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Italia > Regioni

Braccianti bruciati vivi ad Amendolara: vendetta o traffico di esseri umani?

di Francesca Cabibbo

- Fonte: Città Nuova

Quattro lavoratori chiedevano di essere pagati per il duro lavoro nei campi: sono stati uccisi da chi li sfruttava. Cosa c’è dietro questi brutali omicidi?

Il punto esatto dove é stato dato fuoco al minivan su cui viaggiavano le vittime, Amendolara, 3 giugno 2026. Credit: ANSA/MARCO ASSAB.

Raccontare la cronaca spesso è un mestiere che non vorresti fare. Difficile raccontare fatti ed eventi la cui logica sfugge ad ogni umana comprensione. In alcuni casi e in alcuni momenti lo è ancora di più. Fatti come quelli di Amendolara, non hanno alcuna giustificazione. Nessun pretesto e nessun elemento che in un’aula giudiziaria possano contribuire ad alleviare la posizione dei responsabili o permettere di mitigare la pena.

Amendolara è un piccolo comune sul versante ionico della Calabria, non distante dalla Basilicata. Qui due persone, due uomini, di origine afghana, hanno ucciso quasi senza un perché. Per punire chi osava chiedere di essere pagato, di ricevere in denaro il corrispettivo dovuto per le giornate di duro lavoro nei campi. Con freddezza, con premeditazione (hanno acquistato 10 euro di benzina versata in una tanica, hanno manomesso le aperture delle portiere di un’automobile) hanno agito. E hanno ucciso. Condannando al rogo 4 braccianti che avevano osato ribellarsi al sistema di schiavitù che porta nei campi (o in altri lavori di manovalanza).

La loro morte non avrebbe portato alcun vantaggio agli assassini. Difficile comprendere anche la motivazione di un gesto che – anche nella logica più perversa – appare privo di motivazione. Rabbia, desiderio di vendetta, crudeltà pura, odio, dispregio della vita: sono questi alcuni dei sostantivi che si potrebbero usare senza riuscire però a comprendere e a far comprendere cosa è accaduto. Le vittime sono il pachistano Waseem Khan, 29 anni; e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani di 28, Ullah Ismat Qiemi di 19 e Safi Iayjad di 27 anni. Sono morti tra le fiamme in un minivan nella zona di Amendolara. Un solo uomo è riuscito a salvarsi, rompendo il vetro del finestrino posteriore e scappando pieno di ustioni e di ferite: è l’afghano Mohammad Taj Alamyar, 35 anni. Ora è sotto protezione per evitare possibili vendette e ritorsioni. Un sesto uomo si è salvato perché quel giorno stava male e non era andato al lavoro. Tutti avevano un regolare permesso di soggiorno.

Mohammad Taj Alamyar ha raccontato cosa è accaduto. I braccianti chiedevano di essere pagati. Da mesi lavoravano sotto il sole nei campi e chiedevano di avere il loro compenso. Non quello sindacale, sconosciuto da queste parti, ma almeno ciò che era stato pattuito e che avrebbe permesso loro di sopravvivere. Invece i caporali non davano loro che un tetto per dormire (10 persone stipate in due stanze) e il cibo per sopravvivere. Le indagini della procura di Castrovillari hanno permesso di individuare e incastrare i due presunti responsabili: i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni. La squadra mobile di Cosenza li ha fermati poche ore dopo.

Nel primo interrogatorio non hanno risposto alle domande del magistrato. Le indagini sono ora rivolte al contesto in cui i delitti sono maturati: quello delle aziende della zona (fra cui quelle di Scanzano, nel potentino), dove gli immigrati lavorano per la raccolta delle fragole, o altre aziende della zona. Ci si chiede come funzioni il meccanismo lavorativo, con contratti fatiscenti, e se il rapporto avvenga con il contatto diretto con i lavoratori o attraverso la mediazione dei caporali. Costoro – pare − spesso riescono a ottenere una parte del corrispettivo che viene certificato dalla busta paga, in alcuni casi anche accompagnando i lavoratori al prelievo allo sportello bancomat e incassando direttamente le banconote. I salari da queste parti pare siano di 35, 40, 45 euro al giorno, spesso per 12 ore di lavoro. Ma anche questi soldi spesso non vengono corrisposti.

Su tutto questo le indagini dovranno fare luce. Forse alzando il velo di una cortina che finora ha coperto sfruttamento e violazione dei diritti umani, in una parola “schiavitù”. Se i caporali sono pachistani – o di altre nazionalità – c’è una rete e c’è un’organizzazione di mandanti che probabilmente hanno un passaporto italiano. La presidente del consiglio, Giorgia Meloni si è detta sconvolta per l’accaduto, chiedendo che si faccia piena luce e si assicurino alla giustizia i responsabili. La ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone, venerdì sarà a Reggio Calabria dove presiederà un vertice con le autorità locali. La Flai Cgil ha organizzato per sabato ad Amendolara una manifestazione.

Il meccanismo di sfruttamento spesso ha vari volti. Diverse modalità. Talvolta si assicura una casa, talaltra il vitto o lo spostamento a bordo di mezzi di trasporto messi a disposizione dalla rete dei caporali. Ma cosa abbia scatenato la furia omicida, è ancora difficile da comprendere. Che interesse avevano i “caporali” a sollevare un polverone che ora rischia di ritorcersi contro di loro? Portando alla luce anche tanti altri episodi, spesso misconosciuti alle cronache, che parlano di altri fatti di sfruttamento e di violenza anche nelle regioni del nord del paese? L’episodio è forse solo una “ritorsione” dei caporali o potrebbe nascondere altri scenari, quali le guerre tra i gruppi che gestiscono il traffico illecito di manodopera?

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