che esistevano i ciclostili a inchiostro in grado di tirare anche migliaia di copie, e così partirono 900 giornaletti. Incominciarono a pioverci lettere da ogni parte, piene di calore e di gioia.
Ci supplicarono di continuare, così, di numero in numero, la tiratura aumentò: 1.500, 2.000, 3.000, 4.000 copie.
Il ciclostile elettrico sbuffava, si riscaldava, si guastava, ma sembrava anch’esso felice di lavorare senza soste.
Il lavoro però era estenuante: dopo i giorni che occorrevano per battere macchina le matrici e per illustrarle con disegni, ci voleva una settimana per tirare tutte le pagine.
Quindi diecine di persone raccolte a Roma incominciarono suddivise in “squadrette”, chi a impaginare, chi a mettere le graffette ad ogni copia, chi a piegare il giornaletto, chi
a fare gli indirizzi e chi a spedirlo.
Un amico, al quale un giorno raccontammo della nostra attività, ci disse che… esisteva la stampa, che era stata inventata apposta alcuni secoli prima per evitare tutta quella fatica che noi, nell’anno di grazia 1957, stavamo facendo. Ma non volevamo cedere: ci sembrava di togliere al giornaletto quella freschezza e quella familiarità che lo rendevano tanto attraente.
Tuttavia, un certo giorno ci dovemmo arrendere e incominciammo a girare per le tipografie di Roma, quasi con l’apprensione e l’affetto del padre che affida il figlioletto al maestro per la prima volta.
E la diffusione, contro tutte le nostre paure, aumentò.
Una volta capitò una cartolina dal centro dell’Africa che diceva pressappoco così: «Ho conosciuto il vostro movimento alcuni anni fa, quando ero ancora in Italia, ma da che sono quaggiù con i negri di queste terre non ne avevo avuto più alcuna notizia. Ho visto il vostro giornale in una casa di italiani nella capitale di questa Colonia, dove mi sono recato per motivi del mio ministero missionario. Ho letto tutto con avidità e mi sono risentito in mezzo a voi, nella cordialità e nell’affetto di un tempo. Vi supplico, tenete unito anche me con il vostro giornale!».
Siamo rimasti commossi e, quasi sbigottiti, ci siamo accorti che il nostro foglio non solo aveva ormai una tiratura di migliaia e migliaia di copie ma arrivava quasi in tutti gli Stati del mondo.
Dagli indirizzi dei nostri abbonati abbiamo scoperto allora i nomi dei Paesi più lontani: dalla Terra del Fuoco alla Finlandia; da Goa al Pakistan; dall’Uganda a Hong Kong, e poi 300 copie in Austria e centinaia in Germania e altre in Svezia, in Islanda, moltissime in Francia; e poi… Una fila di nomi che rievocarono alla nostra memoria Paesi favolosi, sentiti nominati alla terza media o forse solo letti nei romanzi di Salgari e poi per sempre dimenticati.
Quello che ci faceva commuovere fino alle lacrime era il sapere che dietro ha o ognuno di quegli indirizzi vera una persona accesa per quello stesso ideale che vibrava e soffriva e godeva come qualsiasi altro di noi qui, a Roma o a Trento o a Milano.
Sono iniziate le edizioni in lingue straniera: in francese in tedesco.
È passato solo un anno da quando il primo numero di 70 copie usciva timidamente.
Ma come mai tutto questo? «Egli è come un granello di senapa, che quando si semina in terra è il più piccolo di tutti i semi che sono in terra, ma seminato che è, cresce e diventa il maggiore di tutti gli arbusti e fai rami così grandi che tutti gli uccelli del cielo possono mettersi al riparo della sua ombra».

Questa rubrica celebra i 70 anni della rivista Città Nuova con una selezione di articoli pubblicati sui primi numeri. Su Città Nuova, agosto 1957 (che uscì col titolo provvisorio di “La Rete”), un articolo redazionale traccia il bilancio dell’incredibile crescita della rivista in soli 12 mesi dall’uscita del primo numero. L’immagine del «ciclostile elettrico che sbuffava, si riscaldava, si guastava» rimarrà famosa perché sarà citata spesso negli anni a venire quasi come simbolo dei primi passi della rivista