Nelle ultime settimane si sono succeduti una serie di episodi, più o meno noti al grande pubblico, legati da un filo rosso che sembra parlare di un improvviso moto misogino, ma che in realtà altro non è che la concretizzazione di una visione culturale – espressamente sessista – che continua a vedere le donne come corpi a perenne disposizione degli uomini, che continua a discriminarle e a dare loro un valore inferiore rispetto agli uomini, mettendo di conseguenza i loro diritti in secondo piano. A dimostrazione di come il corpo femminile venga considerato come un oggetto a perenne disposizione dello sguardo maschile possiamo citare tanto la chat dei dipendenti dell’ATM, all’interno della quale venivano scambiate immagini di donne (per meglio dire di parti specifiche dei loro corpi) riprese dalle telecamere degli autobus, quanto gli scatti rubati dal fotografo toscano Ray Banhoff, che in più casi ha ritratto décolleté, gambe, glutei delle donne (inquadrandole anche da sotto le gonne), senza mai preoccuparsi di chiedere il loro consenso ad essere ritratte. Come se il corpo delle donne avesse come unico scopo per esistere quello di soddisfare il piacere maschile, in un mondo di uomini che lo usano in tal modo senza nemmeno rendersi conto di quanto questo sia svilente e irrispettoso. Di fronte alla denuncia contro i dipendenti dell’ATM, infatti, si è assistito ad una levata di scudi a loro difesa, tra chi sosteneva che fosse stata la loro privacy ad essere violata, non considerando che chi scopre un reato ha il dovere di denunciarlo, e chi sminuiva la portata dell’evento affermando che da sempre gli uomini commentano i corpi delle donne e che le donne fanno altrettanto, come se il “si è sempre fatto così” potesse giustificare ogni azione e come se l’entità di un reato andasse calcolata sulla base della sua – presunta – frequenza generale. Peccato che la consuetudine di sessualizzare i corpi altrui (perché è questo che avveniva nella chat ATM e in tante altre che negli ultimi mesi sono state scoperte) sia prevalentemente maschile e in quanto tale parli proprio dell’abitudine a vedere le donne come oggetti erotici su cui gli uomini si arrogano diritti che nessuno ha dato loro.
Un discorso non troppo lontano da quanto fin qui detto in merito a sguardi oggettivanti sul corpo femminile, può essere fatto anche a proposito del giudizio espresso dallo scrittore Michele Mari su Michela Murgia, definita dal finalista del Premio Strega aggressiva e violenta in quanto brutta: se questo caso ci parla da un lato della tendenza maschile a sminuire le donne che fanno sentire la propria voce attaccandole proprio sull’aspetto fisico, dall’altro ci dice che viene scelto l’aspetto fisico perché essere belle è considerato una sorta di dovere morale delle donne verso gli uomini (che sarebbero gli unici a giovarne). Una donna brutta è una donna indegna, una donna a metà e che, di conseguenza, non può essere felice o realizzata. Ma a chi fa comodo che le donne per prime abbiano una simile percezione di sé? A chi vuole che perdano tempo ad inseguire ideali di bellezza sempre più faticosi da raggiungere, così che non abbiano modo di dedicarsi a faccende ben più importanti, come riappropriarsi di ciò che ingiustamente è stato tolto loro, ossia il diritto di stare sullo stesso piano degli uomini. Ma se una donna deve prendersi cura del corpo anche solo per essere presa in considerazione, ha di certo ben poco tempo per parlare e per far valere quel diritto, quindi zittire le donne chiamando in causa il corpo è un espediente molto comodo, anche se a ben vedere parla solo dell’incapacità di trovare argomenti più validi a sostegno delle proprie idee.
