Quanto conta l’Italia nel mondo? Quale è il suo ruolo in Europa e nello scenario internazionale segnato dal ritorno della guerra percepita sempre di più interiormente come inevitabile?
Secondo le analisi geopolitiche prevalenti sembra proprio che le sorti del mondo siano nelle mani di Trump e XI Jinping, che abbiamo visto passare in rassegna una rappresentanza di truppe cinesi ordinatissime. Il loro passo marziale è stato esibito davanti al presidente Usa che poi ha ascoltato dal suo corrispondente cinese la citazione della Trappola di Tucidide, l’immagine presa dalla storia dell’antica Grecia da parte di un docente di Harward, Graham Allison, per indicare il probabile scontro tra le due potenze. Praticamente la fine del mondo.
Anche se in tono minore quest’anno, la parata del Reggimento Immortale del 9 maggio in Russia appare sempre imponente nella memoria dei 25 milioni di caduti per la vittoria sovietica sul nazifascismo. Una dimostrazione che incute sempre timore e alimenta quella narrazione in Occidente dell’invasione imminente sottostante all’imperativo di riarmarsi per farsi trovare pronti alla guerra paventata da qui al 2030 (Readiness è il nuovo nome del Re Arm Eu) pur se i numeri dicono di una spesa militare europea che è già di gran lunga superiore a quella di Mosca.
In questo 2026 cadono gli 80 anni dalla nascita della Repubblica avvenuta in forza del referendum indetto il 2 giugno del 1946, che vide sconfitta l’opzione della continuità monarchica di casa Savoia. Il nome evocato in battaglia (Savoia!) dai soldati inviati al fronte in nome del tributo di sangue richiesto dalla patria, anche quando chi l’ha governata strinse un patto d’acciaio con Hitler.
La scelta repubblicana non fu un semplice cambio di veste, ma una vera e propria rinascita. Il termine Italia compare solo 2 volte nel testo della Costituzione: nell’articolo 1 per definirla una Repubblica democratica fondata sul lavoro e nell’articolo 11 che enuncia il ripudio della guerra. Non la rinuncia ma “il ripudio”, cioè un distacco viscerale da un rapporto consolidato nel tempo che ha chiesto il sacrificio di intere generazioni.
Appare perciò un controsenso celebrare questa festa di una patria rinnovata con l’esibizione delle armi nello stradone costruito sventrando il centro storico di Roma ad uso delle parate dell’impero fascista.
I gesti e le liturgie di ogni genere esprimono un significato profondo che uno sguardo poco attento non sa cogliere. Ci dicono chi siamo e il legame che ci tiene assieme. Lo sapeva bene il colonnello Giulio Douhet, il grande teorico della guerra aerea, che introdusse il mito del milite ignoto per impedire e cancellare altre memorie legate alla grande guerra come “inutile strage” e “genocidio dell’Europa”.
Se come osservano ormai in tanti la generazione presente appare molto simile a quella dei sonnambuli che precipitò nell’inferno delle trincee del 1914 -1918, che preparò altri orrori fino al fungo atomico che incombe ora sempre più realisticamente minaccioso sulla Terra, occorre una segnale di sveglia collettiva.
È ciò che ha provato a fare una lettera aperta inviata al quotidiano Avvenire il 15 aprile 2026 per chiedere alle istituzioni di sospendere la parata armata del 2 giugno 2026, per trasformarla in una festa di popolo.
Il testo pubblicato nella rubrica delle lettere ha ricevuto echi inaspettati e consensi cordiali riportati poi sul quotidiano che ha rilanciato la lettera sul web.
L’intento dei sottoscrittori iniziali è quello infatti di suscitare un dibattito sulla situazione di guerra imminente che viviamo da tempo, con il tentativo di esercitare una nuova egemonia culturale necessaria per il consenso passivo di fronte all’avverarsi temuto e atteso del casus belli dagli effetti incontrollabili, come insegna invano la storia assieme ad interi manuali di strategia militare.
