Il Melonellum non è il nome di un personaggio de Il signore degli anelli, la saga mitologica di Tolkien cara ad una certa destra di origine missina, ma rimanda pur sempre ad un’aspra contesa di potere. Come era infatti prevedibile, il governo Meloni ha sciolto le riserve e avviato il percorso per arrivare entro l’estate 2026 all’approvazione delle nuove regole applicabili nelle elezioni politiche del prossimo anno 2027, quando si sceglieranno i componenti delle due Camere chiamate a selezionare, tra l’altro, il nuovo presidente della Repubblica nel 2029.
Se, come ha detto recentemente Meloni, si può rompere il tabù di un inquilino del Quirinale proveniente dalla cultura di destra (“non siamo cittadini di serie B”, ha detto), è proprio perché la nuova legge elettorale prevede la possibilità di ottenere una larga maggioranza politica in tal senso.
Nella storia della Repubblica ci sono stati, di per sé, casi di presidenti, come Antonio Segni e Giovanni Leone, eletti grazie al voto determinante del Movimento Sociale Italiano in sostituzione dei dissidenti della DC. Ma il tempo sembra propizio a realizzare l’obiettivo di collocare nel ruolo di sommo garante della Repubblica un esponente che arrivi da quel partito fondato nel 1946 dai nostalgici del fascismo. L’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, rivendica, tra l’altro, senza remore tali origini, con orgoglio.
La preoccupazione per la nuova possibile legge elettorale è stata sollevata, finora, solo da alcuni ambienti esterni a quello dei partiti, al varo della prima bozza di legge Bignami ora rinominata Bignami bis (o Melonellum dal nome della presidente del Consiglio) dopo le varianti decise all’interno del centro destra. La maggioranza ha i numeri per arrivare al voto definitivo grazie ad una procedura urgente che non prevede margini di trattativa.
Non si capisce se il ritardo con cui si è mosso il centro sinistra nel contestare il nuovo sistema elettorale sia dovuto alle beghe interne alla ricerca della composizione dell’alleanza che si presenterà al voto, oppure per la sostanziale adesione ad un meccanismo in grado di rivelarsi, come altre volte nella storia recente, uno svantaggio per i proponenti.
Cosa prevede la legge
Andiamo con ordine. Il primo dato significativo della legge in esame riguarda il superamento dell’attuale sistema elettorale misto (cosiddetto Rosatellum), per approdare ad un proporzionale con premio di maggioranza per il partito o la coalizione che raggiunge il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento, in forza dell’obiettivo prioritario di assicurare la governabilità. Tale premio non potrà essere comunque superiore al 55% dei seggi, che andranno occupati da candidati nominati dalle segreterie dei partiti e non in base alla preferenza degli elettori. Sul voto di preferenza si registrano ancora pareri diversi tra FdI favorevole, e FI e Lega contrari, anche se questi ultimi sembrano prevalere in un accordo di scambio con la scomparsa dell’uninominale.
In caso di mancato raggiungimento del 42% non è previsto alcun ballottaggio e resta solo il sistema proporzionale. I singoli partiti devono superare il 3% per ottenere seggi in Parlamento senza la possibilità, perciò, di far eleggere esponenti di formazioni minori nella parte dei collegi uninominali previsti attualmente nel Rosatellum.
Le coalizioni e le singole liste dovranno inoltre indicare il nome del candidato alla presidenza del Consiglio in caso di vittoria. Nome ovvio per il centro destra, dove nessuno mette in dubbio il ruolo di Meloni, mentre il centro sinistra si trova in alto mare.
La legge non prevede inoltre la possibilità di riconoscere il diritto di voto per le persone che abitano fuori dal Comune di residenza. Parliamo, nel caso particolare dell’Italia, di un numero elevato stimato in 5 milioni di possibili votanti, capace di incidere sui risultati elettorali. Diverse campagne di pressione per l’esercizio di tale diritto sono rimaste al palo.
Chi si è opposto finora
Ora che la nuova legge sembra pronta per essere approvata in tempi brevi, si avvertono segnali di preoccupazione, come dimostra l’iniziativa promossa in una Roma colpita dal caldo asfissiante il 30 giugno 2026 dalla Fondazione Demo con la partecipazione, tra gli altri, dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelski. Ma le critiche più puntuali verso il Bignami Bis sono arrivate, finora, dall’Associazione Voto liberuguale che ha organizzato una serie di convegni tra cui quello del 12 giugno assieme alla Fondazione Einaudi e ai radicali italiani.
