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Cultura > Cittadinanza attiva

Labsus, vent’anni di sussidiarietà orizzontale e amministrazione condivisa

di Daniela Ropelato

- Fonte: Città Nuova

L’assemblea annuale fotografa un movimento che cresce in Italia e non solo, un processo culturale che promuove la cooperazione comunitaria, la cura dei beni comuni e la coesione sociale. Una prospettiva più che mai necessaria mentre celebriamo la Repubblica

Gruppo direttivo di Labsus. Foto dal sito ufficiale https://www.labsus.org/

Come leggere lo stato di salute di un Paese senza passare necessariamente dai sondaggi elettorali? Un modo è quello di osservare come i suoi cittadini si associano, si organizzano, si prendono cura di ciò che li circonda. L’associazionismo e la cittadinanza attiva sono in questo senso una finestra rivelatrice per fotografare l’Italia di oggi. L’Istat documenta come sempre un quadro complesso: a fine 2023 circa 4,7 milioni di persone (il 9,1% della popolazione dai 15 anni in su) hanno svolto attività di volontariato nelle 4 settimane precedenti l’intervista, tra impegno organizzato e aiuto diretto. Rispetto al 2013, si nota una flessione di 3,6 punti percentuali, ma il dato contiene una trasformazione più che una semplice diminuzione.

Crescono i volontari nei settori ricreativo e culturale, nell’assistenza sociale, nella protezione civile e nell’ambiente; l’impegno si orienta sempre di più verso il territorio, verso la cura collettiva del luogo in cui si vive. Al 31 dicembre 2023 le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.367: l’associazionismo economico, sociale e civile resta straordinariamente vitale. È una parte consistente di popolazione che sceglie di investire la propria energia in forme prossime, legate all’esperienza del proprio quartiere, della propria città e al bene comune.

È in questo spazio che si colloca anche l’esperienza di Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà ETS, associazione culturale fondata nel 2004 che promuove l’amministrazione condivisa dei beni comuni come modello di cooperazione tra cittadini e pubblica amministrazione. Il 30 maggio scorso ho partecipato all’assemblea annuale di Labsus e ho potuto constatare ancora una volta la solidità e la generatività di una cultura organizzativa. Il report annuale sull’attività del 2025 non è il consueto rendiconto prodotto per obbligo statutario: è un testo di 35 pagine che restituisce l’intensità di un anno di lavoro, redatto da chi sa che documentare non è burocrazia, ma parte integrante della missione, perché un’esperienza non raccontata rischia di restare invisibile. La stessa cura si ritrova nel sito e nelle edizioni mensili della newsletter, che compongono un ricco archivio aperto.

Nel suo saluto, Gregorio Arena, fondatore di Labsus, ha usato un’immagine: Labsus è il dito, non è la luna. Il celebre adagio, come sappiamo, invita a non fermarsi a guardare il dito se ciò che ci ispira è il corpo celeste che indica. Eppure, quel dito è importante: è lo strumento che mette a fuoco, nomina, rende visibile qualcosa di reale che esiste e che rischia di restare nell’ombra. La luna, in questa metafora, è l’esercizio quotidiano della cittadinanza, realtà vasta ma spesso silenziosa nel nostro Paese, perché ciò che è ordinario tende a non essere visto e ciò che non è visto tende a non essere riconosciuto, né culturalmente, né giuridicamente, né politicamente. Ed è qui che il dito, rispetto alla bellezza della luna, ha la funzione del catalizzatore. Labsus non inventa la cittadinanza attiva: la osserva, la racconta, le offre strumenti normativi che la rendono praticabile e riconoscibile.

Gruppo di giovani che ha partecipato all’Hackathon Mppu a Roma con il presidente emerito di Labsus, prof. Gergorio Arena. Foto: Daniela Ropelato

Fondamento giuridico di tale realtà è il principio di sussidiarietà. In sé, si tratta di un concetto che promana dal pensiero sociale cristiano, recepito dal Trattato di Maastricht nel 1992 e presente nel diritto europeo nella sua declinazione verticale, che stabilisce che nella vita pubblica le decisioni vadano prese al livello di governo più vicino ai cittadini. Nella sua accezione orizzontale, invece, è un principio relativamente recente che è entrato nell’ordinamento costituzionale italiano con la riforma del 2001 del Titolo V: il comma 4 dell’art. 118 prescrive che Stato, Regioni e Comuni favoriscano l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, nello svolgimento di attività di interesse generale.

È la costituzionalizzazione di un’idea semplice, come spiega Pasquale Bonasora, presidente di Labsus: il cittadino non è solo il destinatario dell’azione pubblica, ma uno dei suoi protagonisti, portatore non soltanto di bisogni ma anche di capacità, e le istituzioni non sono l’unico soggetto deputato a occuparsi dell’interesse generale. Non si tratta di sostituire il pubblico con il privato, né di delegare ai cittadini ciò che le istituzioni non riescono a fare: si tratta di costruire una relazione orizzontale e paritaria con la pubblica amministrazione, per prendersi cura di ciò che appartiene a tutti. Il modello della amministrazione condivisa disegna, dunque, un’alleanza, non una delega. Su questa fondazione giuridica e sull’intuizione che occorreva renderla concretamente praticabile, Labsus ha costruito vent’anni di lavoro.

Lo strumento principale è il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazioni per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei beni comuni”, un vero e proprio atto normativo. Dal Regolamento discendono poi i “Patti di collaborazione”, accordi con cui un Comune e un gruppo di cittadini si impegnano reciprocamente per prendersi cura di uno spazio o di un bene specifico. Da quando il Comune di Bologna approvò il primo Regolamento nel 2014, il modello si è diffuso in oltre 300 comuni italiani, distribuiti in ogni regione d’Italia. Anche la Città Metropolitana di Milano ha redatto il proprio Regolamento. Otto regioni, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana e Umbria, e la Provincia Autonoma di Trento si sono dotate di leggi che disciplinano e promuovono l’amministrazione condivisa, con declinazioni specifiche adattate al contesto territoriale.

