La casula di papa Leone è carica di simboli: il disegno azzurro richiama le onde del mare. Le croci ricamate sulle onde ricordano i migranti che sono morti in mare. La casula è stata realizzata dalle Pie Discepole del Divin Maestro di Roma. La casula è uno dei simboli forti del viaggio di Leone XIV a Lampedusa. Una visita breve, ma intensa e carica di significati.
Il pontefice si è recato al cimitero, per rendere omaggio ai migranti che sono morti in mare. Alcuni sono sepolti nel piccolo cimitero di Lampedusa, altri in vari cimiteri di città siciliane. Il pontefice si è fermato davanti alla tomba del piccolo Youssef, un bimbo di 6 mesi morto in mare. Davanti alla piccola stele, la sua croce, Leone ha deposto dei fiori bianchi e gialli.
Poi si è recato alla Porta d’Europa, il monumento simbolo di Lampedusa. Si è avvicinato tenendo per mano una famiglia di migranti, con una bambina. Poi ha attraversato da solo la porta. La Porta d’Europa è un monumento di 5 metri di altezza, realizzato da Mimmo Palladino in ceramica refrattaria e zinco. Essa è il simbolo delle centinaia di migliaia di migranti che tentano di raggiungere l’Europa, attraversando simbolicamente l’isola e la sua “porta”.
Subito dopo, Leone si è spostato sugli scogli, salendo con un’agilità impensata, sempre da solo. L’immagine del papa in piedi di fronte al mare, in balia del vento che sembrava stesse per travolgerlo, che saluta simbolicamente anche tutti i suoi morti, rimarrà uno dei simboli di questa visita. Il vento ha anche portato via lo zucchetto e nei momenti successivi il papa ha preferito portarlo in mano.
La tappa successiva al Molo Favaloro, altro luogo simbolo di Lampedusa, quel molo dove arrivano le imbarcazioni cariche di migranti. Fino a qualche anno fa, poco distante, era ancora visibile il “cimitero delle barche”, con tutte le povere imbarcazioni malridotte e fracassate ammonticchiate l’una sull’altra accanto al porto. Qui approdano i migranti che vengono salvati, qui vengono fatti scendere, qui ricevono i primi soccorsi e i primi aiuti, qui incontrano i primi volti amici dei volontari che li accolgono. E quei volontari e alcuni migranti Leone ha salutato, uno per uno.
Il Molo Favaloro da oggi è intitolato a papa Francesco, che nell’isola delle Pelagie compì il primo viaggio del suo pontificato, l’8 luglio 2013. Pochi mesi dopo, il 3 ottobre, a Lampedusa si sarebbe consumata una delle più grandi tragedie di questi anni di migrazioni nel Mediterraneo: l’imbarcazione che si ribaltò consegnò al mare e alla morte 368 migranti. Venti furono i dispersi mai ritrovati. Si riuscì a salvare 155 persone, di cui 41 minori, quasi tutti non accompagnati, cioè senza famiglia.
Il pontefice ha benedetto la targa commemorativa su cui è scritto: Molo papa Francesco, luogo di approdo, speranza e umanità. «Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti – ha detto Prevost –. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti».

Leone XIV a Lampedusa. (ANSA / Vatican media press office handout)
Il momento centrale della visita è la messa celebrata allo stadio Arena di Lampedusa. La piccola chiesa di San Gerlando non può accogliere tutti, lo stadio diventa, per un giorno, la cattedrale del papa. Sull’altare era stato posto il simulacro della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Il piccolo santuario a lei dedicato si trova nell’entroterra dell’isola, nei pressi di Cala Madonna, lungo la strada che porta all’Isola dei Conigli. Il simulacro è antichissimo, si fa risalire al XV secolo. Nella grotta del piccolo santuario è stata ritrovata una “tomba musulmana” (forse attribuita a un marabutto), segno anch’esso della storia dell’isola, luogo di accoglienza e di coesistenza dei popoli. Cristiani e musulmani, nei secoli scorsi, vivevano insieme su quest’isola.
Il brano del Vangelo proclamato dal diacono è quello della celebre parabola del buon samaritano, che raccolta l’episodio del viandante aggredito dai briganti sulla strada tra Gerusalemme a Gerico, che venne soccorso da un samaritano. Un brano emblematico perché racconta la storia di un uomo che si è fatto prossimo nei confronti di un altro di etnia diversa, che si è chinato per amore su di lui per soccorrerlo e per portarlo in salvo.
«La parabola del buon samaritano descrive una storia che continua – afferma papa Leone nella sua omelia –. Gli apostoli hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto». Un messaggio chiaro, che non lascia spazio ai mille distinguo di chi, in molti modi diversi, cerca di fermare l’afflusso dei migranti o di riportarli indietro. «Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».
Poi Prevost richiama i suoi predecessori, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II e il loro invito a costruire «una civiltà dell’amore». E aggiunge: «Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata. (…) Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee».
Infine, un appello “audace” e forte: un appello che chiama in causa l’Europa. Leone invita gli Stati dell’Europa a promuovere un piano di «primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».
Secondo l’arcivescovo Alessandro Damiano, che dal 2001 guida la diocesi di Agrigento, «il papa ci ha riconsegnato il ministero dell’ospitalità, nella quale possiamo incontrare il Signore e lasciarci incontrare da Lui», mentre il sindaco, Filippo Mannino, nel suo messaggio di benvenuto, presenta Lampedusa come «un piccolo segno di pace nel cuore del Mediterraneo che parla agli uomini di ogni parte del mondo. Un’isola così piccola ha mostrato che anche ciò che appare fragile può compiere cose immense».
Il giorno prima, papa Leone ha inviato un messaggio alla sua nazione d’origine, gli Stati Uniti, che oggi festeggiano i 250 anni della Dichiarazione di Indipendenza, data che si fa coincidere con la nascita dello Stato americano. Donald Trump aveva invitato papa Leone a visitare gli Usa nel giorno del suo compleanno. Il pontefice, invece, ha scelto di recarsi a Lampedusa. Agli Usa ha mandato ieri un messaggio, definendo «l’America sinonimo di libertà», ricordando come, nel corso della sua storia, «il Paese apriva le porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione», ricordando la vocazione del suo Paese come difensore della libertà, contrapposta alla visione nazionalista, alla tentazione di chiusura che sta permeando gli anni più recenti della sua storia.
Il papa ha parlato da “americano”, «come figlio di questa grande nazione, fondata da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà e una vita migliore per sé stessi e per i propri figli». Libertà, pace e accoglienza, in un modo libero da guerre: è il messaggio che corre lungo i viaggi e le parole di Leone XIV che continua ad annunciare il Vangelo a tutti i popoli della terra.