Non si comprende come mai un tema così decisivo sia rimasto al margine del dibattito pubblico, dato che la legge elettorale non è una questione astratta e burocratica ma determina chi ha il diritto di decidere e come viene pesata la volontà del cittadino.
Secondo Gianluca Parinello della Fondazione Luigi Einaudi, l’Italia sta vivendo una vera e propria “Repubblica dell’assurdo”. Ci troviamo, infatti, di fronte alla quinta riforma del sistema elettorale in soli 30 anni. Si tratta di un primato che non ha eguali nelle altre democrazie occidentali e che mina alla base la certezza del diritto e la fiducia dei cittadini. Ma c’è anche chi come il professore della Luiss Lorenzo Castellani fa notare che la strategia di cambiare in via unilaterale le regole elettorali in prossimità delle urne è un segnale di debolezza da parte di un governo che non è sicuro di vincere, anche se il consenso verso Meloni non sembra segnare significativi arretramenti.
Prima ancora della comparsa della variabile Vannacci, fortemente rappresentata dai media, la vera incertezza è costituita dalla massa degli astenuti che potrebbe decidere di muoversi, come avvenuto nel referendum costituzionale sulla giustizia, in forza del pericolo avvertito per la democrazia nel Paese.
E il Bignami-bis ha le caratteristiche per far scattare questo allarme, perché introduce un premierato di fatto, con l’indicazione sulla scheda del presidente del Consiglio la cui scelta è invece, secondo la Costituzione, rimessa alla valutazione del presidente della Repubblica.
La lunga attrattiva del premio di maggioranza
Oltre al permanere delle liste bloccate dei candidati scelti dalle segreterie di partito, il premio di maggioranza, che assegna ben 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, va oltre il principio di uguaglianza del voto dei cittadini, voto conquistato dalla Repubblica nata dopo un ventennio totalitario che si impose grazie ad una riforma elettorale (la legge Acerbo del 1923) che assegnava un premio di maggioranza abnorme, pari al 75% dei seggi, alla lista che superava il 25% dei votanti. Una legge evidentemente liberticida, ma sostenuta anche dai moderati dell’epoca con l’illusione di garantire la governabilità e di poter imbrigliare nella prassi parlamentare la spinta eversiva del fascismo.
La repulsione verso tale deriva portò, 30 anni dopo, nel 1953, a far fallire l’obiettivo della Legge Scelba, la riforma elettorale proposta dalla Dc di De Gasperi che assegnava il 64,4% dei seggi alla Camera alla lista o coalizione in grado di raccogliere il 50% dei voti validi. La legge approvata con il voto di fiducia non realizzò il suo obiettivo perché alle elezioni del 7 giugno la coalizione guidata dalla Dc si fermò al 49,80% dei voti con grande giubilo delle opposizioni che ribattezzarono con il nome di “legge truffa” la riforma elettorale abolita poi nel 1954. Secondo alcuni osservatori, l’instabilità dei governi della prima Repubblica ha avuto origine da quella mancata riforma che mantenne il sistema proporzionale fino al referendum proposto nel 1991 da Mario Segni con l’intenzione di introdurre il sistema maggioritario francese dell’uninominale a doppio turno.
Di fatto si arrivò nel 1993 ad un sistema misto definito dalla Legge Mattarella con il 75% degli eletti con sistema uninominale senza ballottaggio e il restante 25 % con il proporzionale. Un compromesso durato fino al 2005, accompagnando la trasformazione verso un bipolarismo tra centro destra e centro sinistra confermato con le successive leggi elettorali (nel 2005, 2011 e 2015), andando incontro ad abrogazioni e censure della Corte Costituzionale, come avvenuto con la Legge Calderoli del 2005 conosciuta con il nome di Porcellum per l’intenzione manifesta di introdurre regole studiate apposta per mettere in difficoltà l’opposizione di centro sinistra.
Nel frattempo, il panorama politico italiano ha registrato una novità assoluta con l’emergere del M5S, un partito nato nel 2009 al di fuori della classificazione bipolare ma in grado di raccogliere da solo nelle elezioni politiche del 2018 oltre il 32% dei voti, fino a conquistare Palazzo Chigi con un governo condiviso con la Lega.