Le pagine di Avvenire hanno poi riportato il messaggio del cardinale di Torino, Roberto Repole, che invita a resistere alla deriva di una città industriale trasformata, dalla produzione delle auto a quelle delle armi. Ma la notizia più spiazzante finora, ripresa e rilanciata dal quotidiano, è la imprevedibile critica diretta al riarmo dell’Europa da parte di papa Leone: «Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Perché allora celebrare la Repubblica con le armi in mano come fanno i regimi che ostentano una potenza effimera e autodistruttiva?
Il dibattito è aperto. Anche il presidente della Repubblica, tramite la segreteria personale, ha ringraziato i firmatari per l’appello dimostrando apprezzamento per il contenuto della lettera.
Come è noto, da tempo la Rete italiana pace e disarmo evita ogni manifestazione contraria alla parata militare invitando a forme di festa alternativa. Il 30 maggio è prevista una biciclettata sui luoghi simbolo della Repubblica.
Non è maturo il tempo, oltre ogni polarizzazione, per andare alla radice del legame di un Paese posto al centro del Mediterraneo come possibile ponte di pace nel mondo?
Vedi anche qui il podcast di Elena Granata sul 2 Giugno
Riportiamo, di seguito, il testo della lettera aperta pubblicata su Avvenire.
Caro Direttore
nello scenario sempre più inquietante di guerre senza fine, vogliamo lanciare a partire dal giornale che dirige un invito rivolto ai responsabili delle istituzioni, e in primis al Presidente della Repubblica quale custode della Costituzione, e all’intera società civile italiana.
Il prossimo 2 giugno 2026 ricorrono gli 80 anni dal referendum istituzionale del 1946, che ha sancito la nascita della Repubblica Italiana e il primo voto esteso alle donne.
Questo anniversario cade nel pieno di una fase epocale segnata dal prevalere, teorizzato e praticato, della politica della forza.
Il preteso ordine di un mondo sempre più attraversato da stragi senza fine richiede una risposta coerente da parte della Repubblica Italiana che ripudia la guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Il caposaldo dell’articolo 11 della nostra Costituzione ha permesso finora di respingere la richiesta di coinvolgimento diretto nel conflitto armato, mosso da Israele e Usa contro l’Iran, facendo riferimento alla chiarezza del testo secondo cui la Repubblica «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Il nostro Paese è chiamato a svolgere perciò un ruolo centrale nel far riconoscere il compito insostituibile dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel momento in cui appare sempre più possibile, con l’avanzare dello spettro nucleare, quanto prefigurato a Ginevra da Giorgio La Pira il 12 aprile 1954: «La distruzione simultanea delle città essenziali può essere compiuta in pochi secondi!». (Discorso rivolto all’Assemblea della Croce Rossa Internazionale).
È venuto il tempo, quindi, che la festa della Repubblica democratica fondata sul lavoro sia celebrata, senza divisioni, con una modalità alternativa a quella della consueta parata militare che prevede l’esposizione delle armi.
Coerentemente con ciò che storicamente ha significato il 2 giugno: la data in cui il popolo italiano — i cittadini e le cittadine — hanno messo da parte la violenza e col voto democratico hanno deciso quale doveva essere il loro futuro istituzionale.
VOGLIAMO PROPORRE CHE
La Festa della Repubblica sia una festa di popolo che veda in prima fila la rappresentanza delle scuole e degli ospedali, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo del volontariato e della cooperazione internazionale che apre lo sguardo solidale sul mondo, assieme a tutti coloro che svolgono, con o senza divisa, il servizio di difesa della Patria in coerenza con la ricerca di quell’ordine internazionale garantito dall’Onu.
In un mondo che sembra assuefatto dell’inevitabilità della guerra l’Italia, con Roma città eterna, può offrire un segnale di speranza per l’umanità intera.
Luigino Bruni, docente universitario di Economia
Livia Cadei, docente universitaria di Pedagogia
Carlo Cefaloni, giornalista
Elena Granata, docente universitaria di Urbanistica
Tommaso Greco, docente universitario di Filosofia del diritto
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