Tanto tuonò che piovve: verrebbe da pensare così alla notizia dello stop alla riforma della medicina generale disegnata dal ministro alla Salute Orazioni Schillaci – di cui avevamo parlato qui e qui. Il ministero ha infatti annunciato lo scorso 11 giugno che non darà seguito – almeno nella sua forma attuale – al decreto legge che avrebbe dovuto sancirla, constatato che l’appoggio sia politico che dei professionisti è venuto a mancare. Rimane quindi ora l’urgenza non tanto e non solo di trovare appunto un modo diverso di riorganizzare il lavoro dei medici di medicina generale, necessità di cui si discute da anni; ma soprattutto un accordo che permetta di avviare entro la scadenza del 30 giugno prevista dal Pnrr le case di comunità, per le quali si avvicina il tanto paventato rischio di essere delle “scatole vuote”.
E se il ministro Schillaci ha fornito rassicurazioni sul rispetto delle scadenze, e le associazioni di categoria dei medici abbiano da più parti assicurato la disponibilità a collaborare, è evidente che il tempo per trovare un accordo – foss’anche provvisorio – è quantomai stretto: ricordiamo che, secondo i dati Gimbe al 31 dicembre 2025, su 1.715 case di comunità programmate (di cui almeno 1038 finanziate dal Pnrr), solo 781 (il 45%) avevano almeno un servizio attivo; e solo 66, ovvero poco meno del 4%, risultavano pienamente funzionanti con personale all’interno, con forti divari tra Regioni.
Da ricordare che anche il fronte politico resta caldo: se alcuni presidenti regionali avevano sostenuto la riforma – come il lombardo Attilio Fontana, che ha definito lo stop «una scelta sbagliata del governo» poiché si trattava di una proposta «sottoscritta sia dal centrosinistra che dal centrodestra» –, altri avevano espresso riserve, come quelli della Toscana e dell’Emilia Romagna, che invitano di nuovo ad ulteriore dialogo basandosi anche sulle esperienze già in atto nelle singole Regioni.
È intanto previsto un tavolo per lunedì 15 giugno, dal quale ci si attende sviluppi su un possibile accordo, sia in quanto ad impegno orario dei medici nelle case di comunità che sul compenso: secondo quanto riferito da Quotidiano Sanità, rimarrebbe la possibilità di attuare la riforma tramite un emendamento ad un provvedimento già all’esame del Parlamento – strada preferita dalle Regioni, in quanto di più celere e certa applicazione – oppure rimandare il tutto all’atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione con i Mmg – che però avrebbe tempi più lunghi, e non compatibili con la scadenza del 30 giugno.
Aggiungiamo poi che far partire le case di comunità non è solo questione di mmg, ma di tutta una serie di altre figure professionali – su tutte infermieri e altri specialisti – che dovrebbero lavorare in rete: va quindi tenuto a mente che ridurre la questione del loro funzionamento a quella della riforma dei mmg è, appunto, riduttivo, perché bisogna viceversa ragionare su una riorganizzazione della sanità territoriale nel suo insieme.