Del resto denigrare l’aspetto fisico sembra essere anche una strategia per difendersi dalle accuse di violenza sessuale, stando alla vicenda che ha visto protagonista un senatore di Forza Italia, accusato da un’imprenditrice della quale ha ben pensato di affermare che non potesse essere abbastanza attraente da essere violentata da uno come lui, come se l’abuso sessuale non fosse che una forma di potere che ben poco ha a che fare con l’autentico desiderio sessuale. Purtroppo, però, per quanto sembri assurdo, un simile criterio “estetico” viene preso in considerazione anche nei tribunali, che più difficilmente credono alle denunce di violenza sessuale delle donne ritenute meno attraenti (mentre più facilmente colpevolizzano quelle attraenti, perché si sa che in qualche modo “se la sono cercata”). Questi e tanti altri episodi che possiamo ritrovare nelle pagine di cronaca non avvengono per caso e non si stanno concentrando in questo periodo per pura coincidenza: in tutto il mondo si fanno passi indietro sui diritti delle donne, mentre avanza con forza una cultura sessista rinnovata, che ha ora il suo braccio forte nel mondo online, dilagando nella manosfera ma non solo.
La manosfera è uno spazio virtuale popolato da gruppi di uomini che fanno una narrazione vittimistica dell’attuale condizione maschile, secondo la quale la crisi della maschilità sarebbe da imputare al femminismo che avrebbe causato il rovesciamento della struttura sociale naturale (in virtù della quale gli uomini eterosessuali dovrebbero dominare), e parallelamente arrivano ad incitare alla violenza contro le donne. Sono gruppi nei quali vengono coinvolti uomini soli e incapaci di vivere relazioni sane, spesso orientati in quella direzione dagli algoritmi dei social network, i quali sempre più frequentemente diffondono messaggi misogini per il semplice motivo che garantiscono profitto, dal momento che i contenuti violenti e capaci di polarizzare l’opinione pubblica ottengono maggiore visibilità di quelli neutri o positivi.
In questo clima culturale è chiaro come possa avere la strada spianata chi dà voce pubblica al pensiero dei tanti che non accettano l’esistenza del reato di femminicidio, con la scusa che eliminerebbe una presunta parità tra sessi dando più importanza alle donne: peccato che le donne vengano uccise proprio da chi non le considera proprie pari e che il femminicidio rappresenti l’ultima parola di storie di sopraffazione e violenza che proprio la mentalità sessista produce. Allo stesso modo in tale clima è evidente come sia più facile scaricare tutta la colpa su chi prova a mettere in luce il problema e a lavorare per risolverlo, dando alle donne nuovi strumenti di consapevolezza: è così che può nascere e restare in vita (nonostante le denunce) su una piattaforma social un gruppo che inneggia alla morte delle femministe, allo scopo dichiarato di educare le figlie al riparo dalle loro idee.
E veniamo così al punto dolente: l’educazione e la paura di ciò a cui può dar vita. All’origine di tanto odio nei confronti delle donne credo vada rintracciata proprio la mancanza di una corretta educazione, ultimamente resa ancor più limitata dal DDL Valditara, ma già di suo minata da incomprensioni di fondo. Educare all’affettività e alla sessualità non significa, infatti, invitare ragazzi e ragazze a vivere rapporti sessuali precoci, né instradare bambini e bambine all’omosessualità; significa piuttosto fornire loro gli strumenti per arginare le disparità esistenti tra uomini e donne, renderli capaci di vivere relazioni all’insegna del rispetto reciproco e al riparo dalla violenza, dare il giusto valore a ogni persona, indipendentemente dal sesso di appartenenza. L’educazione è la strada maestra per arginare la cultura sessista e patriarcale e probabilmente è proprio per questo che viene temuta: porterebbe un cambiamento epocale che in tanti non sanno come affrontare (la fatica maschile a stare in un nuovo che avanza è ormai ampiamente certificata) e che pertanto preferiscono evitare. A mio parere questo non è che un motivo ulteriore per imboccare questa strada e lavorare affinché tutti abbiano lo stesso valore, gli stessi diritti e la stessa dignità.
