Le indagini sulla tragica scomparsa dei 5 sub italiani nella grotta di Alimathà, alle Maldive, si concentrano sull’ipotesi di un disorientamento spaziale. La Procura di Roma, che procede per omicidio colposo, coordina gli accertamenti insieme alle autorità locali dopo il complesso recupero dei corpi a circa 60 metri di profondità, completato da una squadra di speleosub finlandesi.
I primi rilievi escludono l’ipotesi di un risucchio improvviso dovuto a correnti esterne (il cosiddetto “effetto Venturi”), spostando l’attenzione sulla conformazione della cavità e sulle dotazioni della spedizione. I sub, in particolare, non disponevano del “filo d’Arianna” per tracciare il percorso e utilizzavano bombole ad aria inadeguate per quelle profondità. Saranno ora i dati registrati da computer subacquei, orologi e riprese delle GoPro sequestrate, uniti ai risultati delle autopsie, a chiarire gli ultimi istanti della tragedia.
Da 10 giorni, dunque, stiamo seguendo le operazioni di recupero dei cadaveri e di investigazione sulla tragedia alle Maldive. Ciò è dovuto, indubbiamente, anche al fascino ancestrale della caverna. Dal “mito della caverna” di Platone alla nascita di Gesù “in una grotta al freddo e al gelo”, dai bunker berlinesi approntati da Hitler per salvarsi dagli attacchi nemici alla speleologia sempre più spinta favorita dalle nuove tecnologie digitali, la caverna attrae lo spirito ricercatore che è in ognuno di noi.
Nel mito della caverna di Platone, l’oscurità della cavità rappresenta l’illusione e l’ignoranza, una prigione in cui gli uomini scambiano le ombre proiettate sul fondo per l’unica realtà possibile. La speleologia in qualche modo ribalta questa prospettiva filosofica, trasformando la discesa nel buio della terra in un cammino di conoscenza, talvolta più dell’ascesa verso la realtà. Per lo speleologo, come mi dice un amico che ama il ventre della Terra, «varcare l’ingresso di una grotta non significa fuggire dalla verità, ma andarle incontro, esplorando l’ignoto per svelare i segreti più intimi della natura. Il fascino di questa disciplina risiede proprio nel contrasto tra il silenzio ancestrale dei vuoti sotterranei e il brivido dell’esplorazione geografica, l’ultima vera frontiera rimasta sul nostro pianeta».
Così, mentre il prigioniero platonico deve fuggire verso la luce del sole per trovare la sapienza, chi esplora il sottosuolo trova risposte scritte nella roccia, tra cattedrali di stalattiti e fiumi invisibili che modellano il tempo. Sotto la superficie, la percezione umana si dilata: l’assenza di punti di riferimento terrestri amplifica i sensi e impone un’assoluta concentrazione sul presente. La grotta smette così di essere un luogo di prigionia e diventa uno spazio di profonda introspezione e rispetto ecologico, dove ogni passo richiede tecnica e consapevolezza. Uscire di nuovo a riveder le stelle, proprio come il filosofo liberato, regala infine una nuova consapevolezza del mondo esterno, trasformando la luce in un dono ritrovato.
La vita è in fondo una grande, immensa caverna nella quale cerchiamo il senso delle cose, in cui riviviamo le immagini e il calore uterino, in cui mettiamo alla prova il nostro coraggio e la nostra perizia. Allora, i 5 ricercatori che sono morti alle Maldive, ricordiamoli come “cercatori di senso”, non come idioti o imprudenti o sprovveduti, e nemmeno come vittime del caso. Erano cercatori di senso, anche se avevano dimenticato quel “filo di Arianna” che avrebbe potuto riportarli alla realtà, facendo loro ritrovare la realtà della luce e dell’atmosfera terrestre. I morti, tutti i morti, hanno diritto alla buona memoria, accanto alla necessaria analisi storica e giudiziaria.
