«Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente. Sono qui, però, anche per ringraziare chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza». Alla vigilia di Pentecoste e dell’undicesimo anniversario dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, Leone XIV è andato ad Acerra, nel cuore della cosiddetta Terra dei fuochi, devastata da camorra, rifiuti e malattie.
In cattedrale, con il clero e le famiglie delle vittime dei tumori, il momento «più familiare». Leone XIV ricorda che «sapete che papa Francesco avrebbe desiderato venire qui, ma non gli fu possibile. Oggi vogliamo realizzare il suo desiderio, riconoscendo il grande dono che l’enciclica Laudato si’ ha rappresentato per la missione della Chiesa in questa terra. Infatti, il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!». Il papa ha scelto dalle Scritture la visione del profeta Ezechiele, portato dal Signore in una valle piena di ossa, che poi si ricompongono per riportare la vita.

Ad Acerra, dopo la Messa, il Papa ha incontrato alcuni parenti e figli delle vittime dell’inquinamento nella cosiddetta “terra degli incendi”. Acerra, 23 maggio 2026. ANSA / CESARE ABBATE
«Questa terra – ricorda Leone XIV – anticamente era chiamata Campania felix, perché capace di incantare per la sua fecondità, i suoi prodotti e la sua cultura, come un inno alla vita. Eppure, ecco la morte, della terra e degli uomini. Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un meraviglioso ecosistema, luoghi, storie e memorie». Di fronte a questa realtà, afferma il papa, ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. «Voi avete scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di impegno e di ricerca della giustizia».
A Dio che ci domanda se crediamo in lui, il papa suggerisce: «rispondiamo così: Signore, la morte sembra essere dappertutto, l’ingiustizia sembra avere vinto, la criminalità, la corruzione, l’indifferenza uccidono ancora, il bene sembra restare inaridito. Però, se tu ci interroghi, “Potranno queste ossa rivivere?”, noi crediamo e diciamo: “Signore Dio, tu lo sai!”. Tu sai che possiamo rialzarci, perché tu stesso ci prendi per mano. Tu sai che il nostro deserto può fiorire. Tu sai cambiare il lutto in gioia».
«Carissimi – ha detto il papa – siate testimoni di questa “ostinata resistenza” che diventa rinascita, là dove il Vangelo illumina e trasforma la vita. Potranno queste terre rivivere? Siate voi stessi la risposta: una comunità unita, nelle fede e nell’impegno. La vita allora si moltiplicherà».

Il Papa lascia il Duomo di Acerra e si dirige sulla papamobile verso Piazza Calipari, dove migliaia di fedeli lo attendono fin dalle prime ore del mattino. Nel Duomo di Acerra, Leone XIV si è soffermato a lungo con i genitori di numerosi bambini e giovani deceduti a causa di malattie legate all’inquinamento ambientale. Erano presenti anche diversi giovani che stanno ancora combattendo contro il cancro. Acerra, 23 maggio 2026. ANSA / CESARE ABBATE
Ma, avverte, come per Ezechiele, «il miracolo non avviene in una volta sola. Occorre fidarsi ancora, ascoltare ancora, credere ancora. Le scelte che avete fatto, il cammino ecclesiale che avete percorso, le piccole e grandi ripartenze con cui avete affrontato il dolore non sono ancora tutto. Se ci si ferma, si torna indietro. Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi conceda di vedere un “esercito” di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura, consolazione, attenzione, amore vero».
Rivolgendosi alle «famiglie che la morte ha colpito, generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie, a nipoti e vicini quel senso di responsabilità che troppe volte sin qui è mancato. Lasciate morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete, testimoniate la vita, educate alla cura. E voi, ministri ordinati, religiose e religiosi: manifestate quotidianamente l’autorità del servizio, che si abbassa e avvicina, che fa il primo passo e perdona. Va infatti scardinata una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo». Il papa ha invocato lo Spirito Santo affinché «ispiri forme nuove di annuncio, di cooperazione, di rigenerazione ambientale e sociale. Esiste infatti una spiritualità dei luoghi, ma che deve tutto alla spiritualità delle persone. Il cambiamento del mondo, infatti, inizia sempre dal cuore».
Nell’incontro con i fedeli e i sindaci dei comuni della Terra dei fuochi, il papa ha affermato: «Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte».

Papa Leone XIV nella cattedrale di Acerra (Napoli), 23 maggio 2026. Leone è in visita alla ‘Terra dei Fuochi’, un’area della Campania, nel sud Italia, dove, sistematicamente, dalla fine degli anni ’80, sono stati scaricati rifiuti tossici dalla criminalità organizzata (Camorra), causando reati ambientali legati ai rifiuti. Ansa e Vatican Media
L’espressione Terra dei fuochi, per Prevost, non fa giustizia al bene che c’è e che resiste, ma che ha certamente facilitato una presa di coscienza diffusa della gravità del malaffare e dell’indifferenza che ha lasciato spazio ai crimini. In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte.
Per il papa «c’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano. Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa».
Purtroppo, continua ad apparire vincente il paradigma tecnocratico, che è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; «lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo».
In questo contesto, l’educazione è fondamentale. «Per lasciare al mondo figlie e figli migliori, serve un impegno educativo che è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma – sottolinea Leone XIV – anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli. Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta».
Il papa propone di consolidare e allargare tra persone, istituzioni, organizzazioni pubbliche e private «il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori». Occorre «vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza. Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri».
Per il papa bisogna imparare ad essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi. «È a partire da questa conversione che si possono costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni».
La via da percorrere, spiega Leone XIV, è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo. Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. «In questo anno giubilare di San Francesco, Patrono d’Italia, il Poverello di Assisi ci ricorda che la pace è fondata sulla cura verso l’altro, sulla fraternità: siamo stati posti in una casa comune per imparare a vivere insieme. I problemi di questa casa sono i nostri problemi; la sua bellezza è la nostra bellezza.
