Se capita all’ignaro viandante per le vie di Roma di avventurarsi, magari per puro caso fortuito, nella basilica di Sant’Agostino, in pieno centro (famosa per accogliere tra le altre le spoglie mortali di Santa Monica, madre di Agostino di Ippona), nella prima cappella della navata di sinistra può rimanere estasiato, contemplandola, da un’opera del Caravaggio realizzata intorno ai primi anni del 1600: la Madonna dei Pellegrini (nota anche come “Madonna di Loreto”).

La Madonna dei Pellegrini (o Madonna di Loreto) di Caravaggio, nella basilica di Sant’Agostino a roma. Foto: Caravaggio – Scansione personale, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15219542
Essa raffigura una donna, diremmo, popolana, che tiene in braccio il suo corposo pargoletto e che sull’uscio di una casa non sfarzosa, segnata da alcune crepe vicino alla porta, si espone verso due pellegrini, presumibilmente contadini, dai piedi gonfi e sporchi, genuflessi in atteggiamento di adorazione e di preghiera. Ebbene quella donna, nella immaginazione dell’artista, doveva evocare proprio la figura della Vergine Maria, nelle vesti inconsuete, però, di una semplice donna del popolo, riconoscibile, forse, solo per quella semplice delicata aureola, appena accennata, che le contorna il capo. Secondo la tradizione, la Madonna si era rivelata ai pellegrini che avevano compiuto un lungo cammino per giungere alla Sacra Casa (che altra tradizione voleva fosse quella trasportata dagli angeli dai luoghi natii del Salvatore sino a Loreto). E la sua apparizione sull’uscio di quella casa umile e modesta costituiva la meritata ricompensa per la fede semplice dei due viandanti.
C’è però da sottolineare che l’artista aveva preso a modello della sua opera – come si suole narrare – una prostituta, tale Maddalena Antognetti (nota come “Lena” e cui pare l’artista fosse anche legato sentimentalmente): insomma un pugno nell’occhio per tutti coloro che ritenevano si dovessero combattere l’idea e la prassi dell’evidente fenomeno della prostituzione, dilagante nell’Urbe.
Perché? La risposta è immediata se solo si ha riguardo al genio, talvolta, “extra ordinem”, del Caravaggio: la circostanza che proprio quella donna potesse rappresentare la Vergine Maria, nell’immaginario dell’artista, denotava la profonda umanità del personaggio così raffigurato, la sua vicinanza e quasi contiguità allo “status” di quei poveri e disarmanti pellegrini, dai piedi sporchi e gonfi. Insomma un elogio di quanto invece nella coscienza collettiva “benpensante” si pone all’estremo opposto di categorie standardizzate quali la pura ortodossia, la conformazione, la rettitudine e il ruolo solo formali: in una parola della “precarietà” e, perché no, anche del limite.
Scelta apocalittica, controvertibile, di dubbio gusto? Di certo, è stata una scelta nella direzione della considerazione (e valorizzazione) della reale entità dell’essere e dell’esistenza.
Pensiamo alla cultura della civiltà greca, l’unica cultura che abbia sin da subito attribuito un enorme valore al “limite” e che abbia letto nell’evento conclusivo della esistenza di ogni vivente (la morte) una realtà, sovrastante ogni e qualsiasi volontà, che al contempo ne segna il confine insuperabile e quindi ne fonda la ragione profonda di un agire misurato e consapevole. Oltrepassare il limite, per quella cultura, avrebbe significato esporsi al rischio dell’hybris, della tracotanza, e non a caso per i greci l’uomo era considerato il mortale per eccellenza – θνητός” (thentòs) – , come peraltro tutti gli altri esseri viventi, diversi dagli uomini (animali, piante, ecc..) , che però – al contrario degli uomini – non hanno coscienza né quindi timore del destino futuro di ognuno di essi.
E le parole utilizzate da papa Leone XIV nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas sono una conferma autorevole di quella saggezza già insita nella cultura greca. Scrive papa Prevost: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo».
Certamente si può obiettare che la visione del Santo Padre è dettata da quella che egli definisce la “luce della fede”, ma non v’è chi non veda – come a loro tempo videro i greci, alieni da ogni visione fideistica – la fondamentale e condivisibile ragionevolezza di una siffatta prospettazione.
Se solo essa informasse di sé chi detiene autorità e potere, così come tutti i protagonisti della vita civile e politica, dai più alti agli infimi livelli, senza distinzione di sorta, ciò gioverebbe senz’altro a recuperare quel senso misurato e consapevole delle proprie scelte (sempre influenti sul destino dei tanti che condividono il cammino di ognuno di noi) ed impedirebbe di assumere atteggiamenti tracotanti che si pongono oltre il limite naturale delle cose e delle decisioni ad esse connesse.
Forse quella modesta postura di chi con i piedi “sporchi e gonfi” impetra grazie e benevolenza per sé e per i propri compagni di viaggio potrebbe non essere solo una raffigurazione artistica, pur pensosa e allusiva, ma una scelta o uno stile di vita che segnerebbe un punto a favore delle nostre stesse stressate civiltà.
