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Mondo > Geopolitica

Gli Emirati fuori dall’Opec

di Alberto Ferrucci

- Fonte: Città Nuova

Gli Emirati Arabi Uniti valutano un progressivo allontanamento dall’OPEC per svincolarsi dalle quote produttive e rafforzare la propria autonomia strategica rispetto ad Arabia Saudita e Iran. La mossa rischia di ridisegnare gli equilibri energetici globali, con effetti sul prezzo del petrolio, sulla tenuta dell’OPEC+ e sulla produzione americana di shale oil

Il segretario generale dell’OPEC, Haitham Al Ghais. Credit: ANSA/EPA/Anton Vaganov/Reuters Pool.

Negli ultimi mesi gli Emirati Arabi Uniti hanno preso le distanze dall’OPEC, aprendo una frattura che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi impensabile all’interno del principale cartello petrolifero mondiale. Ufficialmente Abu Dhabi continua a parlare di “scelte sovrane”, di maggiore libertà produttiva e di esigenze economiche nazionali, ma emergono motivazioni geopolitiche molto più profonde, e tra queste potrebbe avere un ruolo importante anche il crescente confronto con l’Iran. Gli Emirati fanno ancora parte dello stesso cartello petrolifero dell’Iran, ma sul piano strategico considerano Teheran una minaccia diretta.

Missili balistici, droni e reti paramilitari sostenute dall’Iran hanno aumentato la vulnerabilità delle monarchie del Golfo, come dimostrato dagli attacchi contro infrastrutture energetiche saudite e dalla guerra nello Yemen.

In questo contesto la presenza dell’Iran nello stesso organismo che dovrebbe coordinare la politica energetica dei produttori appare sempre più paradossale, ed il tema dei missili iraniani potrebbe rappresentare anche una giustificazione politica utile per accompagnare il distacco dall’OPEC. Dal punto di vista comunicativo è molto più semplice spiegare agli alleati occidentali una presa di distanza da un’organizzazione condivisa con un paese percepito come ostile, piuttosto che presentare la scelta come un semplice scontro di interessi economici in particolare con Riyadh. La minaccia iraniana offre quindi ad Abu Dhabi una narrativa strategica spendibile sul piano internazionale.

La spiegazione economica è certamente reale. Gli Emirati hanno investito enormi capitali per aumentare la propria capacità estrattiva e desiderano monetizzare rapidamente le riserve petrolifere in un’epoca in cui la transizione energetica globale potrebbe ridurre nel lungo periodo il valore strategico degli idrocarburi. Restare vincolati alle quote produttive dell’OPEC dal punto di vista emiratino significa limitare il ritorno di questi investimenti.

Continuare a tagliare produzione per sostenere artificialmente il prezzo del greggio favorisce l’Arabia Saudita, impegnata a finanziare il gigantesco programma Vision 2030 promosso dal principe Mohammed bin Salman e gli Stati Uniti, scatenati ad aumentare la loro produzione di petrolio con il fracking.

Ma la dimensione economica da sola non basta a spiegare il progressivo irrigidimento dei rapporti all’interno del cartello. Negli ultimi anni Abu Dhabi ha costruito una politica estera sempre più autonoma, cercando di presentarsi come una potenza regionale indipendente, capace di muoversi contemporaneamente tra Stati Uniti, Cina, Russia e India. Gli Emirati hanno sviluppato un ruolo centrale nella logistica internazionale, nella finanza e nelle infrastrutture energetiche, trasformandosi in una sorta di piattaforma globale tra Asia, Africa ed Europa. In questo quadro, l’idea di restare subordinati alle decisioni strategiche altrui appare sempre meno compatibile con le ambizioni del paese.

La fuoriuscita emiratina indebolisce notevolmente l’OPEC+, il sistema costruito negli ultimi anni insieme alla Russia che aveva restituito al cartello una forte capacità di influenzare il prezzo mondiale del petrolio attraverso tagli coordinati della produzione. Gli Emirati sono infatti il terzo produttore del gruppo e la loro uscita rischia di compromettere la disciplina interna dell’organizzazione. Dietro questa evoluzione emerge una trasformazione più ampia del Golfo. Gli Emirati non vogliono più essere soltanto una monarchia petrolifera disciplinata all’interno di un sistema regionale guidato dall’Arabia Saudita. Vogliono diventare un attore globale autonomo, capace di usare il petrolio come strumento finanziario e geopolitico senza sottostare ai vincoli imposti da altri produttori. In questa prospettiva, l’OPEC appare sempre meno come una garanzia di stabilità e sempre più come un limite alla libertà strategica del paese.

La conseguenza più immediata, una volta superato l’attuale problema del blocco di Hormuz, sarà probabilmente un aumento dell’offerta di greggio sul mercato. Abu Dhabi potrebbe produrre più petrolio di quanto oggi consentito dalle quote OPEC, contribuendo a ridurre il prezzo internazionale del barile. Questo rappresenterebbe un vantaggio per consumatori e industrie, ma potrebbe avere anche un effetto ambientale meno intuitivo. Prezzi più bassi renderebbero infatti meno conveniente il fracking statunitense, una tecnologia estrattiva molto più costosa rispetto al petrolio convenzionale del Golfo.

Oggi molte nuove trivellazioni americane con la tecnica del fracking risultano economicamente sostenibili solo con prezzi superiori a circa 60 dollari al barile, mentre sotto i 50-55 dollari gran parte dei progetti meno produttivi perde convenienza economica. Un rallentamento del fracking potrebbe ridurre le emissioni di metano, considerate tra gli aspetti più critici dello “shale oil” americano. Paradossalmente, quindi, più petrolio convenzionale emiratino sul mercato potrebbe frenare una delle forme di estrazione oggi più contestate dal punto di vista climatico.

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