In questo quadro, sono oltre 8.000 (Rapporto Labsus 2024) i Patti di collaborazione stipulati tra amministrazioni e società civile organizzata, nell’arco del decennio 2014-2024, considerando solo quelli documentati e tracciati nel decennio; ma la cifra reale è quasi certamente superiore, poiché molti patti locali non sono segnalati alla rete nazionale. Bologna da sola ne conta oltre 1.200 dal primo Regolamento ad oggi. A ciò si aggiunge il “Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026”, adottato dal Ministero del Lavoro, che cita per la prima volta esplicitamente i patti di collaborazione tra i propri principi ispiratori, non come strumento accessorio, ma come forma primaria di attuazione del principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale. Un riconoscimento che sancisce l’ingresso dell’amministrazione condivisa nel cuore della programmazione sociale nazionale.

Un altro segnale della crescita di questo ecosistema è stata la seconda edizione del Festival dell’Amministrazione Condivisa ad Assisi (26/28 marzo 2026). Enti pubblici, organizzazioni del terzo settore, associazioni, fondazioni, università e cittadini si sono ritrovati in un confronto che ha dato piena visibilità alla varietà e alla qualità delle pratiche in corso. Tra i Patti premiati, quello delle Terme del Corallo a Livorno che si è preso cura di un immobile con parco dei primi del Novecento, fino ad allora abbandonato nel cuore della città, valorizzando un bene culturale di pregio. La partecipazione complessiva a questa esperienza nel corso degli anni è stata di 22.000 livornesi, un dato che misura la portata dell’intero processo collaborativo.

Oggi al centro di questo percorso c’è anche Roma: Labsus ha lavorato per quasi un decennio affinché la Capitale si dotasse del proprio Regolamento, finalmente approvato dall’Assemblea capitolina nel 2023. Il Patto di collaborazione per il Parco degli Acquedotti è un caso emblematico di come l’idea si traduca in pratica: il parco, che si estende per circa 240 ettari tra i quartieri Appio Claudio e Cinecittà, è uno dei polmoni verdi più suggestivi. Attraversato dai resti di 7 acquedotti romani, offre un paesaggio archeologico di straordinaria bellezza che convive, non senza tensioni, con il degrado di alcune aree e la difficoltà di gestire uno spazio così vasto sul piano delle competenze tra Ente Parco, Municipio e Comune.

È in questo contesto che Retake Roma, associazione impegnata nella riqualificazione degli spazi pubblici della capitale, ha adottato lo strumento del Patto di collaborazione. Grazie alla legge regionale del Lazio sull’amministrazione condivisa, nel giugno 2020 viene sottoscritto l’accordo con l’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica e i volontari di Retake. L’Ente si impegna a favorire e agevolare il loro lavoro, riconoscendoli come alleati e non come ospiti tollerati. A conferma che il metodo può funzionare anche in un contesto complesso come quello romano, dove competenze sovrapposte e dimensioni urbane sfidano i tentativi di semplificazione. E la collaborazione cresce: ci si confronta con lo strumento dei Patti con maggiore familiarità, sotto il profilo della consulenza giuridica, nei processi di co-progettazione, nella formazione di comunità di pratiche.

In questo quadro, a fine gennaio 2026, in occasione dell’Hackathon internazionale promosso a Roma dal Movimento politico per l’unità (Mppu) con 100 giovani politici, si è parlato anche di amministrazione condivisa con il prof. Arena e con alcuni volontari di Retake. Il modello di Labsus ha colpito profondamente i giovani. Il tema della partecipazione civica è da tempo al centro del dibattito politico e istituzionale in numerosi Paesi, dove spesso si declina attraverso pratiche molto eterogene. La visita al Parco degli Acquedotti, con i suoi ettari di archeologia e verde urbano sottratti al degrado, ha offerto un modello giuridicamente fondato in cui cittadini e istituzioni si riconoscono corresponsabili, pur tra accelerazioni e battute di arresto, traducendo quella che era un’ipotesi nel percorso di una comunità.

L’appuntamento con Labsus in gennaio è stato più di una tappa formativa: un’occasione di dialogo, piuttosto, tra culture dell’impegno civico che condividono radici profonde. Ha avvicinato i giovani politici ad un alleato, anche di profilo concettuale, che ha permesso di misurare la loro visione su un’esperienza strutturata e solida. Del resto, il concetto di co-governance che il Mppu promuove e approfondisce nei propri percorsi (e di cui avremo modo di parlare) esprime la stessa aspirazione che innerva l’amministrazione condivisa con un lessico maturato in contesti istituzionali e culturali diversi. Il confronto tra le due categorie non genera contraddizione ma fertilità, e lo ha dimostrato in più occasioni di incontro: aiuta a precisare strumenti, a riconoscere come la medesima domanda di partecipazione possa tradursi in architetture normative differenti secondo i diversi contesti. Un tipo di dialogo che la politica contemporanea stenta a praticare.

L’approvazione unanime dei documenti che ha concluso l’assemblea del 30 maggio non ha fatto che confermare tutto ciò, fotografando un movimento paziente, un processo culturale che non si esaurisce nella dimensione giuridica degli strumenti che ha prodotto, ma lavora sulla qualità delle relazioni tra persone e istituzioni, trasformando progressivamente il modo in cui una comunità si pensa e si governa.

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