Un segnale da leggere, assieme alla crescita progressiva dell’astensionismo, come indicativo di un’opinione pubblica non riducibile alla partizione centro destra/centro sinistra. Riemerge infatti periodicamente nel dibattito il modello tedesco come sistema capace di rappresentare proporzionalmente l’elettorato con il limite dello sbarramento del 5%.
Ovviamente ogni sistema elettorale esprime una complessità di norme complementari dettate per gestire il peso da assegnare ai voti espressi che non superano, ad esempio, le percentuali di sbarramento, alterando ancora di più la sproporzione tra maggioranza e opposizioni. Regole particolari vanno poi previste per le regioni a statuto speciale per tener conto delle minoranze linguistiche.
Opposizione politica incerta e società civile in ritardo
Una legge che permette di ottenere oltre il 50% degli eletti in Parlamento tramite liste definite dai partiti consente di arrivare alla elezione del presidente della Repubblica a partire dal terzo scrutinio, dove non è più richiesta la maggioranza dei due terzi. Un presidente, tra l’altro, che avrà, in base al Bignami-bis, meno poteri discrezionali nella scelta del candidato presidente del Consiglio indicato nella scheda elettorale.
Gianni Cuperlo, deputato del Pd tra i più espliciti in materia, afferma che la riforma è «palesemente incostituzionale» perché «stravolge la natura della Repubblica parlamentare», ma non si riscontra al momento una forte determinazione nelle opposizioni che, messe assieme, potrebbero raggiungere anche loro il 42% dei voti, ottenendo il consistente premio di maggioranza. Ma parliamo di calcoli astratti perché non sono compatibili tra loro i potenziali alleati che andrebbero dal partito di Renzi a quello di Avs con l’aggiunta di parti della sinistra estrema, come Rifondazione comunista, convinta dalla necessità di fare un fronte comune contro la destra. A sostegno di una coalizione estesa lavora quella parte dem ex Pci che sostiene la promozione di formazioni centriste, tipo Impegno civico, in grado di competere con Italia Viva.
Da parte loro i sostenitori di Meloni ribadiscono la fedeltà alle istituzioni e preferiscono definire con il nome di Stabilicum la legge elettorale proposta, con l’unica intenzione, come osserva il professore di Scienza politica all’Università della Tuscia, Luigi Di Gregorio, di «fare in modo che chi vince le elezioni abbia numeri certi per governare. L’obiettivo è dare agli elettori la possibilità di sapere quale maggioranza e quale governo usciranno dalle urne».
La canicola estiva aiuta di fatto la ferma determinazione del governo Meloni nel giungere al voto finale di approvazione del Bignami-bis all’interno delle fresche aule parlamentari. L’arrivo in aula alla Camera è previsto per il 14 luglio, giorno che ricorda la presa della Bastiglia in Francia. Ma una qualche forma di opposizione potrà arrivare probabilmente solo dal mondo associativo e culturale. Intervistato da Avvenire, il presidente dell’Azione cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano, ha espresso apertamente le proprie perplessità verso la nuova legge elettorale. «In una logica bipolare − afferma Notarstefano − un premio di governabilità può avere senso. Ma deve trovare il suo limite nel rispetto della volontà degli elettori. Anche se c’è una maggioranza rafforzata dal premio, questa dovrà confrontarsi comunque con la minoranza, perché la nostra è ancora una democrazia parlamentare. Sembra che la preoccupazione sia solo di dare più forza a chi vince, ma in una democrazia bisogna tenere conto anche di chi perde, perché rappresenta una parte del Paese. La preoccupazione è che dietro questo rafforzamento ci sia l’idea di voler schiacciare l’altra parte».
Quanto alle liste bloccate e alla mancanza del voto di preferenza, il presidente dell’Azione Cattolica, parla di «un combinato disposto che aumenta la distanza tra eletti ed elettori. In un contesto di disaffezione al voto, questa linea contribuisce a essiccare ancora di più la nostra vita democratica».
Insomma, la questione è molto seria ma i tempi appaiono troppo brevi per evitare un esito annunciato che potrà solo essere contrastato, in un secondo tempo, con il ricorso alla Corte costituzionale.
Intanto le elezioni incombono, facendo ventilare l’ipotesi accreditata dell’anticipazione ad aprile/maggio 2027. Cioè “domani” secondo i tempi della politica chiamata a compiere scelte decisive in uno scenario internazionale sempre più instabile.
Qui il corposo dossier della Camera sulla legge elettorale
