La firma del Memorandum of Understanding (Protocollo d’Intesa) fra Iran e Usa e le trattative in corso non sono certo la pace né la fine della guerra. Le vendette a colpi di missili e droni continuano. Le minacce di annientamento reciproco sono all’ordine del giorno.
I 14 punti del Protocollo, occorre dirlo, sono quanto di più fragile si possa immaginare, a partire dalla vaghezza dei contenuti fino ai soggetti che interpretano il percorso della trattativa diplomatica in modo diametralmente opposto. Così il “pacifista” americano Donald Trump, concede spazio alla trattativa diplomatica e dichiara da mesi di aver vinto la guerra. E non lo sfiora in alcun modo il dubbio che la parola “trattativa” abbia un significato diverso da “resa incondizionata”.
Per usare una metafora di moda: mentre gli iraniani immaginano la diplomazia come un gioco di scacchi, con regole rigide ma piene di insidie, per Trump la trattativa è quanto di più simile ad una partita di rugby senza regole.
La firma del Protocollo era comunque una buona notizia, anche se nessuno ha mai creduto. Non affronta il problema: il preteso disarmo nucleare del regime iraniano, che all’inizio di Epic Fury (il 28 febbraio) sembrava la causa scatenante e l’obiettivo della guerra. Adesso si dice che l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ispezionerà i siti iraniani di stoccaggio dell’uranio arricchito. Ma tutti sanno che l’Iran (o almeno quello dei Pasdaran) non lo consentirà.
Quindi, facendo un bilancio: l’Iran non si è arreso e in qualche modo continua a controllare Hormuz, il nucleare è il tema irrisolto, l’invocata nuova rivolta degli iraniani contro il regime non c’è stata (ma il massacro dei dissidenti non si è mai fermato), la marina iraniana non appare poi così annientata e di missili a lunga gittata (l’altro obiettivo primario all’inizio) non se ne fa neppure cenno nel Protocollo.
Se aggiungiamo che Hamas a Gaza, pur ridimensionato, resiste e non molla; e che Hezbollah, in barba all’accordo di Washington fra stato libanese e Israele, è più che mai determinato a contrastare l’esercito israeliano ed a lanciare fino all’ultimo missile in Galilea, la “vittoria americana” potrebbe, al massimo, definirsi una pausa armata. Parlare di sconfitta non si può, perché non fa bene alle prossime elezioni di midterm né a quelle israeliane del prossimo autunno.
Per Netanyahu è diverso: secondo lui gli accordi con l’Iran non valgono e il problema della pace non esiste. Il 15 giugno scorso, nella prima conferenza stampa dopo tre mesi è stato abbastanza chiaro. «Da decine di anni combatto contro gli sforzi dell’Iran di ottenere il nucleare. È la missione della mia vita: con o senza accordo, vi dico che l’Iran non avrà armi nucleari. Finché sono premier, non accadrà». Ed ha aggiunto: «Non è finita qui. Dobbiamo continuare a difenderci».
Sono parole pesanti (ma anche scontate e banali) e implicano che nella guerra contro Hamas, Hezbollah, Houthi e Iran, i civili (palestinesi, libanesi, yemeniti e iraniani) sono comunque solo terroristi islamisti da eliminare. Non contano bambini, donne e anziani. Non contano gli affamati, ammalati, amputati, traumatizzati e abbandonati della Striscia. Non contano i civili libanesi (che odiano sempre più Israele per la distruzione del loro Paese, anche i non miliziani) e le sconosciute migliaia di cittadini iraniani uccisi dalle bombe israeliane e americane, e dalle forche del regime. La sensazione è che siano funzionali alla guerra di Netanyahu anche gli israeliani uccisi il 7 ottobre 2023 e gli almeno mille soldati israeliani morti, compresi quelli che si sono suicidati perché non reggevano all’orrore.
«La gente mi chiede cosa abbiamo ottenuto – afferma il premier israeliano nella recente intervista –. Abbiamo ottenuto l’eliminazione di una minaccia esistenziale e imminente nei nostri confronti. Abbiamo eseguito con i nostri alleati americani il più grande attacco aereo della storia d’Israele. Abbiamo eliminato gli scienziati nucleari, la leadership del regime del terrore, abbiamo decimato la maggior parte del programma missilistico e infinite infrastrutture militari; comandanti dei basij che massacravano la propria popolazione. Abbiamo inflitto danni per milioni di miliardi di dollari».
Dopo questa gloriosa ed esaltante mattanza senza fine, almeno la pace è più vicina? Al premier israeliano sembra non importare “una” pace: è convinto che solo la guerra continua preserverà la “sua” pax israeliana. Una pace che il premier israeliano immagina sempre più concentrata su un’autarchia armata che si ispira al modello dell’antica Sparta: contano solo lance e opliti, armi e armati. Nonostante la contrarietà di molti suoi concittadini e di buona parte della società civile e perfino dei militari.
Conseguenza di questa sua “missione storica e spirituale”, come la definisce Netanyahu stesso collegando in certo modo il suo ruolo a quello di un “nuovo Mosè” e alla meta messianica del “Grande Israele”, il premier sionista afferma: «Concorrerò alle elezioni e intendo vincere». Non importa se il Paese è lacerato, impoverito, sempre più isolato dal mondo. Il paradosso è che nonostante le proiezioni di voto che lo danno per perdente, potrebbe succedere che per l’antisemitismo dilagante nel mondo (dilagamento di cui il governo israeliano appare come la causa principale), molti israeliani potrebbero decidere di votarlo, vedendo in Netanyahu l’unico in grado di salvare Israele. Anche se così potrebbero condannare all’estinzione anche il meglio del sogno sionista.
Dalle guerre in Medio Oriente emerge purtroppo un tragico dato di fatto: la pace come frutto di accordi diplomatici, di limitazioni degli armamenti e di regole assunte liberamente sulla base del Diritto Internazionale è ormai tramontata. Il mondo sembra di nuovo malato di ideologie (sovranismi, islamismi, sionismi, ecc.) che vogliono imporre la loro pace, quella fornita da armi e potere e con una pretesa di “verità”.
La visione dei totalitarismi, che speravamo ormai superata dall’esperienza orribile del “secolo breve” (il 900, con le Guerre Mondiali, shoà, pogrom e genocidi, e le bombe atomiche), non solo non è scomparsa, ha invece ripreso baldanza, ed ha la pretesa di accreditarsi come annuncio di futuro. Torna d’attualità il famoso detto attribuito ad Albert Einstein: «Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni».
