Un premio al grande Pedro spagnolo lo si poteva pur dare. Non solo perché si tratta di un grande maestro, ma perché il suo Amarga Navidad è un film molto bello, intenso e vero. Pazienza. Il Belpaese batte in ritirata già dall’inizio come pure Hollywood: timorosa della giuria o del pubblico?
Ed allora la Palma va al film di Mungiu che racconta una storia di famiglia rumena che si trova a vivere nella disincantata e laica Norvegia dove le tradizioni religiose e sociali delle origini devono fare i conti con un nuovo mondo. Entrerà in collisione oppure si adatterà? Vedere per credere.
Premio per la regia ex aequo per Fatherland di Pawel Pawlikowski e per i due spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi. Il primo, un film che racconta il ritorno in patria di Thomas Mann ai tempi della Guerra Fredda, dove tutto è da rifare. Il secondo, La Boila negra, è un omaggio all’essere gay in Spagna in tre epoche diverse con una strepitosa Penèlope Cruz.
Temi civili e familiari, dunque, che fra il resto hanno attraversato l’intero festival, anche perché alcune personalità hanno avuto il coraggio di denunciare le guerre attuali come il regista russo Zvjaginev – Grand Prix per il suo Minotaure di una Russia senza speranza – che ha detto pubblicamente a Putin di fermare la guerra in Ucraina.
Tra gli esclusi, forse ingiustamente, dai premi Javier Vardem, meraviglioso padre in conflitto con la figlia in El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, mentre brillano le due attrici Virginie Efira e Tao Okamoto ex aequo per Soudain di Ryusuk, già in partenza molto favorito.
L’insieme di questa edizione, in cui i francesi han fatto la parte del leone con ben 6 film, rimane positivo perché il cinema ha raccontato la storia passata (il nazismo, la Guerra Fredda, Vichy) e il presente, soprattutto familiare, tra immigrazione e dolori interiori, alla ricerca di una possibile speranza in un futuro per ora assai incerto